Abbiamo fatto l’amore sotto l’amore di Natale

Serie: La giusta distanza


Laura è ad un bivio sentimentale, mentre vive la sua estate con gli amici, i suoi vecchi e nuovi amori chiedono presenza. Chi sceglierà?

Ormai è da agosto con ho fatto in modo di non vederlo più.

Ma ora le sue mani lunghe e curve sono in mezzo alle mie gambe.

«Voglio pensare solo a te, come all’inizio della nostra storia, ricordi?»

Io di lui ricordo tutto, il suo faccione buffo, tondo e insieme squadrato, quel sorriso aguzzo, che giuro, so che lo ha solo con me.

Anche se adesso c’è nuovamente lei nella sua vita, quando gli ho detto che non saremmo tornati insieme, sapevo le sarebbe rimasto accanto.

Io invece adesso vorrei ci fosse stabilmente qualcuno accanto a me.

Vorrei futuro mentre ho steso la coperta rossa sul pavimento, quella messa a casaccio sul divano di sinistra, a destra c’è la coperta di velluto color cioccolato.

Me l’ha regalata lui, quanti anni fa ormai? Forse tredici.

Un giorno è arrivato a casa dicendomi che l’aveva comprata per me.

«Marrone cioccolato, come il letto dove dormiamo.»

Poi mi aveva abbracciato da dietro la scrivania ed era andato in camera a cambiarsi, con la facilità di trovare il per sempre del nostro amore come quando dimentichi il cappotto in macchina o le chiavi di casa nella borsa, le cerchi per un po’ sapendo che sai sempre dove andare a ritrovarle.

Adesso noi non siamo amanti, non siamo amici, non siamo più come marito e moglie.

Siamo due che scopano ogni tanto, a casa mia, quando a lui prende la nostalgia.

Io raramente lo cerco anche se mi pigliano giorni che il suo odore lo trovo agli angoli dei caffè o in qualsiasi negozio a buon mercato di maglioncini sintetici.

Può l’odore particolare di una persona diventare così banale da sentirlo ovunque?

Anche nella polvere sommaria dei tavolini in radica dei fast food.

Sono così le magie d’amore, a volte ricoprono persino le copertine di vita più squallide.

Che poi è quello che gli dico ancora, anche adesso, mentre getto sul pavimento un cuscino enorme a fiori per spostare la sua testa dalla mia mano.

«Abbiamo fatto l’amore sotto l’albero di Natale.»

Gli indico tutte le foglie e le decorazioni che albeggiano sopra l’inizio dei nostri capelli.

«Sei sempre stata brava in questo. Sicura non vuoi quell’aperitivo fuori?»

Io mi vedo specchiata nelle palle oro appese sui rami verdastri, mentre mi prende da dietro la mia schiena luccica di luci e di suoi gesti, e le nostre mani formano nuove forme di stelle cadenti da appendere.

«Non ho voglia della gente, ora.»

Poi mi bacia ancora.

Ormai ha la camicia sporca del mio sangue, ma a lui di questo non gliene importa.

Comunque fossi, ha sempre voluto me.

Allora quella camicia gliela tolgo, come quando liberi dalla plastica una bottiglia, con la forza delle dita e la presunzione di spaccare quei filamenti trasparenti e adesso siamo nudi anche noi, sfilacciati, sulla coperta rossa, sul pavimento un po’ freddo dell’inverno, sul tavolo di legno laccato, dove come la nostra storia insieme, travolgiamo foglie e candele, poi sul divano di pelle che scivola, sulla sedia intarsiata che si rompe, quanto ne abbiamo già rotte, io e te, lui mi dice.

Vengo quattro volte, poi cinque, forse otto alla fine, perché lui vuole continuare a pensare a me.

Forse non sono mai venuta così tanto, nemmeno con lui.

«E tu?»

Lui mi guarda, mi bacia il collo, poi ancora in mezzo alle gambe, altre parole, altri ricordi.

«Tu mi fai venire ogni volta, pensiamo a te stasera.»

Ma lo sa che non lo lascerei mai a digiuno.

