Voglio ridere come papà

Papà prende una forchetta dal cassetto, ma gli scivola dalle mani. Si china un attimo per raccoglierla, ma si blocca a metà e si massaggia la schiena; puntellato al mobile, sospira e si gira verso di me. Ride appena.
«No, no, Martina, lascia stare. Ne prendo un’altra.»
«Ok.»
Non stavo per alzarmi, ma credo che quei suoi occhi dalle sopracciglia tutte pelose e sparate a caso vedano un po’ ciò che vogliono.
«Ho aggiunto un po’ di pepe, stavolta.» Mi piazza il piatto davanti e sogghigna tra sé e sé. «A me non è mai piaciuta, così. Però non so, tra figlia e madre, magari… non so. Mangia, eh. Inizia.»
Zoppica verso il piano cottura e prende il secondo piatto, il suo. Respira e tossisce. Si trascina al tavolo.
«Dov’è il bastone?»
Mi fissa. «Bastone? Abbiamo un bastone, ora?» E ride. Di nuovo.
Controllo con un’occhiata l’angolo tra la porta e il frigo. Sembra che non lo abbiamo più, no. «Io devo uscire, te lo avevo detto. Non mangio a casa.»
«Hm?»
«Ti ho lasciato un vocale.»
«Oh, sì. Ma… come funziona? Non si sentiva.»
«Il volu— vabbè ascolta, io vado. Ciao.»
«Vedi che c’è freddo, vestiti.»
Ma quale freddo, dove vive, questo qua?
«M-Martina, ascolta un attimo, che domani forse non mi trovi a casa che—»
«Tu che esci di casa?» Giro la maniglia. «Seeee vabbè.»
Si incupisce, sbatte la forchetta sul tavolo. Fa per alzarsi, ma gli trema la gamba e torna seduto.
«Dai, che vuoi, che mi aspettano.»
«Mi dai tempo? Ah, Gesù, un attimo, tesoro mio.»
Tesoro? Questo mi vede ancora col pannolino. «Tempo che ti spicci si fa matti—»
«Ho trovato un nuovo lavoro. Pagano, pure. Qui vicino.»
Mi cade quasi il cellulare dalle mani. «Che lavoro? Non serve.»
«Non serve? Non… non avevi detto che c’è la gita? La scuola. O no?»
«Sì, ma…»
«E costa, eh. Costano, le gite, oggi.»
«Che lavoro è? Cassiere? Che ti fanno fare?»
«Cassiere? Dai, Martina, i cassieri oggi li vogliono tutti giovani e belli.» Ma che ti ridi? Che?
Metto il cellulare in tasca. «Vabbè…»
«Faccio il muratore, Martina. Per la ditta del signor Torrisi. Amici da parte di mamma, dei genitori suoi, del signor—»
«Ciao.»
«Marti— oh? Che hai? Che fai? Prendi il cappotto.»
«È estate, te ne sei accorto?!» Esco e sbatto la porta dietro di me. «Pazzesco…»

Bevo due cocktail, mi gira la testa. Non parlo con nessuno. La gente attorno balla e si piega e sono tutti lì che si spaccano. Ma non si spaccano mica davvero, con quelle belle gambe solide, quei torsi d’acciaio, quelle braccia agili, quegli occhi vivissimi. Se papà ballasse, oltre a far ridere gli salterebbe via la gamba. E non penso la cosa lo fermerebbe. Direbbe di aver inventato un nuovo passo, una nuova danza, e se ne starebbe lì a saltellare su un piede. Non sono manco sicura gli faccia male. Magari zoppica per abitudine, ormai. Non si accorge se è estate o meno, figurati se si accorge se sta bene o male. Ride, no? Se ride significa che sta bene.

Papà va a letto alle sette. Alle sette! Prepara pranzo e cena la sera prima.
«Martina?»
«Madò, che hai? Pare che stai morendo. Che c’è?» Lo guardo, stravaccato sul divano.
Tiene gli occhi chiusi. Manco si muove. Ha del cemento tra i capelli, un cerotto al pollice, una scarpa tolta e l’altra no.
«Martina?»
«Eh.»
«La cena è… dove sei?»
«Sono qui.»
«Hm, sì. Ehi. Senti…» Si mette seduto. Stringe i denti per un istante e boccheggia. «La cena è nel fornetto. Giri a cinquecento watt, senza grill. Si riscalda in poco, hai capito?»
«E tu non mangi?»
«Io…? Ah, io, sì. Io poi. Poi.» Si alza, barcolla. Si appoggia a una sedia, poi al muro, poi allo stipite della porta. «Mi lavo, tesoro.»
«Papà, stai bene?»
Si blocca. Si blocca come un cellulare rotto. Schermo nero, stecchito.
«Oh?» Mi avvicino.
Alza di un filo il capo. «Certo, amore. Sto benissimo.» Mi sorride.

