Andrè e il fulmine

Andrè Cador viveva in un paesello nel cuore delle Fiandre e all’età di quattordici anni era stato colpito da un fulmine. Uno schianto tonante che aveva fatto tremare le travi delle case e nascondere i bambini sotto i letti.

Andrè Cador fu ritrovato esangue sotto il grande albero di quercia al centro del campo di suo padre. Tutti lo credevano morto, tranne lui stesso. Circondato da una folla di donne con la testa nascosta da fazzoletti neri e rosari in pugno, si era alzato scuotendosi le foglie di dosso e senza dire una parola aveva camminato sulle sue gambe in mezzo al grano, fino alla cascina del padre. Vi era rimasto per cinque giorni. Passato quel periodo era tornato al suo lavoro di contadino ma niente era stato più come prima, neanche il suo corpo. Una grande ragnatela si estendeva come un ramo di corallo dalla schiena fino alla parte destra del volto. La ramificazione esatta del fulmine che lo aveva colpito, diceva a chi glielo chiedeva. Perché Andrè Cador da quel giorno parlava solo se interpellato. Il suo sguardo era perennemente concentrato sulle proprie mani, sempre intente a mietere, mungere o segare. Come se il mondo intero fosse rinchiuso nella sfera callosa dei suoi palmi, tra le dita.

Un giorno però quegli occhi si erano alzati in direzione del padre e poi più su oltre la testa, ed erano rimasti lì incollati per qualche secondo. “Cade” aveva detto semplicemente restando immobile. Jan Cador aveva a sua volta alzato lo sguardo e d’istinto si era spostato di lato. Proprio in quel frangente, l’enorme trave del granaio si era staccata dalla sua sede frustando l’aria e andandosi a schiantare sull’ombra del contadino. L’uomo allibito aveva cercato il volto del figlio che nel frattempo era già impegnato altrove. Jan aprì la bocca per domandare, sbatté le labbra a vuoto, si fece il segno della croce e uscì con passi strascicati. Né padre né figlio fecero più menzione dell’accaduto.

Due settimane dopo, durante l’annuale fiera di paese, un gran numero di persone si riunirono nella modesta piazza centrale con al centro una fontanella e grandi viticci rampicanti sui muri delle case. Padre e figlio allestirono i pancali che ospitavano grandi sacchi di granaglie e attesero i primi clienti. Andrè sgranava e separava le sementa con cura estrema, ignorando il via vai di persone, fin quando non si sentì schernire.

“Fulminato! Ti dico che è rimasto mezzo scemo da quando quel fulmine l’ha beccato sul groppone!” Disse un ragazzo con arroganza additandolo, mentre sghignazzava di fianco ad una bella ragazza che si coprì la bocca ridendo con finta riservatezza.

Andrè Cador alzò lo sguardo dalle sue mani piantandolo negli occhi del ragazzo.

“Lascialo, non funziona”, disse con voce ferma.

“Come non funziona?” Chiese la ragazza tra risolini divertiti.

Il ragazzo s’irrigidì e prendendo sotto braccio la compagna la strattonò via “lascia perdere Juliet, è matto, andiamocene”.

“Aspetta voglio sentire che dice! Allora cos’è che non funziona?” Chiese liberandosi dalla presa dell’altro.

“Lui non funziona, se vuoi avere figli, lascialo.” Concluse ritornando al suo lavoro.

“Tu brutto… Chi tel’ha dett… andiamocene!” Arrancò il ragazzo con viso rubicondo e pieno d’imbarazzo, trascinando via l’incredula amica.

Il padre Jan lanciò uno sguardo severo al figlio che non potè vederlo intento com’era a sistemare metodicamente il grano nei sacchi. Una terza persona ben vestita che osservava il banco aveva assistito alla scena. A sua volta si avvicinò ad Andrè, “non avresti dovuto rivelare il suo segreto, certe questioni sono di un imbarazzo incredibile e un pesante fardello per un uomo. Io stesso che sono il suo Dottore cerco sempre le parole giuste per trattare l’argomento” disse sottovoce sporgendosi sul bancone.

“I segreti vengono da me, me li ha portati il fulmine; e i fatti arrivano prima per me che per gli altri.” Andrè fece atterrare un grosso sacco tra lui e il suo interlocutore, che tossendo cacciò là povere sventando la mano. Il Dottore si allontanò con irritazione, mentre Andrè già gli voltava le spalle, indaffarato altrove.

A sera tornati a casa, il padre lo redarguì su come comportarsi tra la gente e su ciò che era o non era opportuno dire.

L’alba del secondo giorno di fiera si alzava tra le spighe umide e Andrè attendeva il padre sul calesse con le spalle dritte lo sguardo lontano.

