#vittima

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Fuori dal locale le manifestanti del movimento #metoo hanno occupato l’intera strada, persino il parco in fondo. Io e la signorina Grace ordiniamo: birra per me, cioccolata calda per lei— pagherò io. Il nostro incontro sarà informale, non devo pressarla. Tiro fuori il taccuino: alla sua età penserà che è strano che io non registri dal cellulare. Neppure mi sta guardando, da dietro i grossi occhiali scuri e il cappello da baseball calato sulla fronte. Non guarda nemmeno fuori dalla finestra, teme la riconoscano.
«Signorina Grace, lei al tempo non sapeva delle accuse a carico del Signor Kingston, sbaglio?»
«No.»
«Non era stata avvertita dalla moglie di lui o da… da qualche ex, un’altra vittima, diciamo?»
«Vittima?»
«Direi di sì. Vittime, così sono giustamente definite dalle manifestanti qui fuori e in generale dall’opinione pubblica.»
«Anche io?»
«Hm?»
«Sono vittima…»
«Diamoci del tu: ti consideri una vittima?»
Nega appena. È dubbiosa? Sarà confusa, ovvio. Povera anima. «Parlando di—»
«Un attimo.» Porta la tazza alle labbra, non beve. «Questa cosa qui, l’intervista, dove hai detto che esce? Lo aiuterà? Tu lo aiuterai, lo hai detto.»
«Non penso gli serva aiuto.»
«Andrà in prigione.»
«Quelli…» come lui non vanno mai in prigione «…non sono esattamente problemi nostri, adesso.» Volto pagina del taccuino. «Come vi siete conosciuti?»
Alza il capo, sorride. Dio santo, è davvero innamorata di quell’animale? No, calma: prima ascolta i fatti, poi giudica. Lasciala parlare, lasciala raccontare. Se sarà un articolo scritto per vendere o uno scritto per dire la verità, lo deciderò dopo.

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Era il giorno del mio compleanno ed era estate. Lui si avvicinò a me, alle spalle: colsi il suo elegante riflesso mentre ammiravo il rosa pallido di una peonia ai piedi di un manichino. Mi chiese se fossi triste, perché a suo dire lo sembravo, e chiunque mi avesse messo addosso quella malinconia era da punire.
 «Anche se sono mamma e papà?»
 Rise. «Soprattutto se sono mamma e papà!»
 Gli raccontai dei miei genitori e del diner che gestiscono, di come per loro litigare per quel buco di locale fosse meglio che passare un pomeriggio con me. Mi fissò per qualche istante e allora mi sentii obbligata a restituire lo sguardo. Come vestiva e come si atteggiava, in pubblico, lo saprai anche meglio di me, essendo uno di quei giornalisti, ma quello che non sai— perché non gli sei mai stato davvero accanto— è che profuma come un fioraio, le sue mani sembravano così morbide! Chissà cosa ci faceva con quelle mani, pensai.
 «Visto che sei così triste, mia dolce bambina, ho un regalo per te.»
Così, col sorriso d’un padre, mi mise al collo la prima di quella che sarebbe stata una lunga serie di collane. Diamanti, un laccetto d’oro bianco, il simbolo sfavillante che ho riconosciuto da una pubblicità mi pendeva adesso tra i seni.
«Vai in giro con una collana in tasca?» Gli chiesi non per malizia, ma solo per curiosità. Gli altri uomini della sua età mi avevano messo sempre e solo le mani al collo, mai collane e tantomeno diamanti.
 «Era per mia moglie.»
 «E cosa le darai, adesso?»
 «Niente.» Accese una sigaretta. «Di collane ne ha già troppe.»

