Zero assoluto

Beatrice sentiva il rumore leggero della tv al piano di sotto; era un giovedì sera qualunque, uno di quelli da cui non puoi aspettarti nulla. In realtà Beatrice aveva smesso di aspettarsi qualsiasi cosa, dal lunedì alla domenica. Ogni giorno per lei era composto da ventiquattro ore di sessanta minuti ciascuna, e in ognuno di quei minuti regnava una stasi a dir poco surreale. Eppure gli altri, coloro che ogni giorno la circondavano, sembravano non fare caso a tutto questo. Di solito quando Beatrice la mattina andava a scuola, sulla corriera l’aria era satura di risate, insulti, domande, risposte e baci, e lei passava quasi inosservata, mentre guardava sul vetro la sua debole immagine riflessa che si andava a sovrapporre al paesaggio, prima i campi avvolti dalla nebbia, poi i capannoni grigi delle fabbriche, infine la cinta muraria della città. Ed ogni giorno a Beatrice sembrava di non appartenere a ciò che era intorno a lei, tutte le sue certezze pian piano svanivano davanti ai suoi occhi. I suoi compagni di classe avevano tutti qualcosa in più di lei, qualche peculiarità che li distingueva. Tutti avevano amici e amiche di cui si potevano fidare, tutti avevano successo in almeno un aspetto della loro vita, nessuno di loro evitava gli sguardi, nessuno di loro aveva gli occhi spenti. Beatrice era convinta del fatto di non appartenere a quella massa informe che in molti chiamano società. Ogni cosa che faceva, prontamente non gli riusciva, ogni volta che provava a fare amicizia veniva scartata dal resto del gruppo, quasi silenziosamente, come se il cerchio si restringesse poco a poco escludendola, senza fare rumore. Così Beatrice un giorno decise di giudicare la sua immagine riflessa allo specchio: non troppo alta, né troppo bassa, occhi scuri dietro un paio di occhiali, capelli castani in quel momento lasciati liberi ma che spesso imprigionava in uno chignon, viso magro con qualche brufolo assolutamente da coprire, un naso troppo grande, corporatura snella, con due ginocchia che forse sporgevano troppo fuori. Non capiva cosa c’era che non andava, forse i parametri di giudizio delle altre persone erano diversi dai suoi. In diciassette anni si era innamorata soltanto una volta, ma non ebbe mai il coraggio di farlo presente in alcun modo a nessuno, nemmeno alla persona per cui aveva provato questo sentimento del tutto sconosciuto che le aveva dato una nuova spinta. Ma come tutte le cose belle, si affievolì pian piano, per poi scomparire del tutto alla vista di un abbraccio in cui lei non era coinvolta. Si ricordò poi dell’estate, il periodo in cui tutti sono felici, quando il sole è sempre alto nel cielo, quando ogni problema sembra appartenere al passato. Lei riponeva molte speranze nell’estate: poteva finalmente diventare una ragazza come le altre, ma soprattutto poteva imparare a sorridere. Beatrice si rese conto ancora una volta, che queste erano soltanto illusioni, poiché ogni anno all’arrivo di Giugno si accorgeva che a nessuno interessava di lei, il suo approccio con gli altri individui della sua età non portava mai a nulla, così d’estate come in ogni altro periodo dell’anno. Poi Beatrice si accorse di non saper descrivere cosa avveniva dentro di lei; cercò di parlarne con i suoi genitori, che però sembravano non capire minimamente la grandezza del vuoto che pian piano la stava divorando. La situazione degenerò a tal punto che per lei la musica era soltanto rumore.

