Vetri rotti
Era il classico campo da calcio dell’oratorio, con le porte senza rete e la sabbia argillosa al posto dell’erba. Nel tardo pomeriggio i passeggeri delle auto che si fermavano all’incrocio si voltavano a guardare uno scorcio di partita dal sentiero che lambiva la curva sud. Nelle giornate uggiose i ragazzini avevano le ginocchia sbucciate e i pantaloncini sporchi di fango; in quelle afose, invece, erano ricoperti di polvere rossa e striature ocra, che conferivano loro un’aria da guerrieri papuani.
Il prete che andava e veniva dalla sacrestia, si chiamava Don Vincenzo, o Vincé come lo chiamavano tutti, e portava con orgoglio una tunica sporca di macchie giallastre. Ogni tanto appoggiava delle bottiglie d’acqua sulla panchina sotto l’albero di eucalipto; altre volte si fiondava in mezzo al campo per sedare una rissa o per prendere per l’orecchio qualcuno che avesse usato il turpiloquio più di una volta. Don Vincenzo, infatti, non condannava il peccato, ma la recidiva.
Godeva di rispetto e ammirazione: con i suoi centonovantotto centimetri di altezza sembrava essere molto vicino a Dio, e le spalle erano così larghe da contenere l’attaccatura delle ali. L’età ormai matura, gli occhi azzurri e l’abito talare facevano il resto. Alle donne piaceva molto, perché aveva preso i voti a quarant’anni, dopo un periodo di profonda crisi, e questo gettava un velo di mistero sulle sue esperienze precedenti.
Quella sera aveva appena finito di cenare e stava guardando la trasmissione Pressing di Raimondo Vianello, conduttore raffinato, che sapeva parlare di calcio e di poesia allo stesso modo, rimanendo sempre spassoso. Puntata speciale su Maradona, imperdibile! Non sparecchiò nemmeno la tavola. La coscia di pollo arrosto ormai spolpata e l’olio delle patate al forno emanavano ancora il loro delizioso profumo nel piatto abbandonato sulla tavola. Si fece un caffè perché aveva paura di addormentarsi, si sedette sulla sua poltrona davanti alla tv e si assopì.
Ebbe un sussulto, sentì il brusio di sottofondo dei talk show di tarda notte, aprì gli occhi: le tre. Si passò le mani fra i capelli e s’accorse di avere decisamente freddo: la finestra era aperta e l’anta di sinistra era stata sbattuta al muro dal vento. Nonostante la primavera avanzata, le temperature notturne erano quella di alta montagna. Si alzò lento e fece per andarsene nel letto sotto le coperte, quando sentì un forte rumore e delle risate provenire dal campetto.
Si fermò. Stette immobile ad ascoltare. Quasi non respirava.
Ed ecco, di nuovo, un forte rumore di qualcosa che esplodeva e subito dopo qualcosa che si rompeva. Vetri? Sì, vetri sul campo da calcio. Il prete inorridì al pensiero.
Si voltò velocissimo verso l’armadio di fianco al frigo, prese la torcia svizzera che usava per andare nel bosco.
“Ora li becco”, pensò, “Saranno i ragazzi della terza effe, scommetto, ora li becco uno a uno… e poi mi dovranno ascoltare.” Intanto un altro scoppio. S’affacciò di colpo e illuminò il campo quasi a giorno.
Qualcuno sghignazzò ancora più forte, ma i più si dileguarono come scarafaggi quando si accende la luce. Sotto la porta senza rete, un biondino, alto e smilzo, esitò solo un attimo, ma fu sufficiente.
“Leonardo, ti vedo” urlò Don Vincenzo, “ti faccio arrestare questa volta! Chiamo tuo padre, ho il numero!”
Negli occhi di Leonardo si palesò tutto il terrore che la parola “padre” gli procurava: le cinghiate, il buio della cantina, il pane rancido e i lividi sulla schiena. Il ragazzo scappò via.
Mentre Don Vincenzo muoveva la torcia dall’alto, i vetri rotti delle bottiglie incendiarie luccicavano sulla sabbia umida, come le stelle del firmamento. Il prete sentì il calore salire in faccia, le sopracciglia si aggrottarono. Si voltò, indossò la giacca a vento e si precipitò giù dalle scale con la torcia ancora accesa.
Aprì la porta della sacrestia, in preda alla furia si dimenticò di fare il segno della croce. Raggiunse il selciato e si buttò dentro all’area di gioco, ma si dovette fermare di colpo, quando si ricordò di essere in ciabatte. Tornò indietro veloce, fece il segno della croce e alzò gli occhi al cielo.
“Perdona la fretta, Gesù mio, devo porre rimedio a questa vergogna!”
Si legò un sacchetto della spesa alla cintura della tunica, indossò gli stivali da pescatore e si fiondò nuovamente fuori.
Cominciò dall’area di rigore, puntò il fascio di luce verso il basso. I vetri esplosi brillavano come diamanti crudeli, catturando ogni lumen della torcia svizzera e restituendo un riflesso che lo costringeva a socchiudere gli occhi. Li raccoglieva uno alla volta e li riponeva nel sacchetto. Il movimento era quello dei pescatori di molluschi. Quante volte da bambino era andato con suo padre a caccia di vongole e fasolari nelle zone di bassa marea, con la merenda preparata dalla mamma nello zaino. Ora pescava il male per salvare i suoi ragazzi.
Sapeva che ci sarebbe voluta tutta la notte, ma non gli pesava. Quello che invece non sapeva, era che alle sue spalle, Leonardo era pronto a colpirlo con l’accetta che Franco, il vicino di campo, lasciava appoggiata accanto al pollaio. Una goccia di sudore scivolò dalla fronte nell’occhio sinistro e il ragazzo lasciò andare tutta la sua rabbia.
Quando s’accasciò a terra, Vincé sentì dei passi che si allontanavano e un dolore così profondo che non gli lasciava scampo.
Si trascinò invocando Maria e San Michele.
“Lasciatemi finire, i ragazzi potrebbero farsi male.”
Raccolse i vetri e perse tutto il suo sangue.
Sotto la curva sud le sue ali si aprirono. In quel momento amò come non aveva mai amato. Si sentì così grato da voler condividere tutto con tutti e seppe perché aveva preso i voti.
Il mattino dopo la scia rossa disegnava il percorso di Don Vincenzo sul suo campo pulito.
La polizia cominciò le indagini e le pie donne piansero.
Da lassù, qualcuno perdonò anche la recidiva.
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