An-ni-ka

Era quasi un mese che dal cielo non scendeva nemmeno una goccia di pioggia. I campi erano aridi e tutti erano felici di quel caldo che stranamente riscaldava la fine di settembre, tranne me.

La calura era quasi asfissiante nella mia stanza e le pale appese al soffitto ronzavano ininterrottamente da giorni. Io, affacciato alla finestra, pregavo che piovesse. Immaginavo le gocce scendere lungo il vetro e mi vedevo ad inforcare la bicicletta per andare a cercarla. Annika, si chiamava così. Alle mie orecchie il suo nome era il ticchettio dell’acqua sul tetto: An-ni-ka. An-ni-ka. Ka. Tic-Ka. Tic-Ka. Tic-Ka. Era di una bellezza senza pretese, come quella del salice o del ruscello, e nella mia vita esisteva solo nei giorni di pioggia.

Conservavo gelosamente il suo ricordo da quel giorno in cui stavo tornando a casa dagli allenamenti, il borsone in spalla, il cappuccio sugli occhi, le ruote che alzavano tsunami e la vidi. Era seduta su un marciapiede, con un vestitino azzurro e bagnato. Sembrava far parte del paesaggio, al pari del cielo scuro e dell’umidità. Non aveva l’ombrello, nè cercava di ripararsi da quel temporale estivo. Non si accorse di me perché era troppo presa a guardare all’interno di un barattolino da marmellate, di quelle che servono negli hotel per colazione. Accanto a lei sul marciapiede c’erano almeno altri venti contenitori come quello che si girava e rigirava tra le dita e tutti erano riempiti di un’acqua velata e grigiastra. Quando le sfrecciai accanto una bella dose di schizzi le si riversò addosso bagnandole i capelli corvini.

Mi rincorse con lo sguardo finché mi fermai e con la bici per mano tornai indietro. Mi aspettavo che fosse arrabbiata, così avevo già pronta la mia risposta.

“Non dovresti stare lì mentre piove, se non vuoi una bella doccia”, lo dissi prima di realizzare che lei non era offesa, anzi: sorrideva frizionandosi il caschetto nero appesantito dall’acqua, mi guardò. Mi sentii come se non esistessi, era come se lei non potesse davvero vedermi, come se fossi solo l’impressione di una persona e non un cristiano di un metro e ottanta. Dissi “non ti ho mai vista da queste parti”, ma non rispose. Mi avvicinai ai suoi barattoli e ne presi uno tra indice e pollice, chiesi “e questi che diavolo sono?”.

“La mia collezione” rispose asciutta. La sua voce era tenue, mi pareva che fosse nella stanza accanto ed io la ascoltassi con l’orecchio poggiato alla porta.

“Ma che razza di collezione è?” Riposi il mio barattolino in fila ordinata con gli altri.

“È la mia collezione di pozzanghere”. Risi, ma lei non mi rivolse nemmeno lo sguardo. Scrutó il cielo e disse “ha smesso di piovere, devo andare”. Aveva ragione, la pioggia era cessata da soltanto qualche istante.

La rividi altre volte, raccontandomi che fosse solo una bizzarra coincidenza, ma la realtà era che giravo per le strade più dissestate e cercavo di proposito le pozzanghere sperando di trovarla. In certi giorni fu più loquace, in altri non si scostava nemmeno i capelli dagli occhi. Mi disse di chiamarsi Annika, e mi piacque che non si chiamasse Giulia, Sara o Carlotta, ma Annika. An-ni-ka. Mi spiegó che ogni pozzanghera era diversa, che anche se dal cielo scende sempre la stessa acqua trasparente, ogni luogo poi la cambia. La città rende la pioggia di un grigio opaco, mentre in campagna le goccioline si mescolavano alla terra diventando marroni e per quanto tu ci potessi provare non avresti fermato questo cambiamento. Mi mostrava soddisfatta i suoi barattoli e ne raccontava a memoria le storie: qui c’è la bestemmia di un uomo d’affari che ha rovinato il suo vestito, qui la risata di una bambina che saltella alzando schizzi, qui lo sguardo di un cane randagio e assetato. Diceva che la stessa pioggia poteva cadere in mille posti e cambiare in mille modi. Mi chiedevo spesso dove fosse caduta lei, cosa la avesse cambiata rendendola Annika, non Giulia, non Sara o Carlotta; ma non glielo chiesi mai ad alta voce, perché mi pareva che lei capisse meglio i silenzi.

