Voci dal passato

Mentre saliva le scale che portavano in mansarda, Robi realizzò che erano parecchi anni che mancava da casa. Se qualcuno gli avesse domandato il perché non sarebbe stato in grado di dare una risposta convincente. La verità è che troppo spesso si tende a dare ogni cosa per scontata. Sotto il suo peso intanto i gradini di legno scricchiolavano, riempendo l’aria con la loro risentita protesta. Qualche raggio di sole penetrava con prepotenza nell’ambiente scuro attraverso il vetro dell’abbaino. Fasci di pulviscolo atmosferico erano sparati obliquamente sulla parete come la luce di un proiettore. L’unica differenza era rappresentata dal fatto che gli spettacoli della natura non erano finzione, bensì solida e affascinante realtà. La sua attenzione si focalizzò subito su ciò che era stato abbandonato in prossimità della parete di sinistra. Vicino al vecchio televisore col tubo catodico giaceva il suo vecchio stereo. Lesse l’improbabile marca sul bordo in alto a destra, piccole lettere bianche sullo sfondo nero, e sorrise con soddisfazione. In tanti anni quell’oggetto dal marchio sconosciuto non lo aveva mai deluso, svolgendo con estrema professionalità il suo compito, nonostante non fosse stato assemblato da nessuno dei colossi giapponesi della stereofonia. Prese a rigirarsi tra le mani le copertine dei vecchi vinili: Prince, U2, Bruce Springsteen, Sting. Tutta gente che era riuscita a sopravvivere alla vecchia generazione dei 33 giri e continuava a difendersi con dignità nel variegato panorama musicale del terzo millennio. Estrasse il vinile The Joshua Tree degli U2 e lo posizionò con cura sul piatto. Quindi azionò una piccola leva e fece scorrere la puntina sul disco. Il rumore gli azzannò le orecchie. Azionò nuovamente la leva facendo risollevare il braccetto. Fece un’altra prova, girando il long playing, ma il risultato fu il medesimo: suoni gracchianti a profusione. Pareva che Bono fosse intento a scuoiare un branco di cinghiali. Puntina dello stereo andata. Elementare Watson. Abbandonò a malincuore i vinili, spostando l’attenzione sulle musicassette, altri protagonisti oramai dimenticati di un magico passato. Spulciò tra le miriadi di custodie di plastica, ricordandosi di quando, ancora adolescente, si dilettava a registrare dalla radio le canzoni del momento, stando attento a troncare gli stupidi interventi finali del deejay di turno. Ma perché dovevano sempre profanare le canzoni coi loro interventi senza senso? Ora il perché gli era chiaro, ma all’epoca la cosa lo faceva parecchio incazzare. Cominciò a leggere i titoli scritti col pennarello nero sul dorso delle custodie: Varie 1993, Varie 1994, Varie 1995. Si fermò sul 1995. Pensò che quella era stata un’ottima annata, l’ultimo periodo di innocenza prima di corrompere i propri sogni col raggiungimento della maggiore età. Scorse velocemente i titoli di quella compilation casalinga: Two can play that game(Bobby Brown), Boombastic(Shaggy), Gli anni(883). Estrasse la cassetta dalla custodia e la inserì nella piastra dello stereo, poi mandò avanti veloce. Che nostalgia! Gli anni degli 883, la canzone che rappresentava la sua vita di ragazzo. La sua e non solo la sua. Forse quella di gran parte dei figli della sua generazione. Ogni tanto stoppava il nastro, per poi rimandarlo subito avanti. Al quarto tentativo le ultime note della canzone di Shaggy cedettero il posto alla colonna sonora del suo periodo adolescenziale. Stessa storia stesso posto stesso bar stessa gente che vien dentro consuma poi va…La canzone era iniziata, ma le sue orecchie non riuscivano a sentire quelle parole in musica, tutti i suoi sensi erano già stati rapiti dalla macchina del tempo e delal memoria. Come dentro ad uno specchio magico rivedeva l’anno in cui a scuola si era beccato sette materie ed era stato bocciato, lo stesso anno in cui durante l’estate aveva passato più tempo al mare che a casa, l’estate migliore della sua vita in cui si era divertito di brutto. Coi pensieri tornò ancora più indietro,  alla prima volta che aveva fatto sesso, alla tensione, all’emozione, ma soprattutto alla smania di staccarsi dalla pelle quella fastidiosa etichetta di verginità. Ricordò la mattina che quella macchina gli aveva tagliato la strada e col motorino era andato a finire contro un muro di mattoni. Aveva sbattuto la faccia, ma incredibilmente non si era fatto praticamente nulla. Lo scooter invece era da buttare. Pensò anche alle prime serate in discoteca con gli amici, col rito della sigaretta e del contreau, l’unico sballo che in vita sua si era mai concesso. La sua era stata una giovinezza normale, spensierata come quella di tanti altri ragazzi italiani, un periodo semplice dove le parole problemi, sogni infranti, disagio, non avevano trovato posto nel suo vocabolario. Poi crescendo si era accorto con delusione che quelle parole, insieme ad altre ancora più brutte, avevano fatto lievitare la mole di quel fantomatico dizionario. Mentre Max Pezzali stava ancora declamando il suo inno di quegli splendidi anni, sentì la voce di sua madre che lo chiamava dal piano di sotto. Era ora di andare. Spense lo stereo poi scese le scale. Andò un attimo in bagno e si fermò a guardare allo specchio il proprio viso rigato dalle lacrime. Fece scorrere l’acqua del lavandino per lavarle via, ma anche dopo che si fu sciacquato ed asciugato il viso, continuò a sentire quei solchi umidi, quasi come fossero sotto pelle. Adesso in quell’odioso vocabolario di prima era entrata anche la parola morte. La parola che ogni essere teme e ogni uomo rifugge. Non che non la conoscesse prima, ma il suo effetto dirompente l’aveva testato solo da pochi giorni. Mentre usciva da quella casa con sua madre e i suoi fratelli per presenziare al funerale del padre, realizzò definitivamente che quegli anni d’oro di cui cantavano gli 883 non sarebbero mai più tornati. Certo, li avrebbe conservati gelosamente nella sala dei trofei della sua vita, e ogni tanto avrebbe soffiato via il velo di polvere che li ricopriva. Ma non sarebbe mai stata la stessa cosa.

