Arrivati, in entrambi i sensi

Serie: De madrelingua romana


L’una de notte. Spensi la macchina e come il contagiri, la capoccia piombò dritta contro il poggiatesta. 

“Mamma mia!” – dissi ad alta voce. Che c’è? – rispose mi madre. Respirai a fondo, e sbiascicando le dissi: “Niente ma’, tranquilla, continua a dormì”. Du’ secondi dopo già ronfava. Che pace. 

Girai la testa verso sinistra e i miei occhi stanchi seguirono zio Igino, che fuori si apprestava a recuperare la sedia a dondolo caduta a terra; poi li strizzai cercando di mettere a fuoco la faccia addormentata de Nicolina, stravolta dal vetro del finestrino come un Picasso: il naso a porchetta… l’occhi de bue, i capellini… no è un Arcimboldo. So strano, forse stranito de brutto… 

Sbattei le palpebre più volte tentando di non riassopirmi. Fissai insistentemente la mia mano destra. La fissai, ancora. Rispose all’impulso del mio cervello solo due secondi più tardi, e al pari di quella de Messner nei centimetri precedenti la vetta, la seguii afferrare il mio cellulare. 

In uno sforzo estremo, inviai un messaggio a Gnappo. Nella speranza che non me mandasse a quel paese. Lo avevo chiamato due ore fa, dicendo di esser li a minuti. Ero leggermente in ritardo! Fissai la schermata. Dopo cinque minuti fortunatamente rispose al mio “aò” con un “ok”. 

Meno male, avevo la schiena a pezzi! Pensar di dormire in machina… Mi stiracchiai. Gnappo abitava in centro, ma a quest’ora ci avrebbe messo poco ad arrivare. Decisi di smontare per sgranchirmi un pò le gambe e ringraziare zio per tutto, soprattutto per esser arrivati sani e savi a destinazione. 

La strada deserta, i lampioni spenti, perché qui se so organizzati col led, ma de macchine a st’ora, essendo noi in periferia de Milano non ne passavano, e dunque non ce se vedeva ‘na mazza! Mi avvicinai a zio, che a braccia conserte aspettava davanti al furgone. Inciampai e finii lungo ai suoi piedi. Ecco si, forse mancava solo il grazie per esprimere la mia profonda gratitudine.

Zio non si mosse, e io mi rialzai da uomo, e imitandolo, pancia in dentro (magari) e braccia incrociate sul petto co’ i gomiti sbucciati, gli stetti accanto in silenzio per qualche minuto, assaporando l’aria fresca della notte. Che mi ghiacciò i polmoni – Aò a zi, ammazza che freddo che fa! 

Ero stato a Milano svariate volte, per lavoro, per i concerti, per gli amici, ma ripensandoci ora, sempre nei mesi estivi, mai a fine febbraio. La luna però era la stessa, e mi portò lontano. Mancava solo un colle pe ammirà la città dall’alto… Malinconico? Si, la notte lo sono spesso. Zio Igino presto sarebbe tornato a casa, a Trastevere, quasi me lo vedevo davanti…parcheggiare il furgoncino nel piazzaletto, dove c’era Er Piotta, il parcheggiatore abusivo…il semafero spento e acceso, acceso e spento, non se sa, direi geroglifico della Ztl… eh…

Se non ci fosse stato tu zio…sospirai, e poi gli feci il mio sentito discorso. 

– Zio Igì? – lo chiamai 

– Aò? – me rispose

Questa fu la conversazione che avemmo. Si sa, noi maschi siamo portati ad avere il dono della sintesi. Lo abbracciai a lungo in segno di ringraziamento per averci sopportati tutti in questi giorni. Poi zio Igino disse il suo secondo “aò”, e lì mi ricordai di lasciarlo libero. 

Ah l’abbraccio! E’ un contatto fisico che amo, d’altronde so’ romano, a Roma senza abbracciasse non ce se po’ sta! E poi l’abbraccio ancor prima del bacio, era da sempre legato al primo ricordo felice con una donna. Silvia. Con i codini rosci, le lentiggini e la sua tuta verde pistacchio. Me disse che era felice con me, perché abbracciare il suo “panda” per lei era terapeutico. Lo so non era proprio il massimo come frase, ma io in quel momento mi innamorai di lei, e come tutti i giapponesi, dei panda perdutamente. Tanto che so’ ancora iscritto ar WWF.

