ALCHERINGA

Non fu mai chiarita l’identità di colui che, in questi casi, si era soliti chiamare “paziente zero”.

L’unica certezza fu che il morbo si originò dalla nutrita comunità di nativi insediati alla periferia di Alice Springs, nel centro geografico dell’Australia.

Dapprima le autorità locali si limitarono a bollare il fenomeno come una sorta di psicosi collettiva, un disturbo del sonno che attanagliava unicamente gli individui appartenenti al popolo Aranda.

Frotte di scienziati, psicologi, sociologi ed etnologi si fiondarono nei più disparati salotti televisivi per trovare una spiegazione razionale all’evento: si parlò della stretta connessione tra mitologie aborigene e simbolismo dei sogni, qualcuno accennò all’ancestrale Dreamtime e al concetto di everywhen, le dispute poi si spostarono nel puro campo etimologico – qualcuno infatti avanzò la possibilità di una colossale cantonata presa dall’originario ideatore del termine, un’erronea traduzione della parola alcheri (o altjira), che poco avrebbe avuto a che fare con i sogni.

Insomma: per alcuni era pura follia ipotizzare l’innescarsi di una psicosi collettiva in una comunità che non riconosceva gli stessi simbolismi e significati che il resto del mondo pretendeva di attribuire ai presunti “eventi scatenanti”.

Tutto questo cancan mediatico, però, non servì certo ad arrestare il fenomeno: ben presto l’intera nazione si trovò a far fronte al dilagare del morbo.

A quel punto venne l’ora di abbandonare le speculazioni e di incominciare a cercare tracce concrete di agenti patogeni.

Iniziò così uno screening totale della popolazione australiana.

Batteri, virus, funghi, lieviti… ogni genere di sostanza rilevata all’interno dei campioni biologici prelevati dai laboratori fu indagata con minuzia.

Si passò in rassegna qualunque specie animale, a partire dai pipistrelli – magnifici catalizzatori di ogni sorta di contaminazione – per proseguire poi con ragni, serpenti, scorpioni e zanzare.

Un noto epidemiologo olandese avanzò la possibilità di una connessione fra il nuovissimo morbo e la tripanosomiasi trasmessa dalla puntura della mosca tse-tse, ma immediatamente l’idea venne accantonata a causa della totale mancanza del benché minimo sintomo che lo ricollegasse alla malattia del sonno.

Qualche veterano dell’epoca d’oro della farmacognosia si arrischiò a formulare una teoria che solo parecchi mesi dopo risultò essere molto più azzeccata di quanto potesse sembrare al momento della prima enunciazione: il parallelismo c’era, ma non era da ricercare con un animale, bensì con una pianta, la calea ternifolia.

Quella specie cresceva solo in Messico e veniva chiamata “erba dei sogni”, proprio per la sua innata capacità di indurre sogni lucidi. Gli indigeni di Oaxaca la consumavano da sempre per le loro pratiche di oniromanzia.

Nel frattempo, il contagio aveva valicato i confini nazionali: i primi casi vennero segnalati anche nel sud della Cina, in India, Russia ed Europa meridionale.

Per ogni nazione colpita dal morbo ecco nascere una nuova definizione del male misterioso: il termine più in voga fra gli stati d’occidente fu “Sindrome da Sdoppiamento della Realtà”, espressione ridondante e farraginosa, come piaceva all’Ovest scientista, riassumibile in un più snello e accattivante acronimo – S.S.R., o ancora meglio S.R.S., dall’inglese “Split Reality Syndrome”.

A distanza di soli quattro mesi dalle prime avvisaglie dell’infezione, l’O.M.S. aveva già dichiarato lo stato di pandemia.

Il difficile fu dare una reale motivazione a tutta la serie di quarantene e coprifuochi che nelle settimane successive sarebbero state indette dalle varie nazioni dell’occidente.

Dapprima si parlò di isteria collettiva – un contagio non fisico, ma psicologico – poi si optò per definire questo morbo una “malattia metafisica”, capace di attecchire attraverso i sogni infetti.

In pratica ci trovavamo di fronte a una pandemia di sogni lucidi.

Il dramma si consumava in poche ore: ci si addormentava la sera per poi smarrirsi in un labirinto infinito di continui risvegli. Tutto qui.

