Agli occhi di chi?

Non mi sono mai soffermata a riflettere su come io possa apparire agli occhi della mia famiglia. Sono sempre stata certa loro mi vedano come colei che si prende il peso del mondo sulle spalle senza batter ciglio, come Atlante. Ma poi ci penso, analizzo la situazione e ragiono.

Mio padre è ancora convinto io sia la sfaticata che si è fatta bocciare a scuola, che faceva di tutto per fargli perdere le staffe e fargli salire la pressione sanguigna alle stelle. Non mi ha mai chiesto se avessi dei problemi o se ci fosse qualcosa che non andasse, si limitava a fissarmi da dietro la sua scrivania e puntarmi un dito contro. “Buona a nulla”, questo mi ripeteva di continuo. Ipotizzo sia incredibilmente semplice dare della stolta ad una ragazzina di sedici anni e forse lo ero davvero, perché glielo permettevo. Lo lasciavo inveire su di me limitandomi a dargli risposte opportune solo nella mia mente. Osservavo la sua schiena uscire dalla mia camera seguita dalle sue parole condite al veleno. Ricordo perfettamente quando qualsiasi cosa succedesse fosse per causa mia, come se il solo fatto che io mi permettessi di respirare implicasse un qualche effetto farfalla nel mondo. E forse accadeva, ma solo dentro di me. Il nostro rapporto è una purissima forma di odi et amo, più odi che amo, salvo a Natale. In quei due giorni, miracolosamente il tutto diventa un mondo colorato e pieno di arcobaleni, come se qualcuno fosse passato sul bianco e nero con il pennarello magico. Peccato siano solo due giorni su trecentosessantacinque.

Di mia madre non ricordo molto prima della malattia, tutti mi raccontano della sua dinamicità e di quanto fosse in gamba. Io riesco a vedere solo una donna semi paraplegica e con un tumore che ricorda il suo primo parto solo quando ha qualcosa da fare. Per quanto io mi sforzi di essere una buona figlia, di portarla a fare le chemio ogni volta, farle fare riabilitazione e all’occorrenza anche da balia, vengo sempre ricordata solo per colei che è andata via di casa abbandonando sua madre. Il che è vero. Sono andata via mettendo nello zaino blu la tessera per le sedute dallo psicologo e i quaderni pieni zeppi di parole non dette, anche in questo caso. Non c’è stata una sola anima pia che abbia chiesto il perché di questo gesto, perché stessi scappando dal nido pascoliano per andare verso l’ignoto. Ebbene, forse avrei risposto che la ragione ruotava attorno ai piatti che mi hanno sfiorato il viso per frantumarsi alle mie spalle, gli attacchi di panico nel cuore della notte e il senso di oppressione che mi prendeva lo stomaco non appena infilavo le chiavi nella toppa. Per qualcuno sarebbero anche potute essere valide ragioni, qualcuno avrebbe potuto essere dalla mia parte pagandomi un vero psicologo e non quello dell’asl. Ma, ahimè, sono andata via di casa e dunque non lo meritavo. Ho cercato di riscattarmi tante volte, ma come si è soliti affermare, non c’è mai limite al peggio. Quattro anni fa ho confidato a mia madre di essere omosessuale, di frequentare una ragazza e di esserne davvero innamorata. Lei si è comportata proprio come una madre che gioisce per i propri figli, è scoppiata a piangere sul gabinetto urlandomi contro di esser stata peggio della sua malattia e causa del suo imminente infarto. È ancora viva e vegeta, ma per lei sono la perfetta trasposizione della paura di Lovecraft. Quando mi vede, di fronte ai suoi occhi si parano le figure mitologiche di Porcete e Caribea che attaccano Laocoonte e figli. A meno che non abbia bisogno di me.

Mio fratello è nato quando avevo cinque anni, desiderato da me medesima. Era tutto bello, tutto come deve essere. Facevo la sorella maggiore, gli preparavo la merenda durante i cartoni animati, lo svegliavo la domenica e lo lasciavo piangere quando non lo volevo intorno. Poi c’è stata la malattia di mia madre e ci siamo divisi; lui ha vissuto con mia zia ed io con varie e varie badanti. C’è stata la russa, l’indiana, la rumena e persino un’italiana, la meno materna. Siamo tornati a vivere insieme troppo tardi, eravamo due entità diametralmente opposto. Era cresciuto come figlio unico, viziato per non fargli avvertire la mancanza e coccolato da tutti. Io, potevo cavarmela da sola. Quando ci siamo ritrovati sotto lo stesso tetto, mia madre era appena stata dimessa dall’ospedale. Avevo quattordici anni e lui nove, da soli con una donna depressa e invalida. Ricordo che una sera lui attaccava le figurine dei calciatori ed io scrivevo una storia d’amore, quando mia madre ebbe una crisi epilettica rischiando di restare sulla sua poltrona. Ci spaventammo così tanto, che chiamammo mio padre e mia zia, ma solo lei accorse. Lui, era occupato a scaldare il letto di qualcun altro.

Ogni tanto, la nottea, quando non riesco a prender sonno e il mio gatto mi esilia dal mio cuscino, ripenso al mio trascorso. Mi soffermo su quante volte sarebbe stato semplice per me lasciar perdere tutto, smetterla di essere Atlante. Ma poi rifletto; non avrei una mia casa, il mio gatto, la mia ragazza con la quale ho quasi ucciso mia madre, la mia vita. Oggi sono felice, continuo a sorreggere la volta celeste, ma lo faccio quasi senza sentirne il peso.

In fin dei conti, si tratta solo di decidere agli occhi di chi si desidera apparire supereroi. 

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Grazie mille! in quanto prima pubblicazione ho cercato di inserire all’interno di queste poche righe quanti più indizi possibile circa il mio modus operandi. Sono lieta sia stata apprezzata e che sia riuscita a “toccare” i punti sensibili di qualcuno.
      Ancora grazie!
      S,