Mamma mia, che pensieri, forse Silvia somigliava a zio Igino? Mah, forse solo per l’incisivo mancante. Meno male che Gnappo arrivò con la sua Lancia Montecarlo ad interrompere il mio delirio mentale. 

Zio Igino fu molto colpito all’apertura delle porte, appena Gnappo scese, zi’ se fiondò subito al volante (ma Gnappo aveva tolto le chiavi). Io glielo avevo detto a Gnappo che la DeLorean non era pe’ ragazze! 

Mi avvicinai a Carlo e guardandolo con occhi dolci e voce profonda gli dissi – Andiamo a letto – ma Gnappo all’una de notte non c’aveva voglia de scherza’. Accennò ad un ciao, e li seppi che mi stava odiando. Anche perché il linguaggio del corpo me lo confermava… le sue sopracciglia erano incurvate quanto quelle di Spock. Infatti salendo in macchina mi ricordò crudelmente che c’erano solo i materassi nella mia camera, non i letti. Tornai alla macchina sommessamente. Avrei voluto fare pace e strappargli un sorriso con il saluto vulcaniano, ma non ce la feci…più che altro perché le mie dita erano atrofizzate. 


Carlo fu cortese con mio zio, salutò calorosamente mia madre e si presentò a Nicolina, ci scortò nell’appartamento e sulla soglia mi consegnò le chiavi e se ne andò con un cenno di mento.

La camera di mia madre e Nicolina era pressoché finita. Diciamo. Stetti venti minuti a spiegare a mia madre che la colonna di libri impilati vicino al letto, non erano scartoffie ma il comodino improvvisato di sta sera. Quanto a me non avevo bisogno di tanto. Dormii sul materasso e che materasso! Quella notte mi dimenticai di quanto li avevo pagati. Era talmente comodo, che sognai quella sera di essere il materasso accarezzato dalla modella. Peccato che a fine spot Mastrota ci si sia seduto sopra. 


Salutammo zio Igino il giorno dopo, del giorno dopo, del giorno dopo ancora. Il furgone era finalmente vuoto. A Milano pioveva e le lacrime di Zio Igino si mischiarono alla pioggia. 

Ma no, zio Igino, stava mangiando la sua ultima polpetta come la sola cosa che le sarebbe mancata. In effetti come biasimarlo. – Zio Igì, io con le due pischelle so un pò incasinato, ma tu viecce a trovà ogni tanto eh? gli dissi. E lui? Già lo sapete come me rispose…

Anche se quell’ “aò” me dissi, non suonava affatto come affermativo. 

Serie: De madrelingua romana


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa, Umoristico / Grottesco

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Discussioni

  1. Ciao Maria Anna. Aò, finalmente “er ritorno der Vincenzo”! p.s: l’ho scritto da cani, vero? 🙁
    Aspettavo di leggere nuovamente di lui e farmi due risate. Sarà perchè ho Roma nel cuore, sarà perchè basta che io ricordi l’accento della parlata e già sorrido. Ora voglio sapere tutto, ma proprio tutto, di come lui mamma e zia Nicolina inizieranno ad abituarsi alla vita nel freddo (in tutti i sensi) nord

    1. Ciao Micol, c’eri quasi, diciamo che è un romano visto da un milanese! :D. Direi “er ritorno de Vincenzo”, il “der” si usa poco e comunque solo per accompagnare i nomignoli come “er ritorno der Mondezza” ;D… che poi saremo così inquadrati? Er romano non c ha regole :D!! buongiorno!!! E grazie per l’affetto, Vincenzo e Fedora ricambiano tanto 🙂

    1. Ciao Alessandro, grazie mi siete mancati anche voi. Davvero son contenta di averti fatto ridere. Daje :)))))

  2. Stavo in pensiero…come mai mi hai fatto aspettare tutto questo tempo! Lo so, lo so, da che pulpito vien la predica…comunque è sempre piacevole leggerti in romanesco, mi piace, mi sa di genuino. Al prossimo episodio!

    1. Ciao Tiziano grazie! Ringrazia anche Micol, siete tanto cari. Hai ragione manco da troppo!! Devo recuperare. Intanto tanti auguri di buone feste e grazie per i commenti , daje ;))))))))))))