Al cader della giornata

Serie: Genio sovraumano


Rinsavì sul finire della sera. La crudezza e la ferocia di quelle immagini lo avevano formato in una condizione di benevolo torpore e, come di fronte a una finestra chiusa che riaprendosi offre la suggestione di un mondo nuovo, avanzò, voltò le spalle alla morte ed offrendo il fianco al suo talento, fece ritorno alla vita.

Sebbene il suo primo istinto fosse stato quello di rincasare nel seminterrato dove aveva trascorso gli ultimi giorni di vita familiare, il buon senso lo portò a seguire il consiglio di Sinisa, certo comunque del fatto che in quel posto non avrebbe rinvenuto traccia degli affetti perduti e meditando sulle ultime parole del padre, pianificò la fuga.

Il tragitto non era molto lungo. In condizioni normali non avrebbe impiegato più di trenta minuti di cammino per raggiungere il sentiero che dalla città conduceva al monastero, ma sapeva che a quell’ora sarebbe stato oltremodo rischioso percorrere le strade del centro, senza considerare che molto probabilmente i birri di Valcik erano ancora sulle sue tracce. Optò quindi per una soluzione meno agevole, che perlomeno l’avrebbe manlevato da spiacevoli imprevisti e senza pensarci troppo si avviò verso l’imbocco della rete fognaria.

La fogna era solo una delle tante opere che formavano l’eredità di Tito a futura memoria del regime che fu. Sprechi su sprechi, sostenevano gli anziani. Si estendeva per mezzo di intricate condotte al di sotto del suolo cittadino, ma era rimasta in larghi tratti inutilizzata proprio perché eccessivamente estesa rispetto all’esiguo fabbisogno della popolazione; così era diventata rifugio per i barboni nelle fredde notti d’inverno e punto di ritrovo per molti giovani che vi orchestravano le situazioni più disparate. Dèjan conosceva quei canali a menadito per averci speso intere giornate andando a zonzo con i suoi amici e confidava di poterli percorre comodamente, pur sapendo che l’oscurità non l’avrebbe certo facilitato. I fatui riflessi di una luna crescente che varcavano le fenditure ai margini delle banchine, ne favorirono la dipartita ed in poche ore fu fuori, esattamente nel posto in cui aveva progettato di farlo: nei pressi del vecchio mattatoio a ridosso del valico che portava al monte.

Il monastero sorgeva su di un’altura a sud della città sul vertice alto di una parete dirupata a strapiombo sul mare. Si diceva fosse stato eretto da un antico ordine di monaci eremiti di cui, per quanto se ne sapesse, non v’era più traccia e ormai da anni versava in stato di totale abbandono, ridotto ad un cumulo scomposto di macerie. Diffidava di quel posto. In città si diceva che fosse diventato rifugio prediletto di tossici e satanisti assortiti. Non vi aveva mai nesso piede e mai avrebbe pensato di farlo, eppure – pensò -, se Sinisa si era tanto premurato di non indirizzarlo altrove, un buon motivo per andarci doveva pure esserci; del resto non aveva mai tradito la sua fiducia, ed anche in questa evenienza si sarebbe affidato alle sue cure.

Prese le mosse del lungo sentiero che dai confini più estremi della città muoveva verso il monte, costruendo il proprio coraggio sugli orrori dei giorni trascorsi, nella convinzione che nulla di più spaventoso gli sarebbe mai capitato, come per chi, non avendo niente da perdere, si fa schermo a tergo della propria incoscienza e vi giunse che era notte inoltrata.

Dapprima ebbe paura. I rumori ambigui della boscaglia e lo schiamazzo delle poiane dal fondo della scogliera, agitavano i suoi pensieri di sinistri presagi. I chiarori lunari restituiti in frammenti nello scompiglio del fogliame vi davano forma, proiettando sullo spiazzo ritratti inquietanti.

