
Viaggio nel cuore degli uomini
Le avevano detto che li avrebbe resi più umani, più interessanti, più tolleranti. Per questo andava cercando gli uomini, per vivere dentro di loro. Sentiva voci e lamenti per le strade, una sopra l’altra eppure distinguibili, ognuna con la propria storia. Voltò l’angolo e la vide donare i propri averi e, quando lei la vide, sentì che era cosa buona. Le andò incontro e si sentì chiedere: «Ciao! Come ti chiami?», era sorridente e gioviale.
«Sono la sensibilità, tu chi sei?» e lei rispose: «Sono la generosità. Dove sei diretta?», chiese curiosa.
«Cerco il cuore degli uomini», disse. La generosità estrasse dalle sue tasche un foglio di carta.
«Ecco, questo è il mio dono per te. È la mappa dell’uomo, ti sarà utile», la sensibilità si commosse per il presente, ringraziò e proseguì lungo la strada. Poco più in là scorse un’altra figura. Si avvicinò e disse:
«Ciao, sono la sensibilità». E la figura: «È un piacere conoscerti, è difficile incontrarti per le strade. Sono l’umiltà», disse facendo un inchino. Nel farlo mostrò ciò che si nascondeva alle sue spalle. Una figura minuta, affascinante, dall’aria indifesa.
«Che maleducata, non vi ho presentati. Lei è…» ma con grazia la interruppe: «La conosco, questa bellezza. È la timidezza». E lei si nascose meno, poiché sentiva di potersi fidare.
«Sapete come posso raggiungere il cuore degli uomini? Quanto vorrei aiutarli, lungo e stancante è il viaggio che mi porta a loro. Ditemi, ve ne prego, quale strada devo seguire?» e l’umiltà prese parola giungendo le mani come in preghiera.
«Oh, cara e sensibile. Tu che hai la curiosità dei bambini e le parole esperte dei vecchi saggi, tu che ascolti il dolore dei sofferenti e la gioia dei gaudenti, mi duole dire che non sono sicura di essere all’altezza della tua richiesta. Ma la timidezza è attenta osservatrice del mondo. Essa ha paura del viaggio, ma non di te, non del viaggiatore» e così la timidezza prese la parola:
«Forse, cara e sensibile, l’ultima strada devi visitare, quella prima del confine liquido. Consulta la cartina che possiedi come dono nelle tue mani. Lei, la riconoscerai, poiché l’hai vista negli occhi di tutti noi. Ti accoglierà a braccia aperte». Così la cara e sensibile aprì la mappa che la condusse al confine liquido, il fiume che attraversava il mondo interiore. Ma lì parve sgomenta, stupita e rassegnata nel non aver trovato alcuna presenza. E urlò: «Dove siete? Dove siete, oh uomini?». Sbraitò e pianse le sue lacrime più amare sulla riva del fiume, sul quale letto le fece scivolare.
«Finalmente, ora odo qualcosa. Che dolci queste lacrime. Chi le versa per me?», disse una voce senza fonte.
«Sono la sensibilità, mi sono persa. Come posso giungere al cuore degli uomini?» e la voce rispose:
«Ti aspettavo, cara e sensibile. Sono l’empatia. Ciò che cerchi la troverai oltre le mie fresche acque. Ma sii cauta, il cuore degli uomini è preso ostaggio dai tre giganti. Forti e arroganti sono i colossi che albergano nell’uomo. Ma solo tu, attraverso le mie acque, puoi giungere ad esso. Percorrimi fino a loro, io ti seguirò».
La sensibilità si fece strada e attraversò il fiume dell’empatia. Ad attenderla, celati da una coltre oscura e rarefatta vi erano i tre giganti.
«Chi osa presentarsi al mio cospetto?», disse una voce alta, con eco, solenne.
