Are we not men?

Serie: Ticket to hell


Davide stava caricando la sua famiglia e alcune cose ritenute indispensabili sul furgone che aveva trafugato nello scompiglio generale. Soltanto alcune ore prima si trovava al centro dell’inferno, alla stazione Centrale di Milano, nel luogo e nel momento in cui gli uomini perdevano la loro umanità e si accanivano su altri uomini letteralmente divorandoli. In tanti anni di carriera militare non aveva mai visto nulla di simile e l’unica cosa a cui aveva pensato davanti a quell’orrore era raggiungere la sua famiglia e metterla in salvo. Andando contro all’etichetta dettata dalla sua divisa aveva rubato un furgone ed era fuggito, portando con sé una videocamera abbandonata in cui era inciampato: poteva contenere informazioni o immagini chiave per capire qualcosa di tutta quella vicenda. Non aveva ancora avuto il tempo di analizzarne il contenuto, perché già si stava dirigendo con la sua famiglia verso il confine di Stato, sperando di trovare accoglienza fuori di esso, ma soprattutto sperando di non trovare i mostri.

Cosa diavolo ho appena visto? Da dove venivano quegli esseri? Sarà una qualche forma di virus? Avranno infettato anche me? Sarò potenzialmente pericoloso per la mia famiglia?

Non riusciva a darsi tregua, mentre guardava nello specchietto retrovisore i volti impauriti di sua moglie e dei due figli. In tutto questo susseguirsi di domande, dettate dalla paura e dall’impotenza provati alla stazione, non si rendeva conto che non c’era scampo e che quel prurito che sentiva sulla gamba non era che l’inizio. Di lì a breve il prurito si sarebbe propagato e l’avrebbe reso tale e quale a quegli uomini disumanizzati che aveva osservato con tanto orrore. Non si sarebbe neanche reso conto di ciò che avrebbe fatto alla sua famiglia, una strage di innocenti all’interno di un furgoncino ribaltato a lato di una strada di campagna.

Il massacro di Milano aveva già fatto il giro del mondo, ma nessuno riusciva spiegarselo. Diversi gruppi estremisti ne avevano rivendicato la paternità, altri avevano gridato al complotto, i governi degli Stati limitrofi già schieravano gli eserciti ai confini. Nel frattempo, quella follia si propagava, raggiungeva le altre città e il panico imperversava ovunque. Si tardava a prendere provvedimenti, perché nessuno sapeva come reagire davanti a un’entità sconosciuta. Mai nella storia era stato registrato un caso di cannibalismo di massa di tali dimensioni. Il giovane e già instabile governo italiano brancolava nel buio, abbandonando i cittadini a loro stessi. Verso nord non c’era scampo: non si passava dalla frontiera. O meglio si rimaneva bloccati nei centri di disinfestazione, dove venivano effettuati accurati controlli medici per verificare che i fuggitivi non fossero portatori del virus. Era però quasi impossibile uscire da tali centri, poiché non si conosceva ancora bene il virus e nessuno poteva negare un’infezione con certezza. Verso sud si poteva sperare di raggiungere città incontaminate, ma per quanto ancora?

Tutti suggerivano di rimanere barricati in casa in attesa di rinforzi, ma chiunque sapeva che non sarebbero mai arrivati e chiudersi in casa avrebbe significato morte certa. Per questo motivo Anna aveva preso la decisione drastica di abbandonare la sua casa e mettersi in marcia verso una presunta salvezza. Quando il virus aveva fatto la comparsa nel suo paese alle porte di Milano, Anna si trovava con sua madre Lucia e suo cugino Giacomo. In poco tempo la città si era trasformata in un teatro dell’orrore e loro si erano messi in moto caricando sulla macchina tutto il cibo possibile e vestiti pesanti. Le strade erano intasate da incidenti, veicoli abbandonati, morti che camminavano e morti definitivamente, ma Anna e i suoi compagni erano riusciti a farsi largo a bordo del loro pickup. Di tanto in tanto riuscivano a recuperare qualcosa di utile dai veicoli abbandonati. Il “bottino” più fortunato fu un furgoncino ribaltato a lato della strada. Non c’era più traccia dei passeggeri, ma alcuni effetti personali davano un’idea di chi fossero. Un seggiolino ancorato sul retro segnalava la presenza di un bambino e un distintivo la presenza di un militare, probabilmente il padre. Anna e i suoi recuperarono una videocamera e delle armi, ciò che di più utile avevano trovato finora. Naturalmente non sapevano come usarle, né avevano l’autorizzazione per farlo, ma a quel punto l’unica autorizzazione esistente era quella a salvarsi la pelle. Lucia e Anna si munirono di pistole, mentre Giacomo preferì armarsi di coltelli affilatissimi. Naturalmente a portata di mano aveva anche un fucile. Non erano a loro agio con quelle armi penzolanti ai fianchi, ma era una misura necessaria da prendere.

