Angela

Prima o poi le consiglio un parrucchiere. Dico davvero, mi faccio coraggio e le consiglio un parrucchiere perché ogni volta che vengo è sempre peggio. E poi io odio questo silenzio iniziale, fa sempre così per i primi cinque minuti.

«Perché scrive sempre delle cose appena mi siedo? Cioè lei non dovrebbe aspettare che io prima cominci a parlare per poter scrivere?»

Mi sorride dolcemente, a volte mi domando se le faccio pena o se pensa che sia stupida. Si toglie gli occhiali e dice: «Scrivo le mie prime impressioni, appunto i miei pensieri, quello che mi suscita guardarti appena ti vedo, senza che tu abbia ancora parlato.» Si poggia allo schienale della poltrona e accavalla le gambe. «A tal proposito, c’è qualcosa in particolare di cui vorresti parlarmi oggi? Delle tue passioni o del tuo lavoro per esempio. Fai la cassiera in un supermercato no? Come ti trovi?»

«Bene. Mi hanno sospesa due giorni fa.»

«Sospesa? Perché?»

«Perché ho superato i dieci ritardi.»

«E perché tutti questi ritardi?»

«Perché ho da fare.»

«Cosa?»

«Le mie cose.»

«Quali tue cose?»

Questo tono dolcemente pacato che continua a mantenere mi sta mandando fuori di testa. «I miei mestieri.»

«Quali mestieri? Parlami di questo dai.»

«Ho fatto tanti mestieri nella mia vita, è per questo che faccio tardi a lavoro, devo pensare ad altre cose. Lei mi vede così giovane ma io ho fatto tanti mestieri. Solo nell’ultimo anno ne ho cambiati tre»

«Tre mestieri in un anno sono parecchi!»

«A dicembre scorso, per esempio, un vecchio cieco attraversava via del Gazometro e quando ha raggiunto l’altro lato della strada sano e salvo, scampando il pericolo delle macchine e dei motorini che lo schivavano, ha preso in pieno il palo giallo del semaforo e si è spaccato la testa. Così da dicembre a febbraio ho lavorato molto per inventare un nuovo bastone supertecnologico, con un sensore dentro il gommino che suona quando ci si avvicina ad un ostacolo, proprio come quelli delle nuove macchine. Poi Pietro, il macellaio, un giorno mi ha detto che l’aveva già inventato un americano. Fanculo!! Fanculo l’America e Mick Jagger, che mi sta proprio sulle palle Mick Jagger!»

«Veramente Angela… io credo che Mick Jagger sia inglese»

«E allora fanculo anche alla Gran Bretagna!» Tace per qualche istante e mi guarda impassibile. «Vai avanti.»

«A quel punto ho lasciato perdere il bastone perché mi ero innervosita. Lo stronzo inventore di “bastoni con sensore” mi aveva fregato il lavoro dieci anni prima che lo facessi io. Allora ho cercato un altro lavoro. Ho deciso che sarei diventata stilista.»

«Una stilista! E’ ambizioso!»

«Sì, da marzo ad aprile sono diventata stilista per barboni. » Inarca tutte e due le sopracciglia, come uno spasmo.

«Non ci crede? Avevo una marea di ordini, tutti i giorni. Si era sparsa la voce, ero brava. Avevo creato una linea d’abbigliamento per barboni molto bella, con molta lana, con molti buchi. Questo lavoro però è stato quello che è durato meno di tutti, solo un mese, perché una sera di fine aprile in Via Giulio Romani c’era un musicista che suonava Chet Baker con dei tubi di metallo e dei pennelli.» Ecco adesso ha lo sguardo perplesso, misto mi-stai-dicendo-una-marea-di-cazzate.

«Giuro. Batteva con i pennelli sui tubi e usciva fuori la musica!»

«Figo!» Quanto mi fa innervosire quando usa questi termini, pensa di fare la giovane, si sente “cool”. Se dice anche “bella raga” e “scialla” giuro che mi metto a vomitare dalle narici del naso! Prima si taglia i capelli con l’accetta come Orietta Berti e poi vuole fare la giovane!

«Vai avanti Angela»

«Allora sono diventata una “musicista di tubi” e tutte le sere c’era un concerto, c’era sempre un sacco di gente a vedermi. Non le dico gli applausi, tutti per me. Che poi io mi stanco un sacco di applaudire. Non lo capisco come fa la gente ad applaudire tanto. Una volta la proprietaria di casa mi ha detto di andare a teatro con lei. Abbiamo visto “Novecento” di Baricco» mi interrompe «Bello! L’ho visto anche io! E ti è piaciuto?»

«Non lo so, ma non è questo il punto. Il punto è che quando l’attore ha finito il monologo tutti applaudivano un sacco. Applaudivano, applaudivano. Io anche applaudivo però non vedevo l’ora che l’attore uscisse di scena perché mi facevano male le mani e mi bruciavano pure. E odiavo la vicina di posto che continuava ad applaudire. Stronza!»

«Forse applaudiva tanto perché le era piaciuto lo spettacolo»

«No, applaudiva perchè ce l’aveva con me! Quando gli applausi pian piano scemavano lei ricominciava più forte, aumentava il ritmo così incitava tutti a ricominciare. Me lo faceva apposta, ne sono sicura, le sono stata sulle palle dal primo momento che mi sono seduta vicino a lei.» Mi accorgo che sto urlando. La Bermolli mi fissa.

«Comunque adesso ho smesso anche di suonare i tubi!» Mi guarda e scrive. Lunga pausa, poi mi guarda e dice: «Angela, ascolta. Io ho bisogno che tu provi a raccontarmi altre cose, ho bisogno che tu mi dica la verità.»

Ecco mi sta facendo di nuovo innervosire.