«Sono la sensibilità, vorrei raggiungere il cuore degli uomini». La voce mugugnò, riflettendo. E un’altra rispose: «Il cuore degli uomini è mio, seppur con sparute resistenze». La sensibilità ebbe timore, ma trovò la volontà di rispondere. Il suo obiettivo era nobile e di anima pura: «Chi siete? Mostratevi a me, piccola e sola. Voglio solo parlare, conoscere le vostre facce». Una voce distinta rispose urlando con foga:
«Va’ via! Fuggi con timore dinanzi a noi! Io son cieca, non posso vederti e non voglio ascoltarti!». La sensibilità acuì lo sguardo, si fece largo tra la nebbia oscura. «Ora vi riconosco! Voi siete l’orgoglio, l’avarizia e la rabbia! Ma io non provo timore di voi. Ho la curiosità impertinente di un fanciullo, la forza dello spirito e i poteri dell’umano dentro di me. Posso mostrarveli. Anzi, posso fare di meglio, posso donarveli!». Ma i giganti risposero in contemporanea, con voce grossa, esplosiva: «L’uomo è nostro!». D’un tratto si sentirono lamenti e urla d’aiuto, li poteva intuire, come ovattati e rinchiusi in una gabbia di vetro: «Siamo rinchiusi! Ti prego, salvaci!». I lamenti si sovrapponevano creando caos e disturbo. La sensibilità soffriva nel sentire quelle grida. E più gli uomini urlavano più la sensibilità soffriva. Dalla coltre nebulosa fuoriuscì una figura. Era per metà bianca e per metà nera. Per metà forte e per metà debole.
«Io domino l’uomo, ora. Sono la paura, colei che infuoca la rabbia, che protegge l’orgoglio, che alimenta l’avarizia. E tu, cara e sensibile, non puoi che essere mia schiava». La voce della paura suonava come una dolce melodia, una musica che incanta e seduce, ma che confonde e intimorisce al tempo stesso. La cara e sensibile sentì ora la schiena bagnata dal fiume, un sussurro le penetrò nell’anima: «Attraverso di me abbraccia la paura. Prendi dal mio fondo la mia linfa, che ha due facce, come due facce ha la paura». E la sensibilità si chiese: «Che sembianze ha questa linfa?» e in cuor suo trovò la risposta all’enigma. Allora, piegata sulle ginocchia come l’umiltà, silenziosa come la timidezza, a braccia aperte come la generosità, prese coraggio e abbracciò la paura, la quale si ritirò. La sensibilità avanzò con più coraggio, ancora e ancora, senza demordere, e infine ce la fece: «Ecco, con questo coraggio io ti abbraccio, o paura. Paura, madre dell’avarizia, della rabbia e dell’orgoglio, ora parlo con te con la linfa, con l’essenza dell’uomo che ha due facce: l’amore e la sofferenza. Poiché esse, seppur scisse, sono sostanza eterna della vita umana. E attraverso di esse io ti abbraccio, ti faccio amica complice. Talvolta devi farti da parte per dare linfa all’uomo, talvolta è giusto liberare i tuoi figli per proteggerlo. Ma non tenerlo prigioniero, poiché l’uomo senza di me, senza la linfa, senza di te, non è uomo».
Le porte si aprirono, la nebbia si dissolse e l’uomo si fece libero nell’abbracciare se stesso.
Metafora bella e sensibile e soprattutto ben descritta, bravo!
Grazie mille Marta!
Quanta ragione hanno le tue parole e che belle che sono.
Ho letto il tuo racconto con una canzone di sottofondo a me molto cara ed il risultato è stato che il tuo racconto mi ha preso e trasportato per mano nel viaggio della sensibilità per cercare il cuore degli uomini.
Sono sempre stato dalla sua parte e con lei ho sorriso durante quell’abbraccio.
Sono solo amareggiato perché purtroppo appena ti fai riabbracciare dalla realtà, quei giganti hanno sempre la meglio.
Però bravo.. mi è piaciuto molto il modo come scrivi, il ritmo delle parole ed il viaggio che fai fare al lettore.
Alla prossima.
Sono felice di essere riuscito a trasportarti, mano nella mano con la sensibilità, nel viaggio nel cuore degli uomini. Posso dirti che quei giganti fanno parte di noi, a volte ci demoralizzano, altre volte ci bloccano, ma l’unica cosa che possiamo fare è farceli amici. Anche perché è impossibile farne a meno. Dobbiamo provare a non farci la guerra ma, appunto, abbracciarli.
Grazie ancora e ancora. Alla prossima.
Grazie mille Sara, davvero gentile
Sono bellissime le metafore che hai utilizzato. Il confine liquido mi piac un sacco…. un racconto profondo…