4. La Villa

Serie: L'imperfetto


NELLA PUNTATA PRECEDENTE:

Maia lo notò subito.
Fino a un istante prima, pur distante nei pensieri, Lucian aveva risposto, partecipato. Ora invece era immobile, con lo sguardo fisso davanti a sé. Il volto improvvisamente più pallido.

«Ehi… ci sei?» Provò a distrarlo, dandogli un leggero colpetto sul braccio. «Stai diventando più silenzioso del solito. Questo è un record.»

Lui non rispose. Il cuore gli batteva più forte, senza motivo apparente. Cercò di dare un senso a quel gelo che gli serpeggiava dentro. Suggestione, forse. O un ricordo sepolto.

Poi capì.

Davanti a lui, immersa nell’ombra discreta della notte, c’era la villa. Quella villa. La facciata immobile. Le finestre erano buie, ma non cieche. Davano l’impressione di osservare senza riflettere nulla. La porta era chiusa. Tutto era avvolto da un silenzio che custodiva un segreto stanco di restare tale.

Per un attimo pensò di essersela immaginata. Ma poi la vide: una luce fioca, tremolante. Accesa all’interno della magione. Un bagliore debole, quasi irreale.

L’aria gli si bloccò in gola. Chi poteva esserci lì dentro? La villa era disabitata da tempo. Nessuno avrebbe dovuto trovarsi lì. Eppure quella luce era reale. Una presenza tangibile dentro l’oscurità.

Maia continuava a parlare, ignara. La sua voce si faceva più lontana, filtrata da un’altra dimensione.
Lucian fece un passo avanti. Poi un altro. Non era lui a decidere: qualcosa lo stava spingendo. Doveva entrare.

«Lucian!» La voce di lei lo raggiunse all’improvviso, strappandolo per un attimo alla trance. Sentì la sua mano afferrargli il polso, tirarlo indietro con forza. «Che diavolo stai facendo?»

Lui si voltò appena. Gli occhi ancora fissi sulla villa.

«C’è qualcuno lì dentro.»

«E allora?» Maia si mise davanti a lui, cercando di sbarrargli il passo. «Lucian, è buio. Mi stai spaventando.»

Lui non l’ascoltava più. Il battito nel petto era frenetico. Cercò di respirare, ma l’aria non bastava. Tutto dentro di lui gridava di andare avanti. Oltrepassare quel cancello arrugginito. Varcare quella soglia proibita.

Maia strinse la presa, i suoi occhi erano pieni di preoccupazione.

«Lucian, ti prego. Fermati!»

Non l’aveva mai visto così. Lo conosceva abbastanza da intuire che in lui esistevano zone d’ombra che non avrebbe mai compreso del tutto, ma quella era diversa.

Lui liberò il polso con un gesto secco.

«Devo sapere.»

«Sapere cosa?!»

Lei lo guardò con disperazione, cercando di afferrarlo di nuovo, ma era già troppo avanti. Un passo. Poi un altro. Il cancello cigolò piano quando lo spinse.

Maia rimase indietro. Immobile. Il fiato sospeso.

Lucian posò la mano sulla maniglia. Era socchiusa. Una corrente d’aria fredda filtrò dall’interno, sfiorandogli il viso come un respiro invisibile. Per un istante gli parve di udire un sussurro. Un suono appena percettibile. Forse solo il vento tra le pareti vuote. Poi, un altro suono. Lieve. Il pianto lontano di un bambino.

Si fermò. Solo un battito, poi il silenzio assoluto. Varcò la soglia. E solo allora si accorse che il mondo non lo stava seguendo.

La villa resisteva. O almeno, cercava di fingere. Da fuori conservava ancora una parvenza di eleganza: colonne che si ergevano per inerzia, cancelli in ferro battuto divorati dalla ruggine, la simmetria stanca di un tempo che non sapeva come morire. Ma dietro quella facciata, la vita si era ritirata da anni, lasciando solo l’eco di sé stessa.

Lucian varcò la soglia. Il silenzio lo accolse come un respiro primordiale. Ogni passo dentro la casa suonava come un’intrusione. Il pavimento scricchiolava, la polvere si alzava in fili sottili che scintillavano nella luce morente dei lampioni filtrata dalle imposte rotte. L’aria era pesante, umida, carica di quell’odore dolciastro di legno fradicio, muffa e ferro ossidato. Ogni cosa intorno a lui sembrava sul punto di cedere. Era un organismo stanco. E lui ne sentiva il battito, appena sotto la pelle.

Il corridoio si apriva in una penombra spessa. I muri, un tempo bianchi, avevano perso ogni memoria di purezza. La carta da parati si staccava in lembi, come pelle che si sfoglia, le crepe correvano lungo le pareti in linee che parevano vene, o ferite mai rimarginate. La villa respirava piano. E con ogni respiro, lo osservava.

La luce tagliava il buio in strisce diagonali, rivelando un salone laterale. Al centro, inciso nella pietra del pavimento, un simbolo. Non era un graffio superficiale, né un segno casuale, ma una geometria precisa, tracciata con una mano consapevole. Intorno, macchie scure. Sangue rappreso, denso. Tra i frammenti di vetro e i resti di legno, vide delle ossa. Piccole, spezzate, disposte in modo quasi rituale.

Si chinò.

Alcune erano vecchie di decenni, altre più recenti, forse resti lasciati da ragazzini entrati in cerca di una leggenda da raccontare. Ma quel simbolo no. Quel segno non apparteneva al gioco. Era più antico, consapevole.

Una corrente gelida gli sfiorò il viso. Si voltò, ma dietro di lui non c’era nessuno. Solo il silenzio, rotto da una nenia lontana. Un suono malinconico, quasi un lamento, che lo attirava verso il buio.
Lo seguì.
Il suono lo guidava lungo un corridoio più stretto, fino a una porta socchiusa. La spinse piano.

La stanza che lo accolse odorava di chiuso. Le tende erano ridotte a veli corrosi, il letto coperto da un telo chiazzato di muffa. Ogni mobile si piegava sotto il peso del tempo. Poi, sulla toilette, qualcosa. Una fotografia, il vetro incrinato.

La prese tra le dita, con cautela. In quell’immagine: lui. Sophia. E tra loro, aggrappato alla gonna di lei… un bambino.

Continua...

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