Bevo due cocktail. Mi viene da vomitare. È ancora sera, papà potrebbe essere sveglio. Voglio tornare a casa.

Il bus mi lascia nella via dietro casa. Apro la porta. C’è una busta sulla scarpiera, è sporca di pittura rossa.
«Pa’, sei a casa?»
«Sì, amore.» Risponde. Sarà in cucina. «Penso che… credo che mi sono fatto male, un po’.»
«Vediamo, sarà il solito taglietto.»
È davvero in cucina, seduto su una sedia. Ha il pantalone arrotolato al ginocchio. C’è sangue. Sangue?
«Ma che ca— che hai fatto!? Papà!»
Ride.
«Papà non è il—»
«Li hai visti i soldi? Sono sul mobile delle scarpe.»
«Quali soldi?»
«Per la gita, tesoro. Mi ha pagato oggi, perché sono stato un paio d’ore in più. Persona deliziosa, il signor—»
«Zitto!» Mi inginocchio di fronte a lui. «Ma che ti metti a fare in queste condizioni, che sai che ti fai male?»
«È una cosa leggera. È stata più la paura.» Inizia a fissarmi. E a piangere. Non se ne rende conto. Ha ancora il suo sorriso scemo, ma ha pure grosse lacrime tra la barba bianca di malta. Si stringe le mani al petto e geme, ansima.
«Non fa niente, papà, la ferita passa e—»
«Spero che ti diverti alla gita, amore mio. Spero che ti piace.»
«Papà, quale gita, io—»
«Ti diverti. Voi giovani vi dovete divertire.»
«Non ci voglio andare.» Lo abbraccio. Mi piange contro il petto, a grossi singhiozzi. «E ora tu lasci il lavoro.»
«Ma bisogna fare qualcosa, lo sai…»
«Lo faccio io. Lavoro io. Faccio la cassiera, che sono bella, a differenza tua.»
Ridiamo. Forte. Fortissimo. Passerò il resto della mia vita ridendo, perché tu hai sempre riso e adesso capisco perché.

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Discussioni

  1. Una favola moderna dove la lentezza narrativa dei momenti con il padre si mescola perfettamente con il ritmo sostenuto utilizzato per descrivere la vita della figlia. Un finale delicato e toccante. Mi hanno commossa le lacrime del padre. Molto bello

  2. Ballo e commovente, grazie di averlo condiviso. Leggendolo continuavo ad identificarmi ora nella figlia, ora nel papà…ed il finale mi ha toccata profondamente. Finché c’è amore c’è speranza.

  3. Oltre alla gioia di rivederti su questi canali, sono profondamente commosso da questa storia. Davvero. Toccante, umana, delicata. Talvolta la tenerezza suscitata da un genitore, paradossalmente, genere reazioni sgarbate. Ma è facile, molto facile tornare sui propri passi e lasciarsi andare anche alle lacrime. E capire. Noto inoltre un cambio di stile, molto più serrato, dialoghi avvolgenti e ben ritmati. La prospettiva della prima persona mi sembra molto più immersiva. Bentornato Giò!

    1. Grazie, sono felice di essere ritornato! Le ore della giornata sono quelle che sono e i progetti molti, ma cercherò di dedicare del tempo— e qualche racconto— a questa piattaforma che mi ha sempre voluto bene. Per quanto riguarda lo stile… ho speso del tempo a studiare, tutto qua 😂

  4. Ciao Giovanni, un racconto commuovente. Mentre leggevo avevo il timore che la figlia non realizzasse quello che aveva e quello che le serviva davvero solo dopo una tragedia. Sono veramente felice di questo finale invece.

  5. Leggendo il racconto mi sono commossa. I due protagonisti vivono su mondi mentali differenti, ma alla fine l’amore è quello che trova il modo di unire. La povertà gioca sporco, impedisce ai genitori di far spiegare le ali ai figli come sarebbe loro desiderio. I giovani provano rabbia, gli adulti frustrazione: forse, meglio ridere davvero.

  6. Un racconto che rende bene l’ idea di cosa significa, per tanta gente, arrabattarsi per campare e sacrificarsi con lacrime e sangue, per far felice chi si ama. Una realta` triste e amara, addolcita dall’ affetto di un legame forte e profondo, tra padre e figlia, nonostante i mugugni della ragazza e le solite raccomandazioni di un genitore un po’ assillante. Una storia breve che lascia intuire molto piu` di quanto non dica. Bello!