Viola
Serie: Trame
Viola ha quarantasei anni e vive a Milano con la figlia Irene. Insegna lettere in un liceo e scrive da sempre, anche nei periodi in cui ha smesso di pubblicare. La scrittura non è mai stata una vocazione romantica, ma un modo per tenere insieme ciò che rischiava di crollare: le relazioni, il desiderio, la maternità, la perdita.
Per molti anni Viola ha avuto una relazione con Filippo, un intellettuale più anziano, sposato, noto nel suo ambiente accademico. Un legame irregolare, vissuto senza promesse, ma non senza conseguenze. Filippo era per lei un maestro e un amante, una presenza che nutriva e al tempo stesso svuotava. Quando l’uomo muore, Viola crede di aver chiuso definitivamente quella stagione. Si sbaglia.
A cercarla sono i figli di Filippo, Elena e Gabriele. Non la contattano per regolare un conto affettivo, ma per un motivo pratico: Filippo ha lasciato migliaia di pagine inedite, appunti, lettere, testi privati. Serve qualcuno che sappia leggerli senza idealizzarli e senza distruggerli. Viola accetta l’incarico sapendo che non sarà neutrale. Accetta perché conosce quella voce e perché sa che rifiutare significherebbe lasciare irrisolto qualcosa che la riguarda.
Nello studio di Filippo ritrova una parte della propria vita. I fogli non raccontano solo un uomo, ma una relazione rimasta ai margini, mai ufficializzata. Tra il materiale emerge un file criptato: lettere mai inviate. Alcune sono affettuose, altre dure, una è spietata. Non contengono accuse, ma constatazioni. Viola comprende di non aver mai deciso se odiarsi per quella storia o considerarla una forma di sopravvivenza. Questa ambivalenza riapre una ferita che credeva cicatrizzata.
Nel frattempo, la vita quotidiana prosegue. Irene ha sedici anni ed è in una fase di passaggio delicata. Il padre, Luca, vive a Roma con una nuova compagna, Sara, che aspetta un figlio. La notizia della gravidanza produce in Irene una frattura silenziosa. Non esplode, non protesta. Interpreta l’arrivo del fratellastro come un possibile rimpiazzo. Viola lo capisce prima che venga detto. Non forza la figlia a parlare, ma decide di preparare il terreno.
Incontra Luca e Sara in un bar discreto. Espone con chiarezza ciò che Irene ha vissuto negli ultimi mesi: il senso di esclusione, la paura di perdere centralità, il bisogno di essere vista. Sara resta spiazzata, Luca difende alcune scelte, poi ascolta davvero. Non si risolve nulla in modo definitivo, ma viene aperto uno spazio. Irene viene informata dell’incontro. Chiede tempo. Nessuno la incalza.
A casa, Viola si muove in modo operativo. Riordina, cucina, sistema. Non per controllo, ma per reggersi. Gabriele, il figlio di Filippo, entra lentamente nella sua vita. È un musicista, ha uno sguardo misurato, una presenza non invadente. Sa chi è stata per suo padre e non le chiede spiegazioni. Tra loro nasce un rapporto fondato sull’ascolto e su una fiducia priva di dichiarazioni. Quando serve, Gabriele tiene la mano di Viola. Non promette altro.
Nel lavoro sui testi di Filippo, Viola ritrova la propria voce. Dopo anni di blocco, ricomincia a scrivere. Le prime versioni sono sbilanciate, retoriche o eccessivamente crude. Ogni notte riscrive, taglia, riduce. Il processo è fisico, stancante. Non cerca uno stile, ma una posizione. Alla decima versione resta un testo essenziale, privo di difese. Viola lo riconosce. Lo invia alla sua editor, Eugenia, senza attendere conferme. Spegne il computer e va a dormire.
La mattina dopo Irene trova il computer chiuso. Lascia un biglietto sul tavolo: “Hai scritto?”. Non è una domanda curiosa. È una richiesta di verità. Viola risponde con un sì. Irene non commenta. Registra l’informazione. Nei giorni successivi accetta di incontrare il padre. Durante il colloquio chiede una sola cosa: non essere messa da parte. Non parla del bambino che arriverà, ma ne riconosce l’esistenza. In quel momento Viola capisce che la figlia sta costruendo una propria postura nel mondo, autonoma, non dipendente dal conflitto degli adulti.
Arriva una comunicazione ufficiale: Elena ha deciso di vendere la casa del padre. Viola propone di acquistarla insieme a Gabriele. Non per nostalgia, ma per scelta. Vuole restare in un luogo che ha attraversato senza più subirlo. Elena accetta senza ostilità. Comprende che quella casa non è più soltanto un’eredità da liquidare, ma uno spazio trasformato.
Prima della vendita organizzano una serata di lettura. Poche persone, niente esposizione pubblica. Gabriele suona, Viola legge. Irene ascolta in silenzio. Non applaude. Non prende la parola. La casa, per una sera, non pesa.
Un anno dopo, Irene si è iscritta all’università a Milano. Ha scelto di restare. Jacopo, il suo fidanzato, è andato a studiare a Londra. Viola e Gabriele convivono senza farne una dichiarazione identitaria. La casa non appartiene più a Filippo. È diventata uno spazio praticabile.
