Appartamento in affitto cercasi – seconda parte

Serie: Cambiare prospettiva


Passarono molte albe e molti tramonti. Ormai avevo studiato il piano nei minimi dettagli e dovevo mettermi in cammino, così raccattai tutte le mie cose e diedi un’ultima occhiata alle indicazioni stradali. Avrei dovuto imboccare la superstrada che attraversava Faringe, Laringe e Trachea. Destinazione: Bronchi.

Percorsi giusto qualche metro e la trovai. Non potevo sbagliarmi, era un lungo tunnel dalla calotta scura con un’illuminazione praticamente inesistente e un usurato cartello di lavori in corso su cui non era indicata neanche la data della fine. Dovevo inoltrarmi proprio lì, era scritto sulla mappa, insomma, era quello il posto, ma – detesto ammetterlo – non avevo il coraggio di fare neanche un passo verso quel passaggio angusto.

Avete presente il Kamikaze dell’acqua-park? Quello tutto chiuso che va giù dritto. Da fuori ti sembra una figata pazzesca, ti metti in coda con una dose di adrenalina esagerata in corpo che, però, senti affievolirsi ogni gradino in più che sali. Ecco, la sensazione era quella.

Da sopra vedi tutto, persino i tuoi amici più fifoni che sono rimasti ai piedi della piscinetta ad immortalare il momento in cui tirerai la culata sullo specchio d’acqua. Poi viene il tuo turno, ti posizioni bene sulla piattaforma afferrando saldamente i bordi dello scivolo come un bambino che cerca la mano di mamma e papà e inizi a sentire l’acqua ghiacciata che ti scorre dentro il costume. A quel punto una vocina interiore ti dice: ma che cavolo ti è venuto in mente? Ma ormai sei lì e non puoi tornare indietro. Piuttosto che guardare giù ti metti a fissare la mezza abbronzatura del bagnino che stravaccato sulla sediolina di plastica aspetta che il ragazzino di turno si allontani dal punto dell’impatto. Poi con quel fare apatico e senza distogliere lo sguardo dalla vasca, che da lassù ha le fattezze di una mini bacinella, ti dice: Via!

È il momento. Davanti a te solo un tunnel infinito di cui non vedi l’uscita. Che fai non ti butti?

Mi butto.

La discesa fu più rapida di quanto potessi immaginare, attorno a me tutto sfocato, vedevo lampeggiare a intermittenza quei maledetti fari mai aggiustati e mi sentivo sballottato da una parte all’altra come una barca in mezzo al mare in burrasca. Un boato mi rimbombava nei timpani, come se fossi una banderuola nel bel mezzo di una tromba d’aria. Una sensazione che non auguro a nessuno.

«Buongiorno amore mio, dormito bene?» La voce affettuosa di Marco spezzò il sonno convulso di Aurora.
«Non proprio» disse lei dopo un largo sbadiglio. Ma il profumo del caffè l’aiutò ad aprire gli occhi e ad alzarsi dal letto.
«Dovresti mangiare qualcosa, non vorrai mica andare a lavoro con solo caffeina in corpo!» la rimproverò Marco mentre seguiva con gli occhi ogni spostamento che faceva.
«Non mi va di mangiare niente» rispose lei con aria ancora assonnata.
Poi sollevò le spalle, come suo solito. Era un modo tutto suo per scrollarsi di dosso certi quesiti e liberarsi del peso di dover rispondere. Lanciò un’occhiata all’orologio e si preparò in fretta e furia per andare a lavoro.

Ancora stordito dalla traversata infernale, rimasi disteso per qualche secondo al bivio della diramazione per i Bronchi. Giusto il tempo di far riassestare il mondo intorno a me che vedevo vorticare incessantemente. Chiusi gli occhi e presi un lungo respiro, sperando mi passasse in fretta la nausea. Poi iniziai a tastare le tasche alla ricerca della mappa. Niente, di quel lacero pezzo di carta non c’era traccia… dovevo averlo perso lungo la discesa. E adesso che faccio?, pensai.

Come se non bastasse avevo avvertito la presenza di un plotone di Anticorpi intenti a pattugliare su e giù il territorio. Qualcuno doveva averli avvertiti del mio arrivo.

La paranoia mi fece alzare di scatto e aumentare l’emicrania allo stesso momento. O destra o sinistra, dovevo muovermi e anche in fretta. Non potevo mica rimanere lì imbambolato ad aspettare che mi venissero a prendere. Così tirai una monetina e consegnai la mia vita al fato.

Presi la strada alla mia destra e mi ritrovai a percorrere un sentiero stretto e paludoso. Ti tanto in tanto qualche nuvola di ossigeno mi passava sopra la testa, e qualche secondo dopo vedevo stormi di anidride carbonica che mi volavano addosso. Un fruscio assordante che si mischiava con lo scalpicciare dei miei piedi sul pantano. Man mano che mi addentravo nei Bronchioli il passaggio si faceva sempre più stretto e sempre più diramato. Ad ogni bivio mi toccava lanciare la moneta finché finalmente non raggiunsi il tanto desiderato Alveolo, la mia nuova casa.

Era così spaziosa e luminosa e accogliente e fresca e…era proprio come me l’ero immaginata. Presi a girare tra le stanze come un bambino iperattivo al parco che non sa da che gioco iniziare. Poi buttai le mie cose a terra e mi lanciai sul letto a volo d’angelo.

Quello fu l’esatto istante in cui crollai in un sonno profondo.

(continua)

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