Lo posso raccontare, no? Della mia prima volta con lui. Mi devo fidare di te. Ebbene, non è difficile cedere alla tentazione con un uomo così, non per una ragazza deviata come me— mi definite così, lo so. E non si fa manco in tempo a preoccuparsi, sai, a ricordarsi che già una volta ho rischiato grosso e che potrebbe finire male. I miei stavano pure per scoprirlo, quell’altra volta, visto che al loro diner ci va spesso gente giovane e la presenza di un cinquantenne si nota subito, specie se ha l’alito che odora di benzina per decespugliatore, mitigato da decine di mentine tirate in gola.
 Io al suo flirtare altolocato ho ceduto subito, ho voluto cedere. La collana mi piaceva, magari mi avrebbe regalato altro, anziché prendere e prendere e pretendere come fanno tutti. L’hotel dove siamo stati era uno di quelli che non si può descrivere a parole, io almeno non ne sono capace. Il letto era soffice e caldo, ma le sue carezze di più; la sua bocca sulle mie gambe, poi in mezzo alle cosce, e il suo rimarcare «sai di Pepsi-Cola» hanno reso tutto un po’ strambo. Ma non era un sogno, perché l’indomani mattina ero ancora lì tra le lenzuola e lui in terrazzo a fumare.

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Non pensavo sarebbe scesa nei dettagli. Si fida.
 «Perché hai scelto me, Grace?»
 «Ho letto i tuoi articoli, ne ho letti molti altri di vari giornal— ah!» Una botta sulla finestra, proprio di fianco al nostro tavolo.
 Una manifestante punta il dito verso di me, inizia a scrivere sul vetro appannato: rapist.
 «Cristo… che situazione…» Mormoro tra i denti. «Ehi, Grace? Tutto bene?»
 «S-sì.» Ha le braccia al petto, il fiato corto. La mano trema, di fianco la tazza. «Voglio continuare.»
 «Sicura?»
 Sorride, appena, ma quegli occhi dicono voglio scappare. «Grace…»
 «No, è ok. Fammi proseguire.»

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I miei litigavano ancora per il diner, i soldi pochi e i debiti molti. Io iniziai a portare a casa cash e loro non fecero domande, non come quell’altra volta: non c’era nessun cinquantenne, del resto, alle mie spalle, solo le sue collane che tenevo in tasca per non mostrarle in giro.
 Io e lui partecipavamo spesso a festini, il genere di mega-party che noi persone comuni vediamo solo nei film con Di Caprio. C’erano modelle, modelli, cantanti famosi e davvero ogni genere di divinità del mondo dello spettacolo. Mi voleva far diventare una dea, una modella che avrebbe indossato abiti cuciti da chi ha la mano guidata da Dio. Sfilavo in quei vestiti luccicanti, ma sembrava di indossare la carta traslucida delle caramelle, hai presente? Loro la potevano vedere, la mia pelle, sotto la stoffa, la potevano odorare, toccare, mordere: sapevano che puzzavo di strada, di patatine fritte e olio vecchio di giorni. Tentennavo, pensando che prima o poi sarei stata coinvolta in uno scandalo e tutti mi avrebbero additata: il diner chiuso per colpa mia, mamma e papà soli e disperati, i pochi amici di scuola a darmi della puttana e pretendere schifezze perché tanto adesso sei come quelle zoccole che si vendono per pochi dollari.
 Mi vendevo, sì. Avevo venduto l’anima ai diamanti, a quegli abiti rossi, alle limousine, alle feste, allo sguardo della moglie che sapeva che mi scopavo suo marito ma non aveva il coraggio di dirmi una sola parola a riguardo.

Una mattina, dopo una notte d’amore, notai il suo cellulare suonare— uno tra i tanti che si portava appresso.
 «Tua moglie?»
 «Non ha questo numero, lo sai.» Era nervoso. Per la prima volta.
 «Chi, allora?»
 «Che importa? Che chiamino quanto vogliono, quelle troie.» Si tuffò a letto, tra i miei seni. Mi baciò dove voleva, mi versò sullo stomaco un bicchiere di champagne e seguì le gocce sino a quando non mi si infilarono tra le cosce.
 «Sarò una di quelle troie, un giorno?» Gli tirai i capelli d’argento mentre mi leccava. Gli piaceva— e mi piaceva— così. «Dimmelo. Sono ancora la tua caramella preferita, hm?»
 «Il tuo gusto è raro, bimba. È raro e lo pagherò col sangue.»