La strada sterrata confluì nella sola via d’acciottolato che correva verso la piazza. In lontananza giungeva lo sbatacchiare delle ruote d’un altra carrozza insieme alle campane della chiesa vicina. Andrè sollecitò i cavalli con le redini per poi tirarle repentinamente. Il cavallo indeciso sul da farsi sbuffò e si piantò slittando su lastricato.

“Che succede, cosa fai!” Inveì il padre osservando il figlio che lasciava andare le redini, scendeva al volo e correva via come un matto.

A poca distanza una carrozza avanzava spedita e una figura minuta sul punto di attraversare la osservava, paziente.

Andrè le andò in contro correndo e con un tuffo disperato si lanciò su di lei, trascinandola lontana con un tonfo doloroso. Propio in quel momento un gatto nero corse davanti ai cavalli che s’agitarono roteando gli occhi e sfiatando alle force. Un grande baio pezzato andò a sbattere contro l’altra bestia, e in un intrico di zampe e redini trascinarono la carrozza allo sbando, dritta nel punto dove qualche istante prima si trovava la ragazza.

Soffocata dalla figura massiccia di Andrè, guardava atterrita la scena mentre il conducente cercava di riprendere il controllo della situazione.

“Come hai fatto” chiese con un filo di voce mentre Andrè la aiutava ad alzarsi. Era minuta con occhi grandi e piccole mani che cercavano di pulire la terra da un vestito rozzo.

“È stato il fulmine” disse Andrè e suo padre lo vide sorridere. Quel sorriso sincero e inaspettato si tramutò tre settimane dopo in una proposta di matrimonio.

Andrè Cador e Mariette Du Garden si sposarono sotto la grande quercia circondati dal grano maturo e pochi ospiti. Di avvenimenti strani ne capitarono molti altri ancora, ma quello più incredibile fu la nascita del figlio Olivié: una grande ragnatela si estendeva come un ramo di corallo dalla schiena fino alla parte destra del piccolo visino. Un dono del fulmine, sosteneva Andrè quando qualcuno glielo chiedeva.

Ma il fulmine da e forse prende. Quello stesso anno Andrè fu trovato senza vita e inspiegabilmente anche il suo tatuaggio venereo era sparito.

Il bambino crebbe e a volte la madre lo raggiungeva tra il grano per chiedergli se il giorno dopo sarebbe stato bel tempo, o se la pioggia avrebbe bagnato la terra arida. Non sbagliava mai, perché il fulmine era dentro di lui. Era durante i temporali che tra le spighe salutava guardando in alto, verso il padre che non aveva mai conosciuto; così diceva se gli veniva chiesto.

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Discussioni

  1. “Quel sorriso sincero e inaspettato si tramutò tre settimane dopo in una proposta di matrimonio.” Non so perché non l’ha riportata, ma era questa la frase che mi è piaciuta tanto.

  2. Che ritorno sensazionale, Virginia. Mi è piaciuto tanto questo LAB, brava! Che belle sensazioni ha descritto…

  3. Ciao Virginia, molto bello davvero questo Lab! La scrittura è ineccepibile, molto fluida, scorre pulito dall’inizio alla fine. Mi piace il dettaglio della “ragnatela”, avevo letto da qualche parte di cicatrici simili su persone colpite da fulmini.
    La storia è una fiaba surreale condita con un po’ di malinconia: personalmente la trovo una combinazione ottima!

    1. Ciao Sergio! Si esatto, anche io ho letto la stessa cosa e mi è rimasta impressa: pensa se veramente quelle cicatrici ricalcassero il fulmine che ha toccato quei corpi… non lo sapremo mai ma per fortuna c’e la fantasia a venirci in soccorso! Grazie per aver letto?

  4. Ciao! Prima volta che ti leggo ed è stato un vero piacere. Gran bel racconto, la cui storia potresti pensare di svilupparla anche per lavori più lunghi, secondo me.

    1. Ciao Raffaele, grazie per gli apprezzamenti e per essere passato. Penserò al tuo consiglio e chissà che non diventi una serie. Alla prossima!

    1. Ciao Dario, grazie per gli apprezzamenti. Si una fiaba che ci ricorda la potenza degli elementi. Aspetto il tuo lab?

    1. Ciao Cristina! Non vorrei mai provare il brivido del fulmine, anche ha effetti magici?grazie per avermi letto!

    1. Grazie Micol! Riprendere a scrivere è una panacea?Alla prossima lettura ❤️

    1. Grazie Alessandro mi fa piacere il tuo apprezzamento! Alla prossima lettura ?