ANCHE SE TUTTI

Il rumore secco dello sparo ruppe la tranquillità della strada distratta dalla tentazione delle vetrine. Il sangue dell’uomo colò dalla testa a una velocità sorprendente, chiudendogli gli occhi per sempre. Si udirono urla disperate di persone prese dal panico e i loro passi impazziti si tramutarono in una fuga senza meta, comunque sia, verso la possibile salvezza. L’uomo fece qualche passo, come se non si rassegnasse alla morte, poi crollò sulle ginocchia come un burattino senza fili, e la testa si accasciò sul petto, prima di finire la sua corsa sull’asfalto gelido e indifferente, come lo sguardo di una donna ormai perduta.

La sigaretta bruciava in fretta tra le labbra. Il frigo era vuoto e nulla faceva presagire che Marco potesse porvi rimedio. Marco era depresso, lo era da una vita, o almeno da quando ne ebbe memoria. I suoi ricordi d’infanzia erano infelici, accumulati in anni passati tra timidezza e frustrazione, mai affrontate e mai risolte. Un “loser” si direbbe in inglese, semplicemente uno sfigato per il novantanove per cento della gente comune: terrestre e non terrestre. Il fumare era solo l’ultima possibilità che si diede dopo aver riflettuto su ogni possibile forma di suicidio, e scelse la più vigliacca ed egoista naturalmente. Viveva in un palazzotto dei primi del novecento nel centro città, al primo piano, in un appartamento ereditato dai nonni. L’arredamento era un’accozzaglia di mobili rigorosamente in legno massello, senza uno stile preciso, massicci e imponenti, a ricordare la concretezza del tempo che fu. La tappezzeria sui muri era ormai ingiallita e rosa dal tempo come una pelle che si screpola avvizzita, mostrava senza pudore le macchie di umidità e la stratificazione delle vernici prima della solenne decisione di coprire il tutto con un’allegoria di putti, panneggi e fiori di lillà.

Squillò il cellulare, Marco guardò l’ora, erano quasi le undici di mattina. Era sua zia. L’unico contatto con la realtà che gli rimaneva, l’unica persona a preoccuparsi per lui.

<<Pronto! Per cosa rompi oggi?>>

<<Sei il solito maleducato! È da settimane che non ti vedo! Se non telefonassi io, nessuno saprebbe come stai!>>.

<<Sto bene! Come ieri e l’altro ieri e l’altro ieri ancora: come un trentaseienne al quale triturano i santissimi tutti i giorni, va bene?>> rispose isterico.

<<E non urlare così! Sono tua zia dopotutto… se i tuoi genitori sapessero come sei diventato scorbutico…>> singhiozzò.

<<Non mettere in mezzo mamma e papà o m’incazzo davvero! Sono morti! Morti! E mi hanno lasciato solo il rancore per non essere stato il figlio perfetto che sognavano, nel loro stupido egoismo borghese >>.

«Non dire così, sei crudele… è inutile con te non si può parlare! ti chiamo domani».Click.

«Non provarci nemm…. Pronto!».

L’ira gli fece scagliare il cellulare sul divano. «Il telefono in faccia mi chiude» pensò «come se non avessi altro da fare che ascoltare i suoi piagnistei! .» In realtà non aveva davvero nulla da fare. In realtà non sapeva neanche perché si era comportato così. Si accese l’ennesima sigaretta con i gesti meccanici di un vizio ormai consolidato, e per rilassarsi, si sedette davanti alla finestra. La sua finestra. La finestra che si affacciava sulla strada era la sua televisione, la sua internet, il suo Prozac, la sua mescalina. Guardare la gente che gli passava sotto, indifferente e armata di protesi cellulare gli davano il sottile piacere dell’autocommiserazione. Una dose, due dosi, tre dosi ed era fatta, la dipendenza era servita. Per ogni persona aveva il suo metodo, la sua filosofia, il teorema per inquadrare il tipo e immaginarne la vita. La vita che lui non aveva vissuto e della quale rimuginava nel frastuono ininterrotto dei suoi pensieri. Dall’altra parte della strada vide una biondina giovane con i jeans tagliati alle ginocchia e un giubbotto corto alla vita e la riconobbe – Eccola è tornata- pensò – Sei la ragazza dei miei sogni, occhi profondi e il tuo viso è una promessa di bellezza che è stata felicemente mantenuta… eppure sembri turbata… è possibile che la bellezza porti infelicità? No, non deludermi, non puoi essere infelice anche tu. Hai un fidanzato ricco, con un SUV superaccessoriato inserito nel GPS del suo ego e che, naturalmente ama più di te, ma tu credi ancora nell’amore, anche se sai che questo ti distruggerà. Vorrei dirti che ti amo almeno una volta, per sentire ferocemente l’emozione e il ridicolo della mia pazzia solitaria-.

La ragazza si fermò all’improvviso, alzò gli occhi e guardò in direzione della finestra. Tirò fuori il cellulare e digitò qualcosa: stava telefonando. Il colloquio sembrò concitato e la ragazza chinò la testa su se stessa come se volesse isolarsi nella conversazione. La telefonata finì e, dopo un attimo d’incertezza, si avviò verso il palazzo.

