Appartamento in affitto cercasi – terza parte

Serie: Cambiare prospettiva


Al mio risveglio erano passati già alcuni giorni, non so esattamente quanti. Ricordo solo che mi svegliai con una fame pazzesca e con la voglia di divorarmi il mondo.

Così entrai in cucina, adocchiai il frigo e mi precipitai ad aprirlo. Non appena avvicinai la mano allo sportello, mi si spalancò una galassia di stelle e pianeti da restare senza fiato… avevo trovato l’entrata segreta per la Cellula. Da lì potevo accedere al comando generale del corpo, hackerare il sistema e dare inizio alla conquista dei Polmoni. Ero estremamente gasato solo all’idea!

Mi lanciai verso il terminale e mi misi al lavoro. Dopo svariate imprecazioni, tentativi falliti e pugni sui muri, alla fine riuscii a connettermi con il quartier generale.

Ehi, occhi verdi, ti ricordi di me? Che ne dici di fare colazione insieme? Perché non mi rispondi?

Ci misi un po’ a capire che io vedevo lei, ma lei non poteva vedere me. Ogni suo gesto, ogni suo stato d’animo, ogni suo pensiero, ogni suo impulso, desiderio o bisogno fisiologico io lo sentivo dentro di me. E vedevo quello che faceva e percepivo quello che lei sentiva.

«Aurora che succede, ti vedo spenta…» domandò Debora mentre si allacciava il camice.
«Ma no niente, sarà il caldo, dentro queste divise non si respira e la visiera me la sento troppo stretta» rispose Aurora alle prese con la vestizione prima di accedere al reparto di terapia intensiva.
«Sembra che dobbiamo andare a fare un’immersione subacquea, non è vero?» prese a sdrammatizzare l’altra infermiera per provare a strapparle un sorriso.
«Già, ricordati di prendere le bombole d’ossigeno se no affoghiamo» rispose scherzosamente Aurora per stare al gioco. Poi il mezzo sorriso scomparve dietro la mascherina e gli occhi si annebbiarono di colpo.
«Aurora, sicura che ti senti bene?» fece la collega intercettando immediatamente il suo malessere.

La risposta non fece in tempo ad arrivare che l’esile corpo di Aurora si riversò a terra, privo di sensi. Il buio presto si impadronì dei suoi occhi e l’ultima cosa che riuscì a vedere fu il viso dell’amica e compagna di reparto intenta a soccorrerla, poi più niente.

Ehi piccola, riapri gli occhi. Sono così belli… te l’ho già detto che sono gli occhi più belli che abbia mai visto nella mia squallida vita? Beh, sai, adesso come adesso non è che sia così squallida… ho te. Tu hai bussato alla mia porta e io mi sono precipitato ad aprirti, ricordi? Mi hai riempito il cuore di nuova vita, senza di te sarei sprofondato negli abissi più oscuri. E invece ho trovato te, ho trovato quegli occhi, così dannatamente belli… piccola, ti prego, riapri gli occhi.

«Aurora come ti senti?» chiese il dottore, non appena vide segni di ripresa nella giovane infermiera.
«Che è successo? Dove mi trovo?» replicò Aurora in preda alla confusione.
«Sei svenuta, ti abbiamo portato in infermeria. Forse è il caso che ti misuriamo la febbre» rispose il dottore che aveva già messo mano al termometro.
«L’ho preso, non è vero?» disse Aurora con un filo di voce. Dal dottore non traspariva nulla, rigido come una pietra non si perdeva certo in convenevoli. Volse allora lo sguardo verso la collega alla ricerca di un appiglio, ma fu il suono acuto del termometro a mettere un punto al suo tormento.

38,5 fu la sentenza. Come il numero di quintali che le premevano sul petto in quel momento.

«L’ho preso» disse Aurora guardando fisso davanti a sé.
L’arcata sopraccigliare di Debora bastava ad esprimere la preoccupazione mal celata per l’amica.
«Aurora resta qui tranquilla, io nel frattempo chiamo Marco, ok?» disse dopo qualche secondo di silenzio.
«L’ho preso» ripeté ancora una volta Aurora, come a voler forzare l’entrata di quel pensiero in una mente non ancora pronta ad accoglierlo.