La sensazione di una rottura nell’equilibrio non era data tanto dal mancato riposo, quanto dall’assenza di una definitiva coscienza del risveglio, come se la barriera fra sonno e veglia fosse crollata irrimediabilmente, intrappolandoci “di là”.

La perenne razionalizzazione del mondo onirico comportava l’inevitabile sversamento del sogno nella realtà, e la frantumazione di quest’ultima.

Gli “esperti” descrissero bene il senso di smarrimento che ne seguì: l’ineffabilità del sogno, contrapposta alla perentorietà del risveglio, ci aveva garantito per millenni l’illusione di una granitica realtà; una volta però smarriti i presupposti di questo confronto, ecco che l’illusione si sarebbe spenta di colpo.

In questo modo, vivere diventava qualcosa di molto simile a un eterno dormiveglia, un limbo opprimente che ci imprigionava fra due mondi, con la costante sensazione di stare dormendo, certi però di intuire l’esistenza di qualcosa dall’altra parte di un opaco limite percettivo.

Quello, dunque, fu il vero orrore cagionato dal dilagare del morbo misterioso.

E dato che l’esistenza si faceva via via più spossante, proprio a motivo di quel frustrato impulso di trascendenza, non tardarono a farsi sentire le prime reazioni delle comunità religiose.

Per i cristiani si trattava della prova etimologica dell’imminenza dell’Apocalisse, intesa come “rivelazione”; analogamente, tutto quel sommovimento globale stava a indicare, per gli induisti, la caduta di māyā, il tracollo dell’inganno del mondo.

La teosofia, invece, pronosticò un tremendo sconquasso dei registri akashici, qualunque cosa fossero.

Gli intellettuali d’occidente, infine, furono gli ultimi a esprimersi riguardo al morbo: annoiati e decimati com’erano, impiegarono un’eternità a istituire i primi movimenti culturali.

Fra tutti, “l’inesistenzialismo” si impose con prepotenza: i pochi animi nobili rimasti commisero suicidi di massa (o in solitaria) nella convinzione sempre più incrollabile che quello fosse il solo modo di “svegliarsi” da una non-esistenza.

Proprio come nei sogni più tenaci, infatti, quando la coscienza lucida non voleva scollarsi dal paesaggio onirico, era credenza comune che l’unica soluzione apparente per riemergere dal sonno fosse quella dello shock estremo.

E cosa c’era di più estremo della morte?

Dunque arrivarono tardive le conseguenze radicali di questa pandemia metafisica: mentre una minoranza di “onironauti” sperimentava un’ascetica immersione profonda, abbandonandosi a un sonno continuo, sino al deperimento, nella speranza di bucare tutti gli strati delle realtà inferiori in cerca di uno sbocco nelle viscere del sogno, la maggioranza finiva invece per sopprimersi in silenzio, inseguendo la libertà nella direzione esattamente opposta, in quelli ormai noti come “livelli superiori”.

Le istituzioni e gli organi di controllo, intanto, crollavano una dopo l’altro: alcuni governi lasciavano i cadaveri a decomporsi nelle strade per dimostrare ai cittadini che la morte era reale, così da dissuaderli dal commettere a loro volta suicidio.

Altri, invece, depenalizzarono i crimini, a causa della carenza di spazio nelle carceri.

Da noi, i detenuti in esubero sono stati spostati nelle scuole, dato che ormai l’insegnamento è abolito: il Ministero dell’Istruzione ha decretato che la realtà non esiste, quindi tanto vale inventarsela per conto proprio.

Non ci vorrà molto prima che il Ministro della Giustizia approdi alla stessa conclusione, e allora persino la legge diventerà puramente arbitraria.

Nel frattempo, i nostri vicini di casa si sono tolti la vita il mese scorso. Madre, padre, vecchi e i loro due figli: un solenne suicidio collettivo.

L’ho capito dalle migliaia di mosche che sciamano per la casa, accalcandosi contro le vetrate chiuse della loro cucina.

Devono essere morti lì. Avvelenati.

Forse ora sono tutti seduti attorno al tavolo da pranzo, immobili e scomposti come manichini: alcuni curvi, con il viso nel piatto, a marcire dentro ai resti freddi di qualche zuppa al cianuro, altri riversi sullo schienale della sedia, la faccia smangiata e putrefatta a fare da nido per tutte quelle mosche.

Insieme, ma soli.

Prigionieri ognuno della propria decomposizione, giusto come da vivi lo erano del loro intimo sentire.

