4052

15 ottobre 4052

Nave ammiraglia Giapeto

Orbita alta attorno all’esopianeta Alpha Sagittarius

Mia carissima Artemide,

dopo cinque mesi, il ritardo accumulato sul programma ha ormai compromesso i parametri consentiti dalla Federazione che, logicamente, ha richiesto il mio intervento. In un rapporto ufficiale, il comandante della Giapeto riferisce che le difficoltà riscontrate nella comunicazione, e conseguentemente nell’integrazione delle popolazioni indigene, sia alla base dei rallentamenti sul piano di colonizzazione del pianeta e dunque, in più larga scala, dell’intero sistema ESO 594-G4. Dal briefing preliminare delle 0600, ora terrestre, è chiaro che non sussistono le condizioni per una mediazione aggressiva o ad ABL (arsenale bellico limitato), pertanto, l’ammiraglio ha richiesto l’autorizzazione per avviare il protocollo ECLISSE. Ufficiosamente ritengo sia umiliante per la divisione XT (xenoculture e terraformazione) ricorrere ad una simile soluzione. Senza la collaborazione degli autoctoni, l’intero processo di insediamento subirà severi ritardi, con gravi ripercussioni sul piano di espansione approvato dal Consiglio federale: in definitiva un’imbarazzante ammissione d’incompetenza.

Tua per questa ed ogni altra vita,

Ecate 

— — —

naturalmente era un nome in codice, assegnato ad ogni membro di una formazione a numero chiuso che si ispirava alla mitologia greca; ogni perdita quindi, con questo semplice trucchetto, veniva reincarnata metaforicamente in una nuova recluta. Questa era la loro speranza.

“L’ammiraglio ha richiesto la nostra presenza all’ambulatorio ma non ti ho voluta disturbare prima; so quanto desideri essere accurata nello scegliere le parole, quando Le scrivi.”

“Ha detto per quale motivo?”

“Assolutamente, qualche minuto fa sono arrivati i codici dall’alto comando, non vuole perdere altro tempo ed iniziare subito la sequenza di attivazione.”

Si alzò dalla scrivania che quasi simultaneamente scomparve, assieme alla poltrona, nella parete della stanza. Sul muro d’acciaio la proiezione dello schermo venne sostituita da un’ampia finestra sullo spazio da cui era visibile un pianeta rigoglioso e del tutto simile alla terra. Gli occhi della ragazza, due gemme d’ossidiana prive di connotati, si persero per un momento tra le stelle.

“Presto questa simulazione sarà realtà.”

“Solo un altro trofeo per il loro disgraziato retaggio.”

Queste conversazioni avvenivano solo nella sua testa, tra lei ed Ares. All’inizio, nonostante l’addestramento, l’interazione tra i due era stata macchinosa con la sensazione di non avere il controllo sui propri pensieri. 