Restai alla finestra per tutto il giorno, il meteo aveva predetto temporali, ma il sole non sembrava disposto a cedere. Ormai si erano fatte le 20 ed io avevo perso le speranze. Mi sporsi per chiudere le imposte e la sentii: un’unica goccia di pioggia mi aveva colpito in testa. Appena una decina di minuti dopo il cielo si era fatto scuro, la pioggia torrenziale ed in lontananza crepe luminose squarciavano il cielo. Feci le scale due alla volta e dal garage presi la bicicletta. Montai in sella volando sull’asfalto chiaroscuro e mi diressi verso la campagna, sicuro di trovarla là, accanto ad una pozzanghera.

Fu così. Il suo vestitino volteggiava libero nell’aria calda e pesante. Aveva gli occhi chiusi e si muoveva con grazia, sulle note di una canzone che sentiva soltanto lei. Restai a qualche metro di distanza ad osservarla e mi chiesi da quale sciocco libro di favole fosse uscita. La immaginai in un castello arroccato su una collina, ma nei paraggi non c’erano castelli, nè palazzi regali. Soltanto piccoli appartamenti incastrati tra loro, una scuola, un supermercato con un parcheggio desolato ed un ospedale psichiatrico al di là dei campi. Quando lei mi vide restó in silenzio, ma sorrise. Mi avvicinai immergendo le scarpe di tela nell’acqua sporca e le presi entrambe le mani intrecciando le dita con le sue. Mi guardò come se mi vedesse per la prima volta e con uno slancio in avanti incolló le sue labbra alle mie. Chiusi gli occhi e la strinsi di più, la sua bocca aveva il sapore dolce dell’antibiotico per la tosse. I tuoni la facevano sobbalzare e la strinsi di più a me. Quando ci separammo lei si chinó e raccolse un po’ dell’acqua che ci circondava. Era sporca, ma era nostra. Conteneva il nostro bacio. Mi porse il vasetto di vetro allungando il braccio davanti a sè e quel gesto fece scivolare sul polso un braccialetto colorato. Trattenni con delicatezza il suo braccio e sorrisi riponendo con cura il contenitore nella tasca della giacca. Il suo gomito era così magro da starmi completamente in una mano. La osservai, la pelle era solcata da righe bianche, segni di vecchie ferite ed ombre di bruciature. Con il pollice disegnai una linea fino al polso dov’era allacciato il braccialetto in plastica azzurra quasi uguale a quello che mi avevano dato quando a 7 anni mi operarono di appendicite. Riportava il nome Giulia Laura Rossi, la data 11/09/2001.

Allungai lo sguardo verso l’ospedale psichiatrico in lontananza. Era una struttura imponente e moderna, dimenticata in mezzo alla desolazione della campagna.

La guardai interrogativo e chiesi “Come ti chiami?”. Disse che si chiamava Annika. An-ni-ka. Le credetti, perché l’acqua quando cade è sempre trasparente e poi diventa grigia se cade in città, oppure marrone se cade su una strada di campagna. Così anche lei forse era caduta Giulia Laura e poi era diventata Annika quando aveva lasciato guarire le cicatrici e aveva iniziato a collezionare pozzanghere. E per me fu sempre Annika. An-ni-ka che nella mia vita esisteva solo nei giorni di pioggia perché nessuno aveva voglia di rincorrere un’ innocua ragazzina sotto un temporale.

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Discussioni

  1. E’ il secondo racconto che leggo, la cui narrazione è diversa e lievemente empirica. Amo la pioggia perché bagna la terra e la disseta. Amo la pioggia perché mi da di sciacquare laddove c’è bisogno di pulizia. Molto bella la descrizione del carattere di Annika, con una immensa saggezza e profondità interiore da saper trovare un colore dell’arcobaleno nel significato di una “insignificante” pozzanghera. Che da adesso in poi, anche la pozzanghera avrà una sua filosofia.

    1. Ti ringrazio, è un grandissimo complimento quello che mi hai fatto. Sono felice che ti sia piaciuto

  2. Wow. Scrivi benissimo. Mi piace molto questa misteriosa e tenerissima collezionista di pozzanghere “che esisteva solo nei giorni di pioggia”.

    1. Grazie mille, sono felice che ti sia piaciuto e che forse penserai ad Annika nei giorni di pioggia.