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Come devo comportarmi? Ormai non è più un’intervista, si sta solo sfogando. Mi sta dicendo troppo, troppi dettagli, troppe occasioni per vendere questo pezzo a un tabloid di merda per un assegno e un calcio in culo. No, no. Non ci devo cascare ancora. Che articolo ha letto, di me? Quali? Perché si sta fidando?
 «Grace? Vuoi… vuoi smettere? Mi basta così.»
 «A me non basta.» Via gli occhiali. Lacrime bagnano gli occhi smeraldo. «Ti prego, lasciami ricordare, lasciami raccontare. Per favore.»
 Indico fuori dalla finestra. «La manifestazione si sta facendo pericolosa, dobbiamo andare altrove.»
 «Già. #metoo. Nemmeno lui le sopportava.»
 «Non ho detto che non le soppo—»
 «Giustamente, non le sopportava. Era sulla loro lista.» Grace rimette gli occhiali. Spinge via la tazza, la superficie della cioccolata ormai solidificata dall’arietta fresca. «Lasciami finire.» Sussurra.

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#metoo era esploso come una bomba. Lui era furioso, chiamate a destra e a manca: avvocati, contatti, forse mafiosi, che ne so. Ma io non me ne sarei andata mai, gliel’ho fatto capire molto bene. Lui piangeva la notte e si pentiva, diceva che mi aveva trascinata in quella merda. Io lo abbracciavo, lo coccolavo. No, amore, non è vero. Non mi hai trascinata da nessuna parte, ci sono nata quaggiù e ci voglio morire con te. Ti amo. Shhh, amore mio, calmo. Ti amo. Ti proteggo io.

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La sbircio. «E poi?»
 «Basta.»
 «Così? Non è… non c’è altro?»
 «Il resto lo sai.»
 «Sì, ma—»
 «Ti ho detto cose che nessuno sa, neanche i giudici.» Grace si alza dalla sedia e lascia una banconota di taglio alto sul tavolo. «Alla fine offro io, tieni il resto. È stato un piacere discutere così.»
 «Che ne devo fare di questa storia?»
 «Ciò che vuoi.» Sfila occhiali e cappello da baseball, capelli sciolti al vento.
 «Copriti, che fai!?»
 «Non è giusto che puniscano solo lui. Bye-bye.»
 Tira fuori una collana di diamanti dalla tasca, la indossa. Esce dal locale, due manifestanti #metoo la riconoscono subito.

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Discussioni

  1. Anzitutto stilisticamente il livello è sopra la media della piattaforma,come uso del mostrato e gestione del punto di vista. Le descrizioni sono molto minimaliste per lasciare spazio al dialogo,è una scelta azzardata ma ci sta,sei riuscito comunque a creare il minimo di scenario necessario per immaginare la scena. Il dialogo è più che altro un monologo di Grace su,mi pare di capire, una sua storia con un ricco vecchio sposato accusato di stupro?! Il giornalista non ha un ruolo attivo,potrebbe essere una confessione fatta al parroco o una confidenza ad un’amica.Mi sfugge,ma forse è un problema mio,quello che potrebbe essere il vero twist o almeno la parte più interessante della vicenda, perché le manifestati dovrebbero avercela con lei se é considerata un’altra vittima?
    Nota personale:questo è carino ma “voglio ridere come papà” è ad un altro livello”.Dovresti curare un po’i finali, sembra che tu abbia fretta di chiudere la storia😊Stai seguendo qualche corso?Sento aria di Duca 😋
    Ho fatto una rapida analisi”da editor”del tuo testo,come esercizio nell’ambito della mia formazione personale,spero non offendere e fornire anzi qualche spunto utile,con umiltà e spirito costruttivo,ad maiora!Se ti interessa un’analisi più approfondita( pro bono ovviamente) scrivimi in pvt,tanto x me,come detto,é un esercizio😊🙏

