A TRATTI ASSENTE PERÒ VIAGGIA IN PRIMA CLASSE 

In una trattoria di campagna il giovane pellegrino racconta le sue storie di viaggio.

Il tempo di sorseggiare un calice di rosso pastoso e tagliare la bistecca con un coltellaccio dal manico pesante e dalla lama incrostata.

“Una volta” inizia “mi trovavo ad attraversare il deserto del nord. Non ero stremato, né allucinato dalla sete. Ero all’inizio del mio peregrinare. Appesi ai fianchi del cavallo, sacchi di provviste intatti. Non mancava ancora nemmeno un sigaro.”

Pausa, taglia, trancio, trangugia.

“Per cui, se quello che vi salta in testa è che ciò che vi racconto è frutto di un’allucinazione perversa, allora potete tapparvi le orecchie, o ancor meglio finire il cibo che avete sulla tavola e uscire. Sia ben chiaro: ero lucido.”

Pausa, versa, vino, trangugia.

“Camminavo. Non cavalcavo la bestia per non malconciarla prima del dovuto. Anzi, stavo cantando una canzone senza preoccuparmi di arrecare disturbo.

A casa mi è vietato. Quella stronza della dirimpettaia viene sempre a bussare stizzita.

Pausa, versa, vino, trangugia.

“Ad un tratto vedo una luce accecante espandersi a nordovest. Non come la luce del sole, più forte. Come un’apparizione. Ma non si trattava di un’apparizione, sia ben chiaro, ero lucido.”

Infila, trancio, vino, mastica.

“La cosa c’era davvero. Una sagoma accucciata, come una donna che prega in ginocchio. Capo e schiena coperti da un mantello scuro.”

Mastica ancora. Il boccone è grosso.

“Nell’avvicinarmi mi resi conto che non stava ferma e che i suoi movimenti, pur se quasi impercettibili da quella distanza, erano assai ripetitivi. Quando la raggiunsi alle spalle, temevo in cuor mio che nel girarsi mi rivelasse il volto di una strega, di uno zombie o peggio ancora della mia dirimpettaia.”

Pausa, ingoia.

“Tutt’altro. Dal basso mi guardava con occhi smeraldo una bellissima ragazza dalla pelle candida e i boccoli aranciati. Con le mani sottili aveva scavato nella sabbia una buca nella quale custodiva un tesoro, quella luce abbagliante che mi aveva accecato da lontano.”

Il giovane pellegrino fa un sorso di vino e s’infila un dito in bocca. Un filamento di bistecca gli è rimasto tra i denti.

Nel mentre la trattoria al completo resta immobile ad aspettare che riprenda la sua storia.

“Ecco, dunque…innanzi tutto mi offrii in un ampio inchino.”

Pausa, dito, infila, scava.

“Sono un uomo perbene. Anche se quella stronza della mia vicina direbbe il contrario.”

Il pellegrino si china sul tavolo e abbassa la voce. In locanda non vola una mosca.

“Una volta mi è caduta una canottiera dallo stendino e sapete cosa ha fatto la bisbetica? È scesa di corsa sotto a raccoglierla e l’ha messa nella cuccia del suo gatto! Non le ho torto un capello.”

Si rifà serio, torna a volumi più alti.

“Dopo l’inchino, mi porsi in avanti pronto al baciamano, ma la ragazza con una copriva la buca e con l’altra era impegnata a tirarsi via qualcosa dalla guancia, come fosse una crosticina o un brufolo schiacciato.

A quel punto le feci la prima domanda.”

Pausa, taglia, trancio, trangugia, smorfia.

“Sei mica la figlia scomparsa di Peppo il barbiere? Non mi rispose e si levò dalla guancia una pellicina minuscola, la infilò nella buca e la ricoprì con la mano. Poi lo fece di nuovo. Poi di nuovo ancora. Così le misi una mano sotto il viso e la invitai a voltarsi per guardarla finalmente da vicino. Compresi che ciò che stava sfilando dalla pelle del viso erano le sue innumerevoli lentiggini, ma non compresi il perché.

A quel punto le feci la seconda domanda.”

Pausa, versa, vino, trangugia.

“Hai mai fumato un sigaro cubano di quelli tosti? Ma lei niente, continuava a spellarsi il viso e a raccogliere lentiggini nella buca luminosa.”

Il pellegrino termina il suo pranzo e fa per alzarsi.

Subito il barista gli piazza sul tavolo un bicchiere di digestivo per farlo continuare.

“Dovete sapere che la mia dirimpettaia non è una brutta donna. Però è proprio una stronza. Non la vuole nessuno, nemmeno il gatto. Ogni tanto me lo ritrovo in casa disperato, perché quella urla e batte la scopa sul pavimento.”

Pausa, silenzio.

“In effetti ora devo andare. Altrimenti quella s’infuria se giro le chiavi nella porta nel primo pomeriggio. Riposa. È pur vero che le porte oggi sono piuttosto rumorose. Ci faccio attenzione a queste piccole cose, per il quieto vivere.

Pausa. Apnea collettiva.

“Certamente prima vi dico come finisce la storia.”

Sospiro di sollievo generale.

Ad un certo punto le faccio la terza e ultima domanda: Ti va un crodino? Lei per la prima volta mi guarda con interesse e mi fa: l’analcolico biondo che fa impazzire il mondo?

E così siamo rimasti fino al tramonto a fumare il sigaro e bere crodino.

Cazzo, l’accoppiata è gustosissima!”

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Discussioni

  1. Qualche indizio però…qualche indizio ce lo devi dare! Nella tua scrittura c’è del sadismo verso il lettore. Vuoi forse prenderti giUoco di noi? Vuoi portarci verso una linea di confine tra grottesco, surreale e Dio solo sa cosa? Le figure di questo LibriCK sono accattivanti, bello il personaggio, il contesto da osteria, l’immagine quasi cinematografica delle pause da masticazione. Il finale è da rebus. Chissà se esiste davvero una soluzione, un retro messaggio o se piuttosto, come diceva Freud “A volte un sigaro è solo un sigaro”.

  2. Ho trovato davvero ben scritto questo librik… il contrasto tra la realtà cruda del pellegrino grezzo e la stronza della sua vicina con l’immagine eterea di fanciulla che si toglieva lentiggini dal viso come se togliesse stelle lucenti dal cielo.. Tante chiavi di lettura, con tanti significati, con piccole metafore sparse qua e là… e per essere un racconto breve direi che da lettore… mi sento più che soddisfatto… Ripeto: scrittrice da tenere d’occhio.

  3. Ciao Maria, e che cavolo! Ci lasci così, con un crodino e un sigaro? Ho trovato il tuo racconto cinematografico, mentre leggevo il monologo riuscivo a vedere ogni gesto di quel giovane viaggiatore. Anch’io ho amato la dirimpettaia, chi non la vorrebbe come vicina di casa? 😉

  4. Ma insomma questa dirimpettaia non vogliamo sopprimerla, così non fa scappare il narratore?
    Avrei voluto saperne molto di più sulla ragazza dalle lentiggini estraibili.
    Meravigliosa la descrizione dei gesti del ruminare e bere che scandiscono il racconto.
    L’espressione “scrittura fisica e carnale”, non so se abbia senso, ma è quello a cui mi fa pensare il tuo stile.