Poi scherziamo, ci diciamo le nostre parolacce, mi dice di guardarlo negli occhi ogni volta che vengo e così faccio, mentre lui mi dice amore e perdo il conto di quante volte lo ha detto ed era stato vero.

«Seguimi, andiamo sulla cassapanca.»

«Ma è bassa, sei sicura?»

Io lo trascino su di me mentre mi inarco su quel legno chiaro e in un attimo tutte le volte che abbiamo fatto l’amore tornano a possederci e lui viene, tra la mia faccia e il mio seno, lungo il solgo della mia pancia che lui chiama, la mia ciccia strana.

«Hai ragione, la cassapanca ha il suo perché.»

«Devi sempre fidarti di me.»

Ci prendiamo le mani che formano un ponte dall’alto e poi mi abbraccia verso di sé.

«Vorrei viverti di più.»

«Non dire stronzate, non ce n’è bisogno.»

«Ma è vero.»

Forse è vero.

Ma tornerà dalla sua compagna, dal suo cane che non è più quello di quando l’ho conosciuto, e non c’è nemmeno più il mio di quando eravamo fidanzati.

Tutto ciò che rappresentava il nostro amore è morto.

Siamo stati soli e forse abbiamo amato altri, di sicuro ad altri abbiamo destinato i nostri corpi, ma poi nelle notti sparse di Natale ci cerchiamo per stare insieme.

Quante volte ho scelto di non tornare con lui?

L’ho lasciato andare un milione di anni fa ma nei milioni di anni ci siamo rincontrati in una quantità altissima di attimi.

Non è così che possiamo andare avanti.

Quando torno in cucina per fare il caffè, sono ancora nuda, accendo la macchinetta e sposto una ciocca di capelli, lui mi massaggia il collo come fosse ancora mio, quei gesti naturali che compongono il quadro astratto della nostra quotidianità.

«Perché non riesco ad essere così fisico con la mia compagna?»

Io respiro più a lungo, dicono che vedere chi hai amato felice faccia soffrire, ma mai quanto saperlo infelice con qualcun altro, se sai di esserlo stato con te.

«Penso che la risposta sia solo una. In ogni caso mi dispiace.»

Lui beve il caffè in un sorso e mi bacia l’orecchio.

«Certo che il tuo caffè è sempre buono. Io e te. Com’è possibile che tu mi piaccia ancora così tanto?»

«Anche in questo caso, penso che la risposta sia solo una. Il cane, devi tornare a casa, vero?»

Il caffè che rimane sui bordi è il più buono ma anche il più malinconico, non si riuscirà mai a berlo fino in fondo.

Tutte le volte che esce dalla porta di casa mia, non so mai se sarà l’ultima volta che lo vedrò, se davvero si sposerà con lei o sei alla fine mi chiederà nuovamente di tornare insieme.

Ma forse la cosa che mi spaventa di più, è non sapere ancora, quale delle tre opzioni mi farebbe più male.

Continua...

Serie: La giusta distanza


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. il racconto di una relazione che poteva essere “tutto” ma che in fondo, si sa, è giusto che rimanga quello che è.
    la protagonista è legata a questa relazione “tossica” come una dipendenza; con la consapevolezza del danno che si autoinfligge senza riuscire a troncarla. mi sa che mi leggerò tutti gli episodi della serie 🙂
    ciao

  2. Ciao Marta. Il tuo racconto mi colpisce per la delicatezza con cui esplori il desiderio e la memoria.
    La scrittura è intima, attenta ai dettagli del corpo e della quotidianità, capace di rendere visibile ciò che non si dice, ossia la malinconia, la sospensione tra amore passato e presente incerto.
    I gesti e gli oggetti, le coperte, il caffè, le luci di Natale, diventano piccoli ponti tra emozioni ancora vive e realtà ineluttabile.

  3. Intenso e profondamente nostalgico.
    Un amore mai completamente sbocciato e mai perennemente morto, una sorta di eterno limbo

    1. Ciao @Gabripisa intanto grazie per avermi letta e grazie soprattutto per aver letto tutta la nostalgia che racchiude il racconto di queste due persone. Hai colto bene e poeticamente il limbo che avvolge entrambi. Davvero grazie 😀