Viola riceve la prima copia del libro stampato. Il titolo parla di chi resta. La dedica è breve: alla figlia, all’amore, a ciò che l’ha trattenuta dallo scomparire. Sa di non essere una madre perfetta. Sa di aver sbagliato. Sa anche di aver scelto di restare, senza più chiedere permesso.
Nei mesi successivi alla pubblicazione, Viola osserva un cambiamento che non ha nulla di spettacolare. Non arrivano premi, né riconoscimenti immediati. Arrivano lettere. Alcune brevi, altre confuse, altre ancora dure. Lettrici e lettori che si riconoscono in una perdita non nominata, in una maternità imperfetta, in una scelta fatta tardi ma non troppo tardi. Viola risponde solo a poche. Non per difesa, ma per misura. Ha imparato che non tutte le risonanze chiedono risposta.
A scuola, il suo modo di insegnare cambia. Ascolta di più, interviene meno. Non cerca di salvare nessuno. Irene la osserva fare un passo indietro e capisce che crescere significa anche questo: non occupare tutto lo spazio disponibile.
Viola non pensa più alla scrittura come a un risarcimento. Scrive quando serve, tace quando è necessario. Sa che non tutte le storie vanno proseguite. Alcune vanno semplicemente consegnate, integre, e lasciate libere di diventare altro.
Questo è ciò che resta. E per Viola è sufficiente.
Serie: Trame
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Notevole. Bella la tematica della mancata neutralità nel lavoro intellettuale. Mi trova molto d’accordo: specie in letteratura, per quanti sforzi si possano fare, non si potrà mai essere veramente neutrali, non lo era neppure Verga quando scriveva i Malavoglia, il Mastro Don Gesualdo etc. Bravissimo, anche nel ricordarci la continua lotta contro gli irrisolti, e che certi rapporti continuano a lavorarti dentro, anche quando sono biologicamente finiti. Non ufficiale non significa non vero. Grazie.
Ciao! Prima non riuscivo a capire questo episodio perché, infatti, sembrava una sinossi di un libro. Poi ho letto il tuo commento, dove hai spiegato tutto. Sai, che a me piace molto come scrivi. Però in questo caso io non riesco a godermi la lettura.
A volte anche io inizio due-tre storie, faccio uno schizzo e poi lo lascio. Succede anche che dopo un poʼ di tempo “rubo” da quegli schizzi un personaggio, ecc.
Però credo che non sarebbe molto utile se qualcuno prende la tua idea e lo trasforma in un libro. Non lo so.
Mi dispiace, ma volevo essere sincera.
Questo è un soggetto per un romanzo di notevole spessore. Spero sia un’anticipazione e che tu lo scriva perché merita respiro.
Ciao Giuseppe, il mio problema è proprio questo. Di trame del genere ne concepisco molte ma non ho materialmente il tempo di scriverle tutte. Di solito le preparo e le metto da parte, senza riuscire a portarle avanti. Ho deciso di pubblicarle per condividerle e se qualcuno avesse voglia e tempo, svilupparle e renderle romanzo.
Ciao Rocco. Il tuo racconto porta un’emotività molto profonda, evidenziata anche dalla scrittura elegante, capace di intrecciare memoria, desiderio e responsabilità quotidiana.
Viola emerge come una figura intensa e autentica. I suoi gesti, i legami con la figlia e con Gabriele, la cura dei testi di Filippo, raccontano una vita che si ricompone con pazienza e misura.
La narrazione mostra con delicatezza come la scrittura possa diventare un luogo di verità e sopravvivenza, senza retorica, dove ogni scelta quotidiana e affettiva assume un senso profondo.
Grazie Cristiana, hai colto bene il fulcro della storia.
Coinvolgente originale ed intenso
Gran bel racconto! E io conosco una ragazza di nome Viola… ah, no, Violeta, pardon 🙂
Perdita, maternità, e scrittura come forma di sopravvivenza.
Mi hai incuriosito. Ti leggerò sicuramente con piacere.
Sembra la sinossi di un romanzo, oppure é soltanto la premessa? In tutti i casi mi piace. L’ idea di come nasce questa serie mi sembra eccellente. Quando leggo i tuoi testi ho spesso la sensazione che tu sia un autore geniale.
Complimenti!
In realtà questo è la trama di un romanzo. Mi sono reso conto che riesco a “creare” almeno una storia al giorno. Spesso sono solo due righe con uno schizzo, altre volte mi spingo fino alla scaletta, e alla definizione dei personaggi. Per quelle che mi “prendono” di più scrivo magari il primo capitolo. Poi mi viene in mente un’altra storia e ricomincio da capo. Vista la mia età anagrafica mi sono reso conto che non riuscirò mai a scrivere tutto ciò che vorrei e quindi ho pensato di “condividere” le mie trame e se qualcuno le riesce a sviluppare sarò contento lo stesso.
Ho il tuo stesso approccio. E’ tanto stimolante quanto dispersivo. Credo che a un certo punto ci si debba fare violenza, e decidere di approfondirne uno. Per carità, nessun giudizio, sono solo riflessioni a tastiera aperta. Ciao.