
La famiglia Saint
“La ringrazio di aver accettato signor Saint”
“Si figuri signor Davenport, non capita tutti i giorni di avere come ospite un giornalista del Chronicles”.
Lewis Davenport sorrise. Giornalista del City Chronicles, si accingeva ad intervistare Alan Saint, imprenditore e benefattore della città. I due uomini sedevano su delle poltrone di colore scuro, al centro di una sala circondata da scaffali pieni di libri, da fotografie incorniciate e da alcuni quadri sull’impressionismo. Sebbene quell’arredamento incisivo trasmettesse a Davenport una leggera sensazione di oppressione, egli non poté fare a meno di notare come ogni oggetto fosse stato posizionato in maniera estremamente ordinata, segno di una mano meticolosa e di attenzione ai dettagli. Il salotto, dove si svolgeva l’intervista, era solo una delle tante sale all’interno di quella grande villa, immersa nel verde curato di un ricco quartiere.
Il signor Saint sedeva con le gambe accavallate e un calice di vino in mano, che aveva prontamente offerto anche a Davenport. Indossava abiti classici e parlava in modo tale da apparire, agli occhi del cronista, come una persona garbata e dai modi gentili.
“Signor Saint..”,
“Oh la prego mi chiami Alan”,
“Grazie Alan” Davenport aprì il suo taccuino e fece scattare la punta della penna con un click “E’ stato davvero gentile ad invitarmi per il pranzo, ma voglio essere onesto con lei e passare subito al motivo per cui sono qui. Sicuramente la sua è una vita che varrebbe la pena di documentare, quello che lei è stato in grado di realizzare dopo la guerra, la sua impresa nata dal nulla e che ha aiutato la città a crescere diventando un vero riferimento per questa zona ma…”,
“So perché è qui signor Davenport”. Lo interruppe Saint con voce pacata “Le sparizioni”.
Davenport sorrise e poi riprese il discorso: “Le indagini della polizia hanno sollevato un bel polverone” disse “Molte delle persone scomparse erano…”,
“…Miei dipendenti” Saint lo anticipò di nuovo. “Lo so e lo sa anche la polizia Lewis, posso chiamarla Lewis?” domandò infine e Davenport annuì.
“D’altronde me lo aspettavo, anche se è cresciuta rispetto al passato, questa rimane una città è piccola e come ha appena detto lei, la mia è una delle aziende più grandi e più vecchie della zona. Ammetterà che le probabilità sono a mio sfavore” Saint fece una breve pausa guardando il denso liquido dentro il suo calice: “Ad ogni modo, ho già detto tutto agli agenti” Concluse con un sorriso.
“La polizia sospetta di lei?”,
“Sono stato interrogato diverse volte, sia qui che in commissariato, come persona informata dei fatti. L’ultima volta è stato una settimana fa. Ma sono piuttosto convinto che stiano brancolando nel buio, ehm…Non lo scriva questo mi raccomando” disse ironicamente Alan Saint.
“Certamente” rispose Davenport senza togliere gli occhi dal taccuino su cui scriveva righe di appunti “Ma le confermo che non è stato individuato alcun sospettato, al momento”.
Una donna fece ingresso nel soggiorno. A Davenport parve molto affasciante, nonostante l’età non più giovane. Stimò che avesse tre o quattro anni meno di Alan Saint. Occhi neri dal taglio orientale e capelli corvini che le cadevano sulle spalle, un corpo atletico anche se troppo magro per la sua altezza, ma che ne preservava comunque la femminilità. Indossava un vestito di seta beige e scarpe dello stesso colore con un accenno di tacco. Orecchini d’oro bianco e un bracciale d’argento, spesso poco più di un filo, rappresentavano i suoi unici monili.
“Gradite ancora del vino?” disse con una voce vellutata.
“Oh, grazie tesoro. Lewis, mi permetta di presentarle mia moglie. Anna”.
La donna si avvicinò tendendo la mano a Davenport mentre lui si alzava leggermente a disagio.
“Signor Davenport, le chiedo di non strapazzare troppo mio marito se le è possibile” disse lei con un piccolo cenno del capo.
“M-ma certo signora Saint”.
“Non prima del pranzo almeno” aggiunse Alan Saint “Anna ha iniziato a cucinare all’alba”.
“Suvvia caro, non dobbiamo deludere il nostro ospite”.
“Sarà sicuramente perfetto, anzi vi ringrazio per tanta ospitalità” intervenne Davenport.
Anna Saint sorrise “Sarò in cucina se doveste aver bisogno di me” disse lasciando la stanza senza far rumore.
“Dunque, torniamo a noi” disse Alan Saint “Di cosa stavamo parlando? Ah, giusto delle indagini”,
“Mi piacerebbe s-sapere qualcosa di più del suo p-passato Alan” Davenport si rese conto che faceva fatica a parlare, avvertiva dei leggeri giramenti di testa e sentiva gli occhi pesanti, come un’improvvisa sensazione di sonnolenza.
“Va tutto bene Lewis?” domandò Alan Saint sporgendosi in avanti dalla sua poltrona.
“S-si, si” rispose a bassa voce Davenport massaggiandosi le tempie “In effetti mi gira un pò la testa. Credo sia l’effetto del vino”,
“Oh, devo aver esagerato domando scusa. Ma se vuole può rinfrescarsi in bagno” Saint si alzò invitando il giornalista a fare altrettanto. “Venga, faccio strada”.
