Aspettami – II parte

Serie: Le Benandanti - Le eredi della camicia


“Aspettami…”

“Dove sei? Non ti vedo…”

Luna l’ha già individuata, corre verso un groviglio di rami e felci.

“Ti ho vista”, e la raggiungo.

Seduta su un tronco d’albero spezzato una signora anziana vestita con gonna lunga di lana, scarponi, scialle spesso e il classico chignon di capelli bianchi, sembra un dipinto.

“Signora, sta bene, ha bisogno? Si è persa?” quasi mi scuso per averle dato del tu.

“No no, devo andare in cerca di mio marito, ma da sola non ce la faccio”, mi risponde con lo sguardo fisso sui fili d’erba. Al suo fianco, appoggiato per terra, un deambulatore a carrello. Luna le lecca i polsi.

“Sta bene? È caduta? Ha male da qualche parte?”

“Macché caduta no, devo andare da mio marito. Aiutami!”

Il suo tono deciso mi disorienta.

“Certo che ti aiuto, come ti chiami?”

“Elsa”, fa per alzarsi. Lo sguardo sempre fisso sui fili d’erba. Comincio a sospettare una demenza senile.

“Piacere, Elsa, io sono Anastasia. E tuo marito come si chiama?”

“Callisto. È al campo, lo raggiungiamo. Andiamo.”

“Elsa, aspetta, andiamo prima in baita da me. Ti riposi un momento e io chiamo qualcuno che ti venga a prendere. Siamo lontani qui, non possiamo andare a piedi”.

“Ma vaaa, non siamo lontane. Dai aiutami manca poco.”

Abbandona il deambulatore e si dirige lungo il fiume. Luna la segue. Ho la sensazione di non contare nulla nella dinamica dell’evento. Non mi resta che cedere per il momento. Mi affianco a Elsa e le offro il braccio, ma lei mi fa segno che non serve, devo solo accompagnarla. Smetto di contraddirla, perché ho letto da qualche parte che nei malati di Alzheimer peggiora la loro ostinazione.

‘Cavolo’ penso ‘non ho neanche il cellulare…e adesso cosa faccio?’ – Mi guardo intorno continuamente in cerca di aiuto. Soluzioni in vista, nessuna.

Mentre camminiamo, noto che la coda di Luna è morbida e i suoi muscoli sono rilassati, si muove come se fosse a casa, non percepisce alcun pericolo. La mia mente si quieta e sento nuovamente il rumore dell’acqua che scorre. L’ansia mi aveva silenziato i sensi. Sento le spalle rilassarsi e le mani che si aprono. Seguo il flusso e l’imprevisto si trasforma in una passeggiata a tre.

“Elsa sei sicura che Callisto sia qui vicino? Perché non possiamo allontanarci troppo. Se vuoi ti siedi da qualche parte e io lo vado a cercare, che dici?”

Con lo sguardo basso, l’anziana quasi se la ride, come dire, non sono mica scema.

“Macché allontanando, ci stiamo avvicinando. Ecco, vedi laggiù. È lì che mi aspetta mio marito, ma il cancello è pesante e io non ce la faccio ad aprirlo da sola”.

Seguo l’indicazione e vedo sulla destra un’alta inferriata di ghisa nera, mangiata dalla ruggine, che s’intreccia in volute di rami e gigli. Le punte delle lance, rivolte al cielo come dita scheletriche, difendono il varco che cigola al soffio del vento.

Corro e apro un’anta senza grande sforzo. Piano, piano Elsa mi raggiunge, entriamo con Luna che ci fa strada. Appena passata la soglia, sento i colpi di un’ascia. Mi guardo intorno: al confine del campo un anziano signore è intento a “boscar”, come dicono da queste parti. Spacca i ceppi in due con colpi netti, precisi.

“E’ lui, è Callisto?” chiedo, sentendomi già sollevata.

“Certo che è lui, te lo avevo detto!”