Per le dovute spiegazioni occorre però fare un passo indietro, una falcata lunga 200 anni, quando venne presentato il progetto per un nuovo tipo di equipaggiamento classificato come arsenale reattivo endo-simbiotico: in una parola ARES. Gli scienziati assegnati al progetto svilupparono un simbionte artificiale in grado di selezionare ed interfacciarsi al 100% con i soldati e le funzioni offerte dal supporto acquisito. Se da una parte questi studi aprirono gli orizzonti ad una nuova generazione di armi ed attrezzature, ottimizzate per sfruttare questa tecnologia, dall’altra tracciò una netta divisione tra le truppe potenziate ed il resto del genere umano. Si procedette comunque alla fase sperimentale, utilizzando dei prototipi primitivi ed economici, ma gli esiti furono poco soddisfacenti con un rigetto dell’ARES nel 58% dei soggetti. Il problema venne immediatamente individuato: nella fase successiva alla somministrazione, durante il processo di legame vero e proprio, alcuni composti organici venivano sostituiti da elementi artificiali e questo causava una reazione violenta da parte dell’organismo ospite. I medici isolarono i casi e scoprirono che nei pazienti di sesso femminile si riscontrava un rigetto pari al 10% contro un significativo 95% per quelli di sesso maschile. A seguito di esami psico-fisiologici conclusero che i maschi non riuscivano a tollerare una seconda coscienza all’interno del loro corpo, condizione che le femmine erano invece predisposte per natura ad accettare. Venne così fondata la divisione zero, un reparto composto da unità logistiche, mediche e di ricerca imperniate attorno all’Elysium, una squadra composta di sole quindici donne potenziate dall’ARES. Con gli anni, grazie alla mole di dati raccolti nelle operazioni di espansione in cui vennero dispiegate, decisero di addestrare le reclute sin dalla preadolescenza con un programma di condizionamento fisico e mentale che le preparasse all’impianto del simbionte. In questo modo si assicurarono un’unione più solida e spontanea: si apprezzò un sensibile incremento nelle prestazioni sul campo e, di conseguenza, una riduzione delle spese di recupero e ridispiegamento al diminuire dei decessi. In breve questi soldati divennero leggendari, dotate di capacità fisiche e mentali ben superiori ai limiti umani e caratteristiche fisiche che le identificavano immediatamente come esseri fuori dal comune: dopo “l’ascensione” il colore dei capelli cangiava in un nero petrolio e, viceversa, la cute assumeva il colore e la foggia della porcellana facendole apparire eteree, perfette. Questi, ad ogni modo, erano solo gli effetti secondari; nello specifico sostituendosi alla maggior parte dei sistemi biologici del paziente, il simbionte, rendeva il fisico dell’ospite virtualmente immune a traumi dovuti a tagli, perforazioni ed impatti di vario tipo oltre ad un completo quanto inaspettato arresto del processo di invecchiamento cellulare. Non sorprende, quindi, che durante i primi anni di impiego dell’unità si registrarono gravi casi di insubordinazione e più volte il progetto rischiò di essere abbandonato; un esempio fra tutti fu di certo la rinascita dei culti ellenici. Nessuno era preparato a questa combinazione di ascendente e caratteristiche sovraumane e molte persone le confusero per un secondo avvento degli dei sulla terra. Le rivolte vennero immediatamente soppresse ed una, particolarmente violenta e radicata, rimase tristemente nella storia: affogata assieme a migliaia di persone nel sangue della prima ed unica Persefone mai esistita. Il governo federale prese drastici provvedimenti e dove possibile, ossia tra civili ed unità periferiche dell’esercito, eventuali contatti ed informazioni vennero insabbiati e secretati. Nei reparti che invece sarebbero dovuti entrare regolarmente in contatto con i membri dell’Elysium venne avviato un intenso programma di formazione, il celebre “Divisione 0: manuale di condotta per armi ed equipaggiamento sperimentale”, in parole povere una bieca propaganda per instillare paura, odio e scetticismo nei confronti dei superumani.

Circa due secoli più tardi Ecate, nella sua uniforme bianca e oro, stava bussando alla porta dello studio.

“Prego.”

Una voce profonda la invitò ad entrare. La stanza, fin troppo familiare, era fredda, sterile ed aveva il solito odore di paura mista a disagio che disprezzava. L’ammiraglio attendeva in piedi mentre, al riparo, dietro ad una scrivania sedeva l’ufficiale medico che le avevano assegnato per quella campagna. Lei si mise sull’attenti per salutare il suo superiore, gli uomini risposero con un cenno dal significato indecifrabile.

“Riposo. Ora vediamo di sbrigarci, dottore proceda.”

Il medico ubbidì, si avvicinò alla parete, la sfiorò con un indice e ne emerse un ripiano metallico.

“Accomodati.” Le disse evidentemente a disagio.

La ragazza annui andando a stendersi sulla lastra d’acciaio che, immediatamente, proiettò diversi grafici ed un fiume di valori poco comprensibili per una mente digiuna di medicina e nanotecnologie. L’ufficiale manipolò letteralmente gli schemi ed i dati proiettati a mezz’aria trasportandoli in fogli di calcolo olografici e successivamente negli archivi federali per assicurarsi che ogni cosa venisse registrata ed archiviata correttamente.