Fu Anna la prima a sparare: un giorno mentre stavano facendo rifornimento d’acqua e di carburante a una stazione di servizio uno di quegli esseri sbucò fuori dal bagno. Si trascinava sulle gambe magre e malferme, i vestiti erano ridotti a brandelli e lo stesso si poteva dire della carne sulle sue braccia. L’essere la guardò affamato con gli occhi rossi e la bocca semiaperta, un’espressione in cui Anna volle riconoscere della sofferenza. Non ci pensò due volte e sparò. Corse immediatamente in macchina, piangendo, e pregò i suoi compagni di mettere subito in moto e andarsene. Nella mente le rimase impresso il volto di quell’uomo che allungava un braccio monco verso di lei, emanando un odore disgustoso e un rantolo che sembrava provenire dall’aldilà. Di tutto si trattava fuorché di un uomo. Vomitò un paio di volte al ricordo di quell’immagine, costringendo sua madre a fermare la macchina, e si domandò se lei stessa non fosse diventata un po’ meno umana dopo quello sparo.

Nel frattempo, Giacomo studiava il contenuto della videocamera che avevano preso dal furgoncino. Quel cimelio proveniva direttamente dall’epicentro della strage, ovvero la stazione centrale di Milano.

Qui puoi vedere questo medico che viene assalito da un mostro e poi… dopo qualche minuto il medico stesso diventa anche lui un mostro. Ma se torni indietro e fai lo zoom, intravedi proprio il processo di trasformazione”, spiegava alle sue familiari dopo un’attenta analisi.

Trasformazione?”, domandò scettica Anna.

Certo, di che cosa vuoi parlare? Questi tizi si trasformano letteralmente in cannibali decerebrati. Non parlano, si trascinano a fatica e non riconoscono chi hanno davanti. Vi risparmio il seguito della registrazione perché è raccapricciante

Giacomo, facci vedere il seguito”, gli intimò Anna.

Davvero, è meglio di no. Fidati di me, se ti dico che questi sono degli zombie

Zombie? Che diavolo stai dicendo?

Lo sai anche tu, Anna. Ne hai ucciso uno, no? Non sono solo aggressivi o spietati, sono proprio dominati da qualche istinto disumano. Non ragionano, sono cerebralmente morti e si nutrono di altri umani

Lucia strappò la videocamera dalle mani di Giacomo e vide il seguito della registrazione, mostrandolo anche ad Anna. Le due rimasero sconvolte e disgustate: il video mostrava il proprietario della videocamera, il presunto militare, assalire i suoi stessi figli dopo aver avuto un incidente con l’auto. La madre, cercando di difenderli, venne ferita lei stessa, ma prendendo a bastonate sul cranio l’uomo riuscì a fermarlo e a portare via i bambini, ormai in un lago di sangue. Successivamente si sentirono dei rantoli e si intravvide un’ombra, quella dell’uomo, che si trascinava lontano.

Vi avevo avvertite”, sospirò Giacomo.

Va bene. Zombie” accettò Anna. “Dunque, che si fa?

Si impara ad ucciderli

Serie: Ticket to hell


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Horror, Narrativa

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Discussioni

  1. Tra videogioco e fumetto, la storia prosegue con una forte ambizione ma per essere un racconto sugli zombi vedo poco in termini di gore, sangue e violenza. Gli effetti e i personaggi sono buoni, così come la scrittura, ma secondo me qualcosa, almeno in questo specifico brano, si è perso durante la fase di editing. E’ come se giocassi troppo sicura. La storia c’è e va bene così, ma come in molti altri racconti di questo genere, mi sono aspettato una linea narrativo che poi ho visto. Va bene, in questo, ma forse dovresti espandere quei punti di forza che rendono unico il racconto, speciale (a me è piaciuto il fattore glocal, ma c’è ne sono molti e nascosti). Probabilmente, mi darò torto da solo nel proseguito della lettura. Ps. le immagini di sfondo mi ricordano il mondo degli dei della morte di Death Note.

    1. Ciao David, un po’ mi dispiace aver abbandonato questa seria ormai da tempo, credo di aver scritto l’ultimo episodio poco prima o poco dopo dell’inizio della pandemia. I tuoi commenti mi fanno venire voglia di tornare a lavorarci, chissà.
      L’immagine di copertina è un disegno fatto da un amico apposta per questa serie e lo adoro *.*

  2. Sembra di leggere uno di quei racconti della “Gioventù Cannibale” di fine anni ’90, forse l’ultima grande ondata di giovani scrittori pulp italiani (c’erano, tra gli altri, Niccolo Ammaniti, Aldo Nove e Silvia Ballestra)… assolutamente un piacere trovare un’idea, che condivido pienamente, poi nei commenti precedenti mi devo dare torto, ti avevo scritto che ci doveva essere più unione tra un’idea “alternativa” e una scrittura altrettanto alternativa, invece no, questa scrittura lineare, dalla linea chiara, supporta bene, step by step, gli eventi paranormali che piano piano si paventano. Mi do’ torto da solo, ma perché nell’altro brano avevo provato un sentiment diverso: anche questo potrebbe essere considerato un punto a favore, la varietà di situazione suscitate, continuo a leggere!

  3. ““Va bene. Zombie” accettò Anna. “Dunque, che si fa?”“Si impara ad ucciderli””
    Bella. Questa frase sembra uscita da un film d’azione made in Hollywood,molto d’effetto

  4. Ciao Erica, continua il tuo viaggio in questo mondo distopico tutto italiano. Il suo punto di forza è questo, aver avvicinato i nostri luoghi a quelli di “The walking dead”, serie che ho seguito con molto interesse. Hai tratteggiato Anna come un personaggio dal volto umano, cui ci si può identificare. Al prossimo episodio! 😀