Verso la tempesta

Serie: Mediamente in pericolo!


(Immagine di copertina di Fabio Elia)

Un boato immane ci ha svegliati. E’ notta fonda sulla cima del monte Mucrone. La tenda viene scossa da forti raffiche di vento e, intorno a noi, lampi abbaglianti illuminano a giorno il prato in cui siamo accampati, accanto ad un lago.

“Ecco! Ci siamo!” Ho pensato io, ricordandomi di quella conversazione avuta con Favie, sul lavoro, pochi giorni prima.

Premesso che, in ufficio, non c’è mai tempo di parlare a fondo di qualcosa. Gli scambi comunicativi sono sempre concisi e fuggevoli, perchè le necessità produttive ci mettono addosso sempre un’ansia per la quale soffermarsi su qualcosa, per qualche minuto in più, fa sentire subito in difetto ed un impulso irrefrenabile di procedere oltre, anche se non si è chiarito o risolto nulla. Favie mi stava parlando del progetto di bivaccare, in tenda, a fianco al lago Mucrone. Io, con aria distratta, lo ascoltavo facendo scivolare le dita sul touch screen del mio telefono, alla voce “meteo”.

-Intorno alle 4 del mattino, danno temporale.- Gli ho fatto notare.

-Ma vaaa!-E’ Sbottato lui- Tu stai ancora dietro al meteo? Non capiscono mai un cazzo,quelli !-

In mia difesa, c’è da dire che ancora non avevo conosciuto questo suo lato pressappochista, indi pensavo che sapesse ciò che faceva (questo presupposto derivava da tutti i viaggi che aveva fatto intorno al mondo, in posti selvaggi e pericolosi, e dal fatto che ne era tornato vivo). Inoltre, quando si mostra sicuro di qualcosa, suona dannatamente convincente (ma alla luce delle esperienze successive, ora sono meno bendisposto a credergli). C’era poi un altro punto: ero galvanizzato dalle escursioni precedenti e avevo voglia di andare al Mucrone, pertanto non accettavo che qualcosa ci impedisse di organizzare questo bivacco.

Questa serie di fattori aveva fatto sì che, da quel giorno fino al temporale, avevo riposto il pensiero del meteo in un angolino subcosciente della mia mente. Non che non ci pensassi più, ma era di quei retropensieri che si tengono a bada con pronte strategie reattive della mente tipo: pensare subito a qualcos’altro; dirsi un “ma va” che fa sembrare l’ipotesi remota o, ancora, farsi forza del fatto che altre sei persone accettavano di partecipare senza porsi il problema. Non potevamo essere tutti incoscienti, no?

Eravamo: io, Blaco, Veo e Manu, Scilli, Favie ed Ele. Scarpe da calcetto indossate, stecche da montagna, che finalmente avrei potuto usare visto che ci aspettava una discreta salita, e ci si avviava.

Veo, per rassicurarsi, aveva più gadget di Batman. Credo non ci fosse articolo di Decathlon che lui non avesse vagliato. Stecche, fasce, ganci, fornelli, cose, copricose, propulsori…no, vabbè, propulsori no. Non li avevano, da Decathlon. Cercava, comunque, sempre una buona scusa per far trasportare la sua roba a qualcun altro, proponendo baratti improbabili.

Quando abbiamo chiesto indicazioni a gente del posto, ci hanno guardato come se gli avessimo chiesto dove fosse il regno di Oz. Credo dovessimo apparire loro come la banda di Filini e Fantozzi quando organizzavano le loro grottesche gite. Presumo potessero incidere, tra le altre cose, i jeans di Scilli e la sigaretta e la birra che Blaco aveva in mano.

Sorridendoci su, abbiamo cominciato a salire e subito Ele, auricolari nelle orecchie, spariva all’orizzonte come Speedy Gonzales. Favie provava ogni tanto a chiamarla, urlandole i tremila nomi con cui è solito appellarla, Ciugheee, Ciarleeii, Carlooo (non so perchè la chiami con un nome d’uomo, non ho mai osato chiederlo), ma lei non lo sentiva, allora lui si metteva a bestemmiare e spiegava a me che se ci fosse qualche pericolo, come una frana o un animale selvatico, lei non lo sentirebbe. Io annuivo, pensando che, talvolta, anche un controfobico è apprensivo. Ogni tanto la si vedeva accennare qualche passo di danza mentre camminava in lontananza; quando, certe volte, si girava per vedere a che distanza fossimo, Favie ne approfittava per farle una foto e per rimproverarla riguardo alla musica nelle orecchie. Lei si toglieva un auricolare, ascoltava, poi scrollava le spalle, se lo rimetteva e ripartiva in quarta.