    1. Ciao! Visto che ti interessa l’editing come formazione, andrò più nel dettaglio.

      Non sto seguendo il corso del Duca, lo conosco e ci ho parlato a qualche fiera, ma per il resto studio tutto per i fatti miei. Grazie degli appunti.
      Il testo è nato come esercizio su un gruppo privato, dunque ho voluto testare delle nuove robe (l’ho scritto molto sciallo, un po’ si nota). Alcuni hanno dato del passivo al Giornalista, capisco pure il perché ma è secondo me un’errore perché il Giornalista nasce come personaggio “quasi” protagonista e, oltra ad avere un ruolo di “specchio narrativo”, ha una sua crescita personale all’interno del testo (piccola, ma presente). Lei narra sì di un rapporto avuto con un uomo ricco che è stato travolto nel caos delle accuse di #metoo; ci sono vari riferimenti nel testo e frasi che dovrebbero far capire il suo background e quello di Grace che ha già avuto esperienze con uomini adulti e trova in lui una sorta di “amore reale e conclusivo”. Da questo amore nasce il racconto (contattare il giornalista per far uscire un articolo che potrebbe “aiutarlo” a non finire al gabbio).
      Sui finali: i miei finali sono sempre particolari, soprattutto nei racconti. Ho una teoria per cui ci sono vari tipi di finale, di conclusione: che sia di arco narrativo del personaggio o degli eventi; non sempre le due cose sono contemporanee. Qui l’arco narrativo di lei è già concluso a inizio storia, perché sta raccontando e ricordando; la scelta finale serve a dirlo al lettore. Si chiude, a filo, una sorta di trama (nel fatto che termina la sessione di racconto al giornalista e lei esce in strada). Uscire in strada è un altro segnale (tematico) che va a unirsi a quanto detto prima; ai fini della storia, va visto come segnale che lei ormai ha fatto ciò che doveva e accetta di pagare le eventuali conseguenze. Tra l’altro, l’essere coperta e l’ammonizione del Giornalista indicano che lei è già volto noto, per questo uscire ha pure un valore di “immolazione”.
      Sì, se vuoi puoi mandarmi un’analisi ma considera che il testo è già stato editato (così di fretta per metterlo qui).

    2. Non mi lascia rispondere direttamente al tuo commento 🤷🏼‍♂️ Grande,è così arancione di persona o spicca tanto solo in video?🤣🙏 Potrei sapere se l’esercizio aveva un tema particolare,una traccia di partenza o qualcos’altro?sembra interessante ☺️✌️

    3. Non so come risulta in video, ma di persona è relativamente arancione 😀
      Bisognava scrivere partendo da una canzone. Io avevo a disposizione “Cola” di Lana Del Rey (scelta volontariamente da me, perché mi piaceva il mood).

  2. Veramente un bel racconto. Molto pulito, la scrittura lineare e i dialoghi che portano avanti bene la narrazione. Mi piace il tema che affronti e soprattutto come lo affronti. Perché è sempre così facile puntare il dito. Lo fanno tutti. Gli uomini e le donne “perbene”, ammesso che esista un significato per questo aggettivo. In fin dei conti, a mio parere, ci siamo stati tutti, da una parte e anche dall’altra e non impariamo mai niente. Interessante la figura del giornalista che si pone tante domande e ha rispetto di chi ha di fronte. Sembra più uno scrittore, in verità, uno che racconta una storia, senza giudicarla. Bello il finale, perché ci vuole coraggio.

    1. Ciao. Il testo ha come ispirazione una canzone— in realtà più di una— di Lana Del Rey: facendo ricerche sulla canzone ho scoperto delle cose che ho voluto includere nel racconto e nel “nucleo” narrativo, da qui il tema e la direzione del tutto. Per il resto, ho voluto lasciare aperte le interpretazioni, come sempre (ma stavolta senza metterci troppo del mio, sfruttando due voci narranti con le loro posizioni e “autorità”), giocando un po’ sul significato di “vittima”.