Sono io che ho preso te, occhi verdi. Ricordi? Possiamo stare insieme ora, non sei contenta? Io e te insieme per sempre, come nei film. Ma cos’è quella faccia? Non lo sai che ti amo? Lo vuoi capire che ormai sono parte di te e tu sei parte di me? Non posso vivere senza di te.

Aurora era entrata in uno stato a dir poco paradossale: così, da un momento all’altro, le toccò togliersi i panni dell’infermiera per indossare quelli della paziente. Non doveva esserci lei in quel letto, il suo posto era in trincea ad aiutare gli altri e soccorrere i malati.
Ora chi si occuperà di loro?
Mentre cercava di dare un senso a tutto quello che stava succedendo, il suo fiato si faceva sempre più corto e il battito del cuore sempre più convulso. Il virus si cibava della sua aria e lei diventava sempre più vuota dentro. Un ritornello che vedeva ripetersi quotidianamente in reparto e che ora sentiva direttamente sulla sua pelle. Anzi, dentro la pelle. I suoi occhi erano visibilmente terrorizzati e le mani stringevano forte i bordi del lettino come a cercare qualcosa di tangibile per risvegliarsi da un brutto incubo.

In realtà, ero io quello che stava vivendo l’incubo, ma lei non lo sapeva. Mi trovavo nel bel mezzo della mia espansione negli Alveoli, quando sentii un tonfo assordante. E poi un altro. E un altro ancora. Una pioggia di bombe mi stava cadendo in testa. Come avevano fatto a trovarmi?

Dalle telecamere esterne notai una squadra di Linfociti T schierati attorno alla mia casa-base. Evidentemente non ero stato capace di coprire come si deve le mie tracce ed erano riusciti a scovare il mio nascondiglio. O forse qualcuno mi aveva seguito fin dal mio atterraggio nei Bronchi… Neanche il tempo di pensare a cosa fosse andato storto che sentii di nuovo il pavimento tremare sotto i piedi. Un’altra serie di granate mi sfiorarono la testa schiantandosi a terra poco dopo. Un’esplosione violenta fece in mille pezzi le strutture circostanti, ma io rimasi intatto. Nessun’arma poteva minimamente scalfirmi, ero praticamente invincibile. Ma loro questo non lo sapevano e, una volta esauriti gli ordigni, li vidi allontanarsi per tornare da dove erano arrivati.
Diedi un’occhiata veloce alle truppe del mio esercito, nessun ferito. Poi uscii dal bunker per farmi ragguagliare sulla situazione e ciò che mi trovai davanti mi fece rimanere di sasso.

Una devastazione totale.

Attorno a me solo una distesa infinita di detriti e macerie che facevano da fondale a tessuti ancora fumanti. Sentii un forte dolore al petto, era il dolore di Aurora.
Ogni attacco ricevuto si tramutava in un respiro sempre più affannato per lei. E io lo percepivo.

Ehi, occhi verdi, riesci a sentirmi? Io non voglio farti del male. Sono loro che ci hanno attaccato, lo capisci? Non vogliono che stiamo insieme e stanno facendo di tutto per separarci. Ma tu vuoi stare con me, vero?

D’un tratto sentii il rumore inconfondibile dei raid aerei che tornavano all’attacco con tanto di rinforzi. Corsi di nuovo dentro il bunker e schierai i miei uomini a difesa del regno che mi ero costruito. Ma l’obiettivo principale ero io. Sapevo perfettamente quale fosse la loro missione: farmi saltare la corona.
Ancora una volta mi caddero addosso una serie di missili che per me erano petali di rosa ma per Aurora erano delle vere e proprie bombe atomiche.
Ogni dannato colpo che subivo io, faceva del male a lei. Era come avere un’armatura di diamanti con tanti piccoli spigoli taglienti. E più mi avvicinavo a lei, più rischiavo di lacerarla.
Sentivo la sua sofferenza e ne soffrivo a mia volta, ma come facevo ad allontanarmi da lei? Io l’amavo.

Davvero l’amavo?

(continua)

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