Marco la vide attraversare la strada, istintivamente si nascose dalla visuale, la ragazza premette un pulsante del citofono della casa.

Francesca aveva paura. Sapeva di andare incontro a un ennesimo litigio, ma questa volta voleva farla finita davvero con Giulio. Lei lo aveva lasciato già tante volte e per troppo tempo perdonato, credendo che la forza del suo amore l’avrebbe cambiato. Si sentiva distrutta dopo aver dato tutta se stessa. Ora era stanca di subire le continue torture psicologiche della sua insensata gelosia e delle violenze marchiate sul suo corpo.

Giulio la stava aspettando e la rabbia montava in lui: sapeva che questa volta Francesca non si sarebbe arresa alle sue parole di perdono. L’avrebbe persa per sempre e il senso di vuoto che lo assaliva gli annebbiava la mente. Aveva bevuto molto, lo faceva sempre quando era sopraffatto dal dolore.

Marco si precipitò alla porta e appoggiò l’orecchio per sentirla entrare. Conosceva quel Giulio che gli abitava di fronte. Lo considerava uno stronzo patentato e mai gli aveva rivolto la parola. L’invidia che covava per quell’infantile bambinone gli faceva rodere il fegato.

Francesca trovò la porta già aperta ed entrò nell’appartamento. Trovò Giulio seduto su una poltrona e con una bottiglia di liquore in mano. Si guardarono negli occhi e Francesca trovò la conferma che l’uomo che aveva amato non esisteva più.

Marco sentì chiudersi la porta e non riuscì a staccare l’orecchio dallo scudo di legno che lo separava da quella situazione.

«Allora è finita» disse Giulio.

«Si è finita, non voglio più vederti, Ti prego lasciami vivere la mia vita.»

«La tua vita da puttana? Chi ti scopi adesso? Dimmelo!»

«Basta, non voglio che finisca così, non ho mai scopato con nessuno e lo sai. Tu sei malato, hai bisogno di aiuto, ma io non posso più farlo, non ce la faccio.»

A quelle parole l’ira di Giulio si scatenò. Scagliò con violenza la bottiglia contro il muro e si precipitò verso Francesca.

Marco sentì le urla provenire dall’appartamento e rumori di mobili sfasciati, ma non si mosse di un millimetro. Aveva paura, come tutti, di mettersi in mezzo.

La porta di Giulio si aprì all’improvviso e sentì Francesca chiedere aiuto mentre scappava nell’androne.

Marco aveva il cuore in gola: si stava pisciando addosso? Forse sì. Fu in quel momento che decise di aprire la porta di scatto e si ritrovò Giulio davanti, con una pistola in mano.

«Torna a casa tua stronzo guardone » disse Giulio «Non sono cazzi tuoi».

Marco richiuse immediatamente la porta e corse verso la finestra. Vide Francesca a terra che urlava e piangeva, mentre Giulio stava per raggiungerla con la pistola puntata verso di lei. In quel momento sentì la rabbia che aveva accumulato in tutti quegli anni di frustrazione salirgli fino al cervello, prese un coltello dalla cucina e si precipitò in strada.

Giulio ora era a due metri da Francesca, la guardò mentre lei continuava a piangere immobilizzata dalla paura. Con un gesto rapido mise il colpo in canna.

«Lo sai che devo ammazzarti» disse Giulio «non posso lasciarti andare così»

Giulio non riuscì a finire la frase. Senti un dolore lancinante alla schiena , una lama gli era stata conficcata nella schiena. Nello stupore incredulo vide Marco superarlo e andare a coprire Francesca con il suo corpo. In piedi con le braccia allargate Marco, non sentiva più la paura, ma solo l’inevitabilità di quel gesto.

«Ora sparami vigliacco!» disse a Giulio mentre si accasciava a terra.

«Figlio di puttana» riuscì a dire Giulio mentre il sangue gli sgorgava dalla bocca.

Francesca vide la figura di quell’uomo che non aveva mai visto pararsi davanti a lei e non capì.

Marco si girò verso di lei e guardandola negli occhi le sorrise come se l’avesse sempre conosciuta e alzando il braccio indicò la finestra dalla quale tante volte l’aveva spiata.

La prima pallottola colpì Marco alla spalla. Sentì attraversargli il corpo, ma non si girò.

«Ti amo» disse, ma Francesca continuava a non capire. Porse lo sguardò verso la finestra ma non comprese né il gesto né le sue parole.

Marco si girò verso Giulio tenendosi la spalla ferita e lo vide agonizzante ma ancora con la pistola puntata contro di lui. Ora si sentiva libero, quasi felice. Nella sua mente scorsero tutti i ricordi che aveva accumulato in quegli anni e si disse: « sì, ne vale la pena.»

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Responses

    1. Sì Kenji, si potrebbe definire così un piccolo noir autodistruttivo. Un riflessione tragica con un po’ di umorismo, per alleggerirla. Grazie del commento, ricambierò.