Al bar Candori

C’erano due ragazze sui venticinque, massimo ventott’anni, sedute ad un tavolo nell’ampia saletta interna di quel bar di periferia, poco lontano da casa mia. Una saletta carina, ben arredata di bianco e dall’atmosfera natalizia. Fuori cadeva, ormai da parecchie ore, una pioggia fine ma insistente, e non accennava a smettere. Stavano chiacchierando e si interrogavano su come passare l’ultimo dell’anno, ormai imminente, ma soprattutto con chi passarlo. Io ero a pochi metri da loro, seduto su un alto sgabello, e riuscivo a carpire qualche parola che si scambiavano mentre leggevo distrattamente un quotidiano.  A dire il vero non erano delle grandi bellezze : la moretta aveva un viso che descriverei in una parola come “buffo”, cioè sgraziato, ma simpatico. L’altra aveva chiaramente il naso sproporzionato, un po’ troppo lungo e con una specie di gobba, ma nel complesso il suo volto era più carino. Mi sarebbe piaciuto aggregarmi a loro per Capodanno, anche se nemmeno le conoscevo; ma che importa? Volevo parlare con loro prima che se ne andassero dal tavolino al quale erano sedute; se non ce l’avessi fatta mi sarei mangiato le mani come non mai. Le ragazze stavano lì già da più di mezz’ora ed avevano finito di bere i loro tè, mentre io avevo preso il mio solito macchiatone al banco da Elisa. Ah, lei sì che era carina, i capelli biondo-castani lisci, occhi azzurri con uno sguardo molto dolce e un po’ furbetto, e quel piercing sotto la bocca sul lato sinistro, che smorzava la grande dolcezza dei suoi lineamenti in qualcosa di più – non dico aggressivo – ma senz’altro piccante. L’avevo vista riuscire a far radunare molti uomini al banco, quando serviva lei, tuttavia avevo notato una cosa: chi di loro effettivamente le parlasse con un po’ di confidenza erano in pochi, ed io non ero tra questi. Credo che dipendesse dall’austerità che mi trasmetteva, ed in effetti se ne stava piuttosto seriosa e formale, come se il bar Candori fosse stato uno di quei caffè di lusso che si trovano in centro. Decisi di farmi coraggio e, alzandomi dallo sgabello forse un po’ troppo velocemente, persi l’equilibrio e caddi per terra dietro a quella col nasone. Lì per lì le ragazze mi guardarono incredule, poi quando mi rialzai e dissi loro sorridendo che non mi ero fatto niente, si scambiarono uno sguardo e iniziarono a ridere. Avrei preferito sparire in quel momento, per la vergogna, ma rimasi e chiesi loro come si chiamavano. “Piacere di conoscervi, mi chiamo Arnaldo”, dissi io un po’ in imbarazzo, ma contento di aver rotto il ghiaccio. “Posso sedermi con voi al tavolo?” – “Volentieri”, rispose Alice la buffa. Mi parevano delle ragazze semplici, senza tanti fronzoli. Attaccò a parlare Anna la nasona che, riferendosi ad Alice le disse, come se le fosse venuta in mente all’improvviso la più brillante delle idee: “Potremmo andare per Capodanno a ballare al Lot 55, sempre se è aperto. Che ne dici?” – “Non sarebbe una brutta idea. Speriamo che sia aperto e non si spenda troppo! Prova un po’ a guardare sul…” – “Aspetta che guardo subito!”, rispose l’altra, tirò fuori il suo smartphone in un attimo e si mise lì a digitare. A me vennero in testa mille pensieri, come una vertigine. Chiesi ad Alice la prima cosa che mi venne in mente – “I miei genitori possiedono un bar, io lavoro lì.” , mi rispose lei con un’espressione che mi parve piuttosto dolce. “E tu, che lavoro fai?” , replicò. Io le risposi dicendole del tirocinio che stavo svolgendo presso il Distretto Sanitario, anche se avrei preferito non toccare l’argomento. Le chiesi quale fosse il suo bar, e venni a sapere che era uno dei pochi locali in cui non ero ancora mai stato in tutta la zona.  In quell’istante sentii il telefono, che tenevo nella tasca destra dei jeans, vibrare: mi stava chiamando mio fratello Gabriele: “Dimmi Gabri”, dissi, “Arnà, sei impegnato adesso? Ti trovi in zona? No, perché sai…beh, non mi parte più la macchina. Ci ho fatto caso troppo tardi che stavo coi fari accesi ed il quadro pure…è che mi stavo messaggiando con Marina; quando ci ho fatto caso ormai la batteria si era scaricata…”, queste furono le sue parole. Io rimasi più calmo che potevo, ma ammetto che con lui non mi è mai riuscita cosa facile. Gli chiesi dove si trovasse in quel momento. Non era lontano, per fortuna. Gli dissi che sarei venuto, coi cavetti per far ripartire l’auto, nel giro di una ventina di minuti. Nel frattempo Anna aveva trovato le informazioni che stava cercando e disse ad Alice che il locale effettivamente sarebbe stato aperto per Capodanno, ma c’era un dj che a lei non piaceva proprio. Io dovevo salutare le due ragazze, e dissi ad Alice che sarei venuto a trovarla al bar dei suoi genitori per prendere un caffè, uno di questi giorni. In realtà avrei voluto chiederle il numero di telefono e fissare con loro per l’ultimo dell’anno, ma mi sembrò una mossa troppo precoce. D’un tratto Alice disse all’amica che doveva andare in bagno urgentemente, ed Anna le rispose che l’avrebbe accompagnata. Uscirono quindi dalla saletta senza nemmeno considerarmi, ed io rimasi un po’ perplesso da tanta fretta improvvisa. Me ne andai subito, un po’ perché mi avevano fatto innervosire, un po’ per la fretta di andare da Gabriele. Mi chiusi la giacca impermeabile verde che avevo indosso già da troppo tempo, tirai su il cappuccio e mi diressi lentamente verso l’auto, che era parcheggiata di là dalla strada. Girai la chiave per metterla in moto, ma non ne voleva saperne di partire. Faceva come un ticchettio quando girava la chiave, tipico delle auto quando scaricano la batteria. Non ci potevo credere, anche perché non c’era motivo plausibile perché una cosa del genere dovesse accadere dopo pochi mesi che l’avevo comprata. Niente, non c’era nulla da fare, non partiva. Mi venne in mente di chiamare mio fratello Gabriele, che quel giorno non lavorava. Per fortuna mi rispose subito e disse: “Ok, dimmi dove ti trovi che arrivo!”. Mi raccontò poi che, mentre lo stavo chiamando, si era messo a chiacchierare da poco con due ragazze che aveva appena conosciuto in un bar, ma che pochi istanti prima che lo chiamassi erano entrate dentro il bagno insieme. Rimasi per un istante a pensare, con gli occhi spalancati. Senza nemmeno riagganciare attraversai di nuovo la strada ed entrai nel bar dal quale ero appena uscito. Andai nella saletta e vidi le borse e le giacche delle due ragazze che avevo appena conosciuto, al loro posto. Mi spostai ed entrai in bagno, dove stava il lavandino con l’asciugamani. La porta del wc era ancora chiusa. Bussai. Bussai una seconda volta. Chiamai la barista, le chiesi se aveva visto uscire le due ragazze. Mi disse di no, non le aveva viste. Le chiesi se poteva aprire la porta. Lei prese la chiave e riuscì subito ad aprire la porta. All’interno del wc non c’era nessuno. 

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