«Angela, devo sapere cosa succede, quello che accade durante le tue giornate, conoscere le tue emozioni. Non posso aiutarti se tu mi racconti continuamente cose che non sono mai accadute.» Sento la faccia che mi brucia.

«Angela» No le lacrime no. Eccole le sento.

«Angela»

«Che c’è!!! Lo so come mi chiamo! Angela Angela Angela!» Non parla più. Lo odio questo silenzio. «E’ stata così tutta la mia vita. Mi è bastato immaginare di inventare bastoni, di fare la stilista, la musicista, ho anche fatto la scrittrice di elogi funebri per un po’ dopo che è Lei è morta. E li ho fatti tutti seduta in cassa al supermercato, mentre battevo i prezzi e strappavo gli scontrini. Sei contenta adesso?»

«Non devi fare contenta me, non è per questo che ci incontriamo.»

«Ci incontriamo per parlare di mia madre, lo so!» Sento le vene che mi pulsano nel collo. «Lei è morta un martedì. Era il quinto martedì dei miei sette anni. Non aveva fatto in tempo a portarmi a scuola perché era sempre in ritardo così avevo passato sei ore nascosta sotto la cassa del supermercato dove lavorava e per tenermi buona aveva rubato dal reparto giocattoli un telefono rosso di plastica e me l’aveva portato. Mi aveva detto di fare piano, di stare a attenta a non farmi sentire e poi mi aveva fatto l’occhiolino. Alle due finiva il turno. Ero rimasta ad aspettarla sotto alla cassa per tutto il tempo, anche mentre comprava una scatola di uova, un filone di pane e una bottiglia d’acqua per pranzare. Quando siamo uscite dal supermercato abbiamo visto l’autobus che si avvicinava e abbiamo cominciato a correre. Correvamo veloci con la busta e il telefono rosso in mano, poi quando siamo arrivate alla fermata Lei è svenuta. L’acqua, il pane e le uova si sono rovesciati dalla busta. Un uovo si è spaccato sotto la sua testa tra i capelli quando è caduta a terra. Ha smesso di respirare e non ha respirato mai più. L’ho cercata da ogni parte, l’ho aspettata senza fine. Ho invidiato tutto e tutti. Volevo essere Nina, la signora del tabacchi, perché l’aveva vista tutte le mattine per quindici anni comprare le Emmesse. Volevo essere Zia Giulia perché l’aveva vista crescere nella casa a Chianciano. Volevo essere il dottor Rini, perché le ascoltava il cuore battere ogni sei mesi. Volevo essere il maglione nero di lana con la zip davanti perché le era stato attaccato alla pelle per tutti i giorni di freddo. Volevo essere Maurizio, perché la passava a prendere il venerdì sera e l’abbracciava teneramente. Avrei voluto essere tutti, tranne me. Lei pensa che io mi voglia salvare vero? Lo pensate tutti ma non è così. Io non mi voglio salvare, voglio solo aspettare senza essere disturbata da nessuno. Io voglio solo aspettare.»

«Adesso posso sapere il nome del suo parrucchiere?».

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Discussioni

  1. Ho apprezzato il taglio che hai dato al racconto, la rappresentando della “fuga”. Trovo originale che la dissociazione con la realtà avvenga grazie ai mestieri che Angela immagina di intraprendere. Non mi soffermo sulla caratterizzazione della protagonista, se non dicendo che trovo molto accurato ogni pensiero, gesto che le fai compiere: conosco meccanismi simili. Il “presunto” senso di colpa a volte, per alcuni, può diventare un mostro capace di cancellare ogni luce.

  2. Non riesco a perdonare me stesso quando inizio e non finisco. Ho aperto e chiuso questo racconto per almeno quattro volte. Leggevo le prime due righe e “mollavo”.

    Oggi ho preso il coraggio a piene mani: paura, da dove nasce, dove ci porta? Temevo di scoprire che fosse tutto, terribilmente, vero.

    Chi sei? Perché questa domanda continuava a insinuarsi tra me e lo schermo del telefonino?

    Quando la forma, così ben strutturata, si coniuga con un contenuto di estrema qualità, vuoi per gusto personale o per l’umore del momento, resto turbato e immobile, come di fronte a quelle dimostrazione, grandiose e terrificanti, di Madre Natura.

    Infine l’onda gigantesca di emozione e sentimento si è abbattuta su di me.

    Paura: da dove nasce, dove ci porta?

  3. Ciao Lola, nella disperazione della protagonista c’è un grido soffocato, un pensiero incompiuto che difficilmente troverà le parole adatte per esprimersi e lasciarsi leggere in modo compiuto. Ho ammirato lo sfogo finale, a lungo trattenuto eppure covato a lungo come una forma di inutile rancore verso l’umanità. Un’umanità colpevole di tante cose, certo, ma non della morte di quella donna. Mi è piaciuta questa storia, il pizzico di follia in essa contenuta e lo stile moderno e iper realista. Grazie per averla condivisa.

  4. Ciao @LolaPrica e benvenuta ! Molto bello questo tuo primo racconto, ti sei cimentata con una storia davvero difficile, che sei riuscita ad affrontare con garbo ed ironia. Complimenti!

    1. Grazie Nyam per avermi letto.
      Credo che sia davvero drammatico tutto ciò che viene spogliato della propria drammaticità, niente è più potente di chi ride piangendo o piange ridendo, gli attori lo sanno benissimo e questo testo, che ho scritto quasi 10 anni fa, l’ho scritto per il teatro.

  5. Un flusso di coscienza vitale, come una tranche de vie disorganica ma pulsante, è possibile solo grazie alle confessioni con un estraneo o con la propria pagina bianca, fattori che hai unito in questo racconto