Siamo sempre stati in quarantena. Sin da prima di nascere.

Questa mattina, alle 10 e 43 minuti esatti, mi sono tolto la vita.

Come immaginavo: stavo sognando.

Adesso però ho di nuovo paura.

Sarò davvero sveglio, ora?

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Che dire… Stupendo. Devo ricredermi: questo è il tuo librick che ho apprezzato di più, finora. Ovviamente sono gusti personali, perché sono molto legato alle tematiche che hai trattato qui, in particolare a quella della caduta del velo della realtà. Ci sono passaggi, in questo testo, che toccano l’essenza più pura del weird così come viene trattato (oserei quasi dire studiato) da Mark Fisher in The Weird and the Eerie, dove le certezze umane che servono per interpretare la realtà crollano e vengono messe in discussione. Il finale poi, perfetto: in poche righe è la ciliegina giusta su questa torta fatta di dubbi e disillusioni. Avrei tanto da dire, ma mi limito a farti i miei migliori complimenti! 😄

    1. Grazie ancora, Gabriele! Sono particolarmente legato a questo racconto, dato che la metafisica e i limiti della realtà sono i miei argomenti preferiti. Normalmente li tratto in testi più lunghi e articolati, mantenendomi al di sopra dei generi “canonizzati”, ma proprio il fatto di essere riuscito a condensare alcune tematiche a me care in una storia così breve me la rende più famigliare rispetto ad altri scritti.
      Sono contento di sapere che apprezzi il weird! 🙂

  2. ‘Siamo sempre stati in quarantena. Fin da prima di nascere’. Bravissimo. Un ottimo racconto con un ritmo veloce e incalzante, dietro ogni angolo c’è una riflessione da farsi. Nozioni scientifiche precise e interessanti analisi di una società, la nostra, decisamente allo sbando. Molto curioso ed estremamente originale.

    1. Ciao Cristiana! Grazie mille per aver letto il mio racconto e per l’analisi sempre acuta e gratificante 🙂
      In questo “esperimento” ho voluto focalizzarmi sul “tell” trascurando quasi completamente lo “show”, sono contento che il risultato sia stato apprezzato!

  3. Ciao N.d.p mi è piaciuto molto questo racconto, con una prosa impeccabile che sa abilmente fare inter-crossing analizzando la vicenda da più angolazioni, e da un punto di vista sociologico, antropologico culturale miscelata con temi attuali e su cui non smetteremo mai di riflettere, ma è importante avere una voce unica come la tua che analizza arbitrariamente un’aspetto di vita che coinvolge tutti.

  4. Ciao n.d.p., un grandissimo racconto, bravo! Ti muovi con grande agilità fra pillole di filosofie e religioni varie, sprazzi di analisi sociologica, cronaca televisiva e dramma personale, per poi condurci a chiederci cosa sia sogno e cosa sia realtà. Come fanno certi dipinti dell’epoca barocca, metti lo spettatore dentro al quadro, dandogli alcuni modelli di riferimento e chiedendogli di posizionarsi.

    1. Ciao Nyam, grazie per aver letto il mio racconto! Hai colto perfettamente l’atmosfera che volevo imprimere e le tematiche suggerite: il caos, l’irrinunciabile ricerca di un senso, la sistematica sfilza di termini e discipline che entrano in gioco ogni volta che qualcosa minaccia la logica umana. Grazie ancora! 🙂

  5. Ciao ❣️
    Nonostante questo è un virus immaginario e la storia è ambientata in Australia,non ho potuto fare a meno di tornare con la mente ai tempi del covid.
    La riflessione finale è brillante, credo che tutti noi cristiani abbiamo pensato all Apocalisse imminente tra guerre e pandemia … la paura della morte è la più grande paura dell’uomo perché è l’unica cosa certa nella vita di un individuo, ma al contempo è la più misteriosa, perché nessuno è mai tornato per dirci cosa c’è e se c’è qualcosa dopo.
    Il linguaggio è lo stile è sempre 10/10 le descrizioni sono accuratissime e da futura farmacista ti dico che anche la terminologia medica e farmaceutica è usata correttamente.

    Complimenti ❣️

    1. Ciao Lola! Grazie mille per aver letto il mio racconto e per il tuo bellissimo commento 🙂 .
      Il richiamo alle esperienze vissute negli ultimi anni è stato, ahimè, obbligatorio.
      Grazie ancora!