Davenport si alzò a fatica, quel bicchiere a stomaco vuoto lo aveva steso. Seguì Alan Saint con la vista leggermente annebbiata. “Prego” disse l’uomo aprendo la porta di una piccola toilette “Faccia con comodo Lewis”. Il giornalista si avvicinò al lavandino, si guardò per un attimo allo specchio e poi aprì il rubinetto. Si sciacquò il viso, avvertendo il leggero shock del contatto con l’acqua fredda, ma che lo riscosse dal torpore alcolico. Si asciugò e tornò a guardarsi allo specchio. “Andiamo Lewis” disse.
Quando aprì la porta del bagno avvertì un profumo di aceto balsamico che pensò dovesse provenire dalla cucina. Si avviò nel corridoio fino a tornare nel salotto dell’intervista. “Alan?” non c’era nessuno. Istintivamente rimase in silenzio e fece per tornare nel corridoio guardandosi attorno. Ripassò dalla sala d’ingresso dove grandi scale conducevano al piano superiore. Salì due gradini, cercando di guardare in alto incuriosito.
“Lewis? Tutto bene?” si sentì chiamare da una voce invisibile, si voltò di scatto, Alan Saint entrava in quel momento. “Sono qui. Questa casa sarebbe un sogno per molte persone, me compreso” osservò ridiscendendo i gradini.
“Beh, grazie. Merito di mia moglie che, ahimè, non ha badato a spese!” risero all’unisono.
“Mi segua Lewis”.
Mentre ripercorrevano il corridoio, Davenport avvertì di nuovo quel profumo di aceto balsamico. Alan Saint aprì una porta ed entrarono nella cucina, dove l’aroma divenne più intenso. Anna Saint era di spalle impegnata ai fornelli, un delizioso soffritto di olio e cipolla crogiolava in un piccolo tegame. La donna canticchiava una canzone incomprensibile, circondata da bottiglie di olio, piccoli recipienti di spezie e dal vapore che usciva da un’altra pentola più grande sopra una fiamma lenta. “Che buon profumo” disse Davenport e lei si voltò appena, sorridendo.
“Lewis potrebbe prendere lei il vino?” gli domandò Alan Saint, indicando una parete dove si trovavano diverse bottiglie riposte in ordine su dei supporti di legno. “Ma certo Alan”. Mentre percorreva la cucina in tutta la sua lunghezza, notò un’altra porta aperta vicino alla parete dei vini. La porta dava su quella che a Davenport parve la sala da pranzo, avendo notato stoviglie e piatti lucenti disposti su di una grande tavola. Nell’attimo in cui passava, gli sembrò che quel servizio fosse solo per due persone. Ma non vi badò molto e prese due bottiglie. “Dunque” disse voltandosi verso Anna Saint “Cosa prevede il menù?”.
La donna, che fino a quel momento era assorta nelle sue faccende, si voltò all’improvviso e lo guardò con occhi completamente diversi da quelli che Davenport aveva notato in salotto. Erano fiammeggianti, l’eleganza aveva ceduto il posto ad un’espressione di desiderio morboso. Lei si avvicinò al giornalista e con un filo di voce disse:
“Tu”.
Ci volle un istante, braccia possenti lo bloccarono da dietro ed ebbe appena il tempo di avvertire una puntura sul collo. L’effetto del narcotico fu quasi istantaneo. Gli occhi si chiusero.
Buio.
Alan Saint adorava il dolce suono prodotto dal vino versato in un calice. Mentre lo faceva osservava sua moglie sorridendo. La luce della candela, posizionata al centro della tavola, si rifletteva sul suo volto rendendola ancora più bella.
“Bon appètit” disse infine. Mangiavano in silenzio, assaporando non solo il cibo ma anche quel bellissimo momento di intimità. Fu lui a parlare per primo “Tesoro” disse “E’ squisito. I sapori si combinano perfettamente” disse portandosi un altro pezzo di carne alla bocca e masticando lentamente chiudendo gli occhi “E questo fegato” continuò “Così tenero, così saporito”.
Anna Saint sorrise mentre sorseggiava il vino.
“Amore” disse infine al marito “Dobbiamo ringraziare il signor Davenport per quello”.
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Caspita Daniele, che eleganza nel raccontare di un tema così ‘scabroso’ (mi piace questo aggettivo che voglio usare per non svelare troppo!). Ogni scena da te descritta diventa come una sorta di dipinto. L’immagine di lei che si gira appena, di schiena ai fornelli è idilliaca. Il protagonista passa dal bramare all’essere bramato e desiderato. Tanto di cappello per la chiusura. Bravissimo
Cia Cristiana, grazie mille!!! Felice che ti sia piaciuto 🙂
Chapeau. Il cannibalismo è uno delle mie più grandi “paure” inconsce, non credo di aver mai scritto qualcosa di diretto (anche se ho alluso spesso all’argomento nelle mie serie distopiche). Hai saputo farmelo gradire grazie all’eleganza di questo racconto, alle parole ben misurate e all’atmosfera che hai creato.
Grazie Micol! L’hai letteralmente divorata ahahah!
Tema oscuro ma affasciante, mi piacerebbe sviluppare una storia più complessa.
““Non prima del pranzo almeno” aggiunse Alan Saint “Anna ha iniziato a cucinare all’alba”.”
non so perchè, ma la cosa mi preoccupa. E’ sparito qualcun altro nel frattempo? 😂
Bella storia e molto ben raccontata, complimenti.
Grazie mille Tiziano!!
Meravigliosa quest’atmosfera che regali con parole naturalmente posizionate nel gusto piacevole della tua narrazione, davvero bravo!
Ti ringrazio Marta!!!