Il vecchio monastero si ergeva ai margini di una basilica eretta in guisa gotica. Notò gli avanzi del rosone centrale rotto dal basso in una crepa scomposta quasi a formare il perimetro di un orifizio sfigurato ed ebbe l’impressione che i resti dell’ antica vetrata circolare, si stessero ricompattando in forma cilindrica attorno alla sua figura. Rimase sgomento e per quanto fosse ragionevolmente persuaso del fatto che si trattasse di un inganno offerto dalla suggestione, non volle entrarvi, adoperandosi nel cercare altrove riparo per la notte. Infine allo strenuo delle forze, si cinse nel solco di un piccolo affossamento del terreno rimanendovi, insonne fino al mattino seguente.

I primi bagliori del giorno lo destarono al rintocco inatteso del trillo di un gallo: nota stonata di traccia domestica incisa sul lungo spartito di una melodia selvatica.

Il lieve tepore del mattino incipiente, gli offriva ristoro di una notte di spasimi, trascorsa all’addiaccio in un ricovero di fortuna. Rinvenne in compagnia di se stesso. Nel breve interstizio delle ventiquattrore dacché dormiva al fianco del suo fratellone in una confortante dimensione familiare, si ritrovò da solo in un mondo ostile ad inseguire ragioni per capacitarsi del male che aveva conosciuto, cercando di dare un senso a ciò che apparentemente non ne aveva alcuno. Si rivolse quindi a scrutare le stelle ancor impresse distintamente nel circo celeste e prese ad intonare il canto della sera.

Quando le stelle accompagnano il silenzio e il ricordo diviene forte nel cuore, gioia e nostalgia si intrecciano in un’unica melodia, risalendo la strada compiuta ed intravedendo la pista novella che s’affaccia sull’alba di un nuovo giorno e percorre l’intera esistenza verso un orizzonte immenso, dove le stelle sono volti, voci e canto infinito. Un susseguirsi di albe e tramonti, di notti e di stelle, di dolci ricordi:

“ Al cader della giornata noi leviamo i cuori a te;

tu l’avevi a noi donata, bene spesa fu per te;

te nel bosco e nel ruscello, te nel monte e te nel mar;

Te nel cuore del fratello, Te nel mio cercai d’amar.

Se non sempre la mia mente in te pura s’affissò

e talora stoltamente a Te lungi s’attardò.

Mio Signor ne son dolente e te ne chiedo o Dio mercè

del mio meglio lietamente io doman farò per Te.

I tuoi cieli sembran prati e le stelle tanti fior.

Son bivacchi dei beati stretti intorno al lor Signor

Quante stelle, quante stelle, dimmi tu la mia qual è.

Non ambisco alla più bella, purché sia vicino a Te.”

Era un canto di montagna che intonava con suo padre sul finire della sera, quando occhi al cielo rendeva lode a Dio e soffermandosi ad indagare le stelle, le immaginava come gradito ristoro per le anime pie nel viaggio verso il Signore: “son bivacchi dei beati.”

 “Scegline una per passarci la notte” gli diceva Sinisa, “gli sarai più vicino” e così faceva ogni volta.

Ma era sempre la stessa, era Denebh, sulla punta estrema della croce del cigno, la sua preferita. Produceva un chiarore intermittente quasi pulsante di vita. Dèjan sosteneva che fosse l’unica veramente viva e pensava che un giorno, prima di ricongiungersi con Dio, avrebbe fatto visita alla gente che la popolava.

Quel mattino, indirizzando lo sguardo verso Denebh, immaginò che suo padre, nel cammino verso l’Eterno vi avesse sostato e che in quel momento stesse incrociando lo sguardo con il suo. Si sentì meno solo ed allora aspirò alla dimensione del Tutto. Vide se stesso appollaiato sulla sporgenza della rupe del monastero, andò più su vide Split, ancora più in alto e vide il mare, poi la sfera terrestre, più in alto sempre più in alto e vide Denebh da vicino, gli sembrò come se l’era immaginata da sempre. Oltrepassò quindi il muro del tempo e varcò gli spazi infiniti del firmamento. Si spinse più in là e trovò ancora il Tutto avvolto nel Tutto senza fine. Infine si rese conto di non poter governare quella percezione e fece ritorno. Consapevole della pochezza dell’uomo, intese che nella sua attuale dimensione avrebbe avuto una visione soltanto parziale del Tutto, ma non se ne fece cruccio. Anche di questo, presto o tardi avrebbe avuto contezza e prese a ragionare del bene e del male.

Serie: Genio sovraumano


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