(Foto di Fabio Elia)

Dietro a noi, Veo era riuscito a corrompere in qualche modo Scilli e Blaco a portare delle cose per lui, forse utilizzando la loro galanteria, spiegando loro che lui doveva aiutare Manu a portarne altre. Tipica tattica di Veo che, infatti, ogni tanto, ci chiedeva di fermarci perchè “Scilli aveva bisogno di fare una pausa”, facendo leva sul nostro istinto di protezione verso Scilli, quando era invece lui che non perdeva occasioni per fermarsi a rifiatare. Scilli, dal canto suo, non replicava, ma non perchè fosse d’accordo, bensì per qualche suo strano modo di astenersi dallo smentire qualcuno; ad esempio, succedeva la sera, in tenda, che se io scorreggiavo e Favie, dall’altra tenda, desse la colpa a lui, Scilli restava in silenzio, lasciando credere che fosse proprio così. Tuttora è rimasta in piedi, di lui, una figura leggendaria di scorreggione per via di bivacchi e bivacchi fatti di scoregge altrui seguite da mancate smentite. Chissà, forse lo voleva quel primato, anche immeritatamente.

Intanto salivamo e io prendevo dimestichezza con le mie stecche da montagna. Blaco mi prendeva in giro, dicendo che sembrava stessi facendo fisioterapia. All’inizio, in effetti, ero goffo, ma pian piano ho cominciato a provare sollievo per il fatto di distribuire il peso del corpo su tutti gli arti, anzichè solo sulle gambe; mi sentivo come un ragno a quattro zampe che si muove come un tutt’uno, quasi dimenticandomi di essere un bipede. Pensavo, inoltre, che avrebbe giovato ai miei tricipiti (sono un po’ vanesio riguardo al fisico e Favie mi schernisce per questo, oltre che per altri miliardi di cose).

(Foto di Fabio Elia)

Il paesaggio era uno di quelli più belli che avessimo visto. Sopra i mille metri. Niente più boschi (nè zecche), ma solo pascoli, ruscelli, cascatelle, mucche, sentieri rocciosi. Il mio paradiso. L’aria fresca ci lambiva la pelle; qualcuno (tra cui sicuramente io) ha cominciato a indossare una felpa. Ci siamo voltati per aspettare gli altri e si era fatta sera. Contro il buio che scendeva sulla montagna, si incuneavano lì, in fondo valle, le luci del santuario di Oropa. Sono momenti in cui pensi che la vita è bella, quasi che ci si illuda di vivere dentro un quadro, come se potesse essere sempre così, serena, quieta, languorosa. C’erano centinaia di sere di montagna della mia infanzia che, sollecitate da tale vista, causavano un rimescolamento nell’anima ed un tumulto di sensazioni mischiate tra passato e presente. Poi, gli altri sono arrivati e mi hanno fatto ridefinire, in un attimo, la netta separazione tra il presente e quei passati che sono, di colpo, precipitati nuovamente nell’oblìo dai quali erano riusciti ad arrampicarsi strenuamente.

(Foto di Fabio Elia)

La presenza di un rifugio ci rassicurava, ma noi saremo saliti ancora più su. I ragazzi che lavoravano lì erano stanchi ed annoiati da una stagione intera di quiete montana e se ne lamentavano, quasi rimproverandoci di non aver optato per il caos, i locali, le resse cui erano costretti a rinunciare, ma che noi saremmo stati liberi di scegliere.

Procedendo oltre, ci siamo divisi perchè non c’era più traccia del sentiero, ma stando a ciò che i ragazzi dicevano, non poteva mancare molto e, perciò, ognuno si affannava per conto proprio con la speranza di poter, prima degli altri, gridare “al lago, al lago”. Io, Veo e Manu ci siamo trovati a salire per una collinetta di ghiaia scivolosa e friabile. Abbiamo fatto una fatica boia, lanciando via le stecche e arrampicandoci a mani nude, lottando contro la gravità che ci faceva drenare indietro, sulla ghiaia. Tutto ciò, per accorgerci, una volta fattacela, che (come dicevano Aldo, Giovanni e Giacomo) “c’era il sentiero”. Infatti, poco dopo, abbiamo visto arrivare Scilli, provato per i pesi che stava portando. Mancava poco, perciò ho fatto l’eroe e mi sono accollato anche il suo zaino.

La prima a gridare “Lago!”, come sempre, è stata Ele. Era meraviglioso, ma eravamo troppo stanchi per stare lì a contemplarlo, perciò, abbiamo piazzato in fretta e furia le tende. Neanche il tempo di finire, che Favie ci dava nuovi compiti. Dovevamo andare a cercare legna per fare un fuoco su cui cucinare i wurstel. Io facevo coppia con lo sbadato Blaco; tenevamo una pedana in mano su cui Veo e Favie appoggiavano la legna. Mentre la riportavamo carica verso le tende, con il buio più totale, barcollavamo sempre più pericolosamente, facendo oscillare la luce delle torce. Sapevo che saremmo caduti; eravamo come una coppia di carabinieri delle barzellette e, complice un ruscelletto non visto, siamo andati giù con la pedana. Dandoci la colpa reciprocamente, abbiamo raccolto alla bell’e meglio la legna e, nonostante tutto, siamo riusciti a portarla al campo.

La pedana è diventata una panca su cui sedersi e, col resto della legna, Favie è riuscito ad accendere il fuoco e a cucinare i wurstel. Sopra di noi c’era un cielo sereno e stellato da Le Mille e Una Notte. Mangiavamo e scherzavamo, ignari del temporale che ci saremmo trovati sopra la testa qualche ora più tardi.

Serie: Mediamente in pericolo!


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