Anche questo giovedì andava verso la conclusione e la ragazza decise di andare a letto e addormentarsi. Ormai non sperava più che il giorno dopo fosse migliore di quello appena passato. Nel cuore della notte Beatrice aprì di colpo gli occhi. Era freddo. Questa è la prima informazione che ricevette dall’ambiente circostante. Era un freddo intenso, deciso, e Beatrice non capiva cosa stava accadendo. Era come se il suo corpo venisse trafitto in ogni sua parte. Intorno a lei regnava un silenzio profondo, non avvertiva nessun rumore né in camera sua, né dalla finestra che dava sulla strada. Cercò con tutte le sue forze di alzarsi dal letto e alla fine ci riuscì, non capendo come fosse possibile che il silenzio si mantenesse sempre allo stesso modo. L’aria era densa, e ogni respiro bruciava le sue vie respiratorie fino ai polmoni. Beatrice camminò contrastando l’attrito con l’aria, per uscire in corridoio. Era tutto ghiacciato, una leggera patina di brina ricopriva ogni cosa. Si sforzò per arrivare alla camera dei suoi genitori ma non riuscì in alcun modo ad aprire la porta, serrata dal ghiaccio. Avrebbe voluto gridare, ma dalla sua bocca non riusciva più ad emettere alcun suono, a causa del freddo, del dolore causatogli da ogni respiro, e dal fatto che niente sembrava riuscire a muoversi in quell’aria. Beatrice si mise a piangere ma le lacrime che rigavano le sue guance si trasformavano in tante striscioline ghiacciate. Anche quelle che erano rimaste sospese negli occhi si solidificavano provocandole un dolore atroce. A passi lenti tornò in camera per aprire la finestra che dava sul balcone. Nonostante non riuscisse quasi più a vedere, scorse il paesaggio. Il silenzio e l’immobilità erano terrificanti, la superficie di oggetti, auto, case, strada, era lucida e quasi trasparente. Beatrice si voltò un ultima volta la sua camera prima di uscire in balcone. Si accorse che sia l’orologio da parete che la sua sveglia sul comodino avevano le lancette ferme. Uscì sul balcone, e notò che la temperatura esterna era uguale a quella interna. Alzando lo sguardo al cielo, con quella poca vista che ancora le rimaneva riuscì a guardare le stelle, che con il loro luccicare erano l’unica cosa che ancora sembrava dotata di movimento. Beatrice appoggiò le mani sulla ringhiera del balcone, accorgendosi che non era più capace di muovere le gambe. Girando a fatica la testa da una parte all’altra, non riusciva a cogliere alcun segno di vita, nemmeno il più piccolo insetto. Tutto era freddo, tutto era fermo, tutto era immobile. Una mezzaluna sembrava formare un sorriso sbieco nel cielo, mentre Beatrice ormai si accorse che non poteva più muovere un muscolo. Con uno sforzo immane riuscì ad alzare la testa verso l’alto, con la speranza di scorgere il minimo soffio di vento che muovesse le foglie degli alberi, o un aereo che fosse passato nel buio della notte. I suoi capelli castani si erano anch’essi solidificati, i suoi occhi scuri, ormai ciechi, erano cosparsi di fitti cristalli di ghiaccio. Beatrice, con le mani ormai incollate alla ringhiera, rimase così per sempre a fissare il cielo.

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Discussioni

  1. È una storia che mi ha turbato. Non ho colto pienamente il simbolismo di quello che è successo a Beatrice, forse il senso di quello che accade alla protagonista è lasciato alla libera interpretazione del lettore…ad ogni modo il senso di inadeguatezza di Beatrice è tangibile e realistico. È comune a tante persone che anziché rimanere pietrificate (forse è un sollievo?) vanno avanti da sole in mezzo alla gente. Storia intensa.

    1. Ciò che accade alla protagonista può essere visto come un viaggio all’interno di sé stessa, dove tutto diventa freddo e immobile fino ad andare ad intaccare il suo stesso essere; il cielo a cui rivolge lo sguardo alla fine rappresenta tutto ciò di esterno a lei, che non è mai riuscita a comprendere o a cui non è mai riuscita ad arrivare. Infatti le stelle sembrano le uniche cose dotate di movimento.
      D’altronde come hai detto tu, il lettore può fare una libera interpretazione di ciò che ho scritto, ognuno può cogliere aspetti differenti o nascosti in una stessa situazione.

  2. Il viaggio che fa Beatrice sulla corriera somiglia al paesaggio dalle mie parti, campi, nebbia in autunno fino alla città, dalle colline a centro. Dico che l’ambiente dove Beatrice vive in questo racconto la costringe allo zero assoluto ed eterno pare. Nessuno in grado di percepire il suo disagio.

    1. Sì, è tutto visto attraverso i suoi occhi. In questo caso lo zero assoluto si rifà anche ad una misurazione fisica, la temperatura minima a cui si può arrivare

    1. Grazie mille! Esatto, alla fine ciò che Beatrice prova dentro si riflette all’esterno