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Discussioni

  1. Mi è piaciuto molto come hai saputo trasmettere il senso di nostalgia e “rabbia pacata” che prova il protagonista. Il lettore, o almeno quelli della nostra generazione, entrano subito in empatia, hai fatto riferimenti a cose semplici, ma che hanno rappresentato gli anni migliori. Per gran parte del racconto mi chiedevo perché questa rabbia pacata? Poi il finale me lo ha svelato e la nostalgia e il senso del non ritorno è stato davvero forte. Ho apprezzato molto lo stile, il racconto si legge di corsa e tutto di un fiato, proprio come la vita che avanza. Davvero sinceri complimenti.

    1. Ciao Massimo, grazie per i complimenti. Apprezzo davvero tanto.

  2. @demiszampelli ho girato molti posti, vivendo in tante realtà diverse… a volte si ha paura di lasciare andare qualcosa, di cambiare, non capendo che comunque le cose e le persone cambieranno lo stesso nel tempo, come a nostro modo lo facciamo noi, tutta muta, quindi sì, hai ragione, i cambi di prospettiva sono molto importanti.
    Il fatto è che tante volte non si cambia in meglio, purtroppo, ed è quello l’amaro più difficile da disciogliere in noi, oltre al fatto che, una parte di passato, come tale, ci sembrerà sempre più bella di qualsiasi altra cosa, perchè ormai è già esistita in noi.

  3. Racconto vortice, ti succhia dentro la nostalgia e quasi non esci più.
    Per me che sono nata agli inizi degli anni ’90, leggerti è come stato dare uno sguardo al mio inizio.
    Sono stati gli anni che hanno dato vita alla rivoluzione tecnologica e culturale che dura ancora adesso, che ci ha portato ad oggi e no, quegli stessi bar e quella stessa gente, sembra che comunque non possono tornare più, nonostante abbiamo rappresentato la nostra vita, e il finale, con il termine di essa, chiude in modo agrodolce quella sensazione di passato. Bravo!

    1. Ciao Marta, grazie per le belle parole, sono felice del tuo apprezzamento. Purtroppo è vero, i luoghi e le persone della nostra giovinezza purtroppo non tornano più. Le città cambiano, le persone che abbiamo incontrato e con cui siamo cresciuti cambiano, e anche se facciamo fatica ad ammetterlo anche noi cambiano un pò. Le esperienze ti fanno vedere le cose in un modo diverso e da un’altra prospettiva. Forse è giusto così, è la maturazione dell’individuo, ma quel sapore che avevi in bocca quando avevi diciott’anni purtroppo lo puoi ritrovare solo nei ricordi.