Lui ha sentito le nostre voci e si volta.

“Elsa, tesoro, cosa fai qua? Ti avevo detto che sarei venuto presto indietro. Perché sei venuta da sola! Sei la solita!”

“Caro, ero stufa di aspettare! Sono venuta.”

Nessuno mi rivolge la minima attenzione. Ne approfitto per sganciarmi.

“Bene sono davvero felice che vi siate ritrovati e di aver fatto la vostra conoscenza. Se non avete più bisogno di me, io andrei. Devo proprio tornare ora.”

Elsa con lo sguardo fisso su un cumulo di pietre, accenna un sorriso: “Vai, Anastasia, vai. E chiudi il cancello.”

Callisto non proferisce parola. Tutta la scena mi confonde, ma sento che è meglio non indugiare oltre.

“Luna, andiamo”. Mentre chiudo il cancello, mi giro per salutarli un’ultima volta. Elsa alza il braccio.

Arrivo alla baita dopo un tempo indefinito, Luna si accoccola sul divano. Riscaldo il caffè, le uova fritte e il pane imburrato sui fornelli d’epoca. Mentre il grasso scioglie e scoppietta nuovamente nella padella, mi avvicino alla mensola accanto al focolare con la tazza fumante in mano. Mi scivola, cade sul pavimento di legno e si spezza in due.

Un rumore di sottofondo batte nei timpani e mi confonde la testa, mentre un filo di luce sottile s’insinua sotto le palpebre ancora chiuse. Apro un occhio e mi ricordo dove sono. Apro l’altro e mi guardo intorno. La tavola è pulita, le stoviglie tutte nello scolapiatti, la caffettiera giace tristemente lavata e smontata accanto al piccolo vassoio in legno d’acero. Luna è sdraiata sul tappeto.

D’un tratto mi ricordo cosa ho visto sulla mensola e mi tiro su. Mi metto in posizione seduta sul divano, con le coperte ancora addosso e i capelli tutti arruffati. Una foto! In bianco e nero! Sì, di Elsa e Callisto. Ingiallita e con i margini sbiaditi ritraeva i due coniugi con i vestiti della domenica: lei era seduta su una sedia di legno e paglia e guardava dritto nella macchina, mentre lui con baffoni lunghi e grigi scrutava verso sinistra fiero e spavaldo.

Mi giro di scatto, guardo sopra la mensola: due tazze da thè, una zuccheriera e un calendario arrotolato. Mi alzo, giro per tutta la stanza, guardo sotto le coperte, dietro al divano, sotto la tavola. Luna con aria incuriosita cerca di capire a cosa stia dando la caccia.

Mentre rovisto in tutta la baita, mettendola in parte a soqquadro, non mi accorgo che il proprietario è comparso sulla soglia.

“Signora ha bisogno di aiuto? Ha perso qualcosa?”

Mi giro, ci guardiamo fisso negli occhi. Sono costretta a rispondergli.

“C’è una coppia che probabilmente abita qui vicino, Elsa e Callisto, li conosce?”

“Come?”

“Sì, una coppia di anziani Elsa e Callisto, lui ha un campo vicino al ruscello, li conosce?”

“Guardi Signora, proprio non ne ho idea. Però io mi chiamo Callisto!”

Continua...

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Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Questo racconto parte come un incontro nel bosco e scivola piano, senza avvisare, in qualcosa che non si lascia fissare del tutto. Ciò che mi colpisce non è la trama, ma lo spostamento continuo tra realtà e percezione: ciò che sembra confuso all’inizio diventa improvvisamente possibile, poi di nuovo instabile. E in mezzo c’è quella sensazione precisa, quasi fisica, di perdere il punto fermo delle cose mentre le stai vivendo.
    Bella soprattutto l’ultima riga che mi lascia il dubbio che la “storia” non stia fuori dal racconto, ma dentro chi la sta vivendo.