“I parametri sono ottimali, possiamo procedere.”

L’ammiraglio posò la mano sulla scrivania che rispose immediatamente al contatto illuminandosi attorno alle dita, subito dopo il dottore lo raggiunse imitandolo.

“Avviare protocollo ECLISSE” quasi intimò continuando a fissare un punto indefinito sul muro.

Una voce diffusa uniformemente nella stanza rispose all’ordine.

“Confermare identità e codici di attivazione”

Replicarono nello stesso ordine.

“Ammiraglio Richard Savalas: Tuono, luce, nero, candela, sorgente, atmosfera.”

“Ufficiale medico Thomas Sanna: tigre, fiore, luna, mattino, lampreda, azzurro.”

Nuovamente la voce dell’intelligenza artificiale presente a bordo risuonò armonica.

“Identità confermate, codice confermato: compatibilità arsenale incrementata al 100%.”

“Ok, ora hai carta bianca, sai cosa devi fare…”

“Signorsì!” rispose lei rimettendosi in piedi.

“Non capisco se il suo è odio o terrore.”

Il più alto in grado uscì dalla stanza mentre gli altri due scattarono sull’attenti come due burattini.

“Non mi interessa ciò che pensa, ora scarica le direttive aggiornate per la missione ed allerta la divisione, partiremo appena avranno finito di equipaggiare la nave.”

“Sta bene.”

Con un cenno si congedò dal Dr. Sanna incamminandosi verso la porta quando, ormai sulla soglia, si fermò sentendo l’ufficiale medico borbottare qualcosa.

“Possibile tua sia così maldestro? Potrei udire una piuma posarsi sul pavimento, bisbigliarlo lo renderà semplicemente più sgradevole.”

Lui rimase interdetto mentre la ragazza fece scattare l’interruttore della porta, lasciandolo da solo con la bocca aperta.

“Riconoscono la nostra superiorità e per questo ci temono.”

“Ci hanno messi al guinzaglio e per questo sono arroganti, insolenti, sfacciati.”

Percorse i pochi metri che la separavano dai suoi alloggi quindi iniziò a prepararsi per affrontare la missione. Si spogliò della divisa ordinaria riponendola con cura nel vano guardaroba e si posizionò, indossando solo una muta in silicone come fosse una seconda pelle, su di una piastra nel pavimento. Come nell’ambulatorio la voce dell’intelligenza artificiale interagì con l’operatrice mentre il cilindro su cui stava in piedi si illuminò di una tenue luce azzurra.

“Attendo istruzioni.”

“Codice missione: 594-G4 AS 151052 18-A, ora fammela indossare.”

“Avvio della sequenza. Prego, rimanga immobile.”

Dal supporto si aprirono delle feritoie circolari da cui scaturì, con incredibile velocità, un liquido simile al mercurio che in un attimo circondò come fosse privo di gravità la figura della donna. Si disperse in filamenti sempre più lunghi e ramificati che le fasciarono il corpo come una seta luccicante. Per qualche secondo parve un manichino metallico, ricoperta per intero da questa curiosa sostanza, poi altrettanto rapidamente si riappropriò delle antiche vestigia che da secoli il suo nome custodiva: l’armatura di metallo liquido si rimodellò rendendole l’aspetto temibile ed evocativo del passato.

“Ave o Ecate: dea della magia”



Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. All’inizio del racconto mi è sembrato di essere sull’Enterprise con il mitico doppiatore che recita la celeberrima frase “Spazio, ultima frontiera” poi la storia si modula al tuo stile e mi sorprende trovarti bravo anche in questa storia, hai costruito una trama che io non ci sarei mai riuscita, quindi complimenti davvero!!!

    1. Grazie per la lettura Marta.
      Il tema dell’esplorazione in un futuro molto distante mi affascinano molto. Mentre scrivevo continuavo ad avere idee su come ampliare la trama ed espandere questo universo. Più avanti mi piacerebbe di sicuro riprendere in mano questa storia e continuarla.