
Assalto finale
Serie: Il mio avo Marcovaldo
- Episodio 1: Le furie a strisce
- Episodio 2: Attenzione, imboscata!
- Episodio 3: All’armi, Urbe
- Episodio 4: La tremenda sortita
- Episodio 5: Fuga a Castel Sant’Angelo
- Episodio 6: Lo sgradevole assedio
- Episodio 7: Spionaggio nei bassifondi
- Episodio 8: Salvatele la vita
- Episodio 9: Guerra urbana
- Episodio 10: Assalto finale
STAGIONE 1
Roma, 7 maggio 1527
Meritato riposo.
Marcovaldo Albani era convinto che, dopo una notte intera trascorsa a commettere uccisioni, lui e i suoi uomini avevano bisogno di riposare, ma non prima di mettere qualcuno a montare la guardia.
Avevano lasciato la piazzetta in cui avevano massacrato i lanzichenecchi armati di alabarda, ora si trovavano nei sotterranei di un palazzo che fino alla mattina prima doveva essere appartenuto a una famiglia patrizia, adesso era una casa diroccata con i muri che sembravano trasudare sangue.
Da una finestrella Marcovaldo vide che era mezzogiorno. Fece un piccolo sbuffo, pure lui si gettò in un angolo e decise di riposare. O meglio, notando accanto a sé Nicoletta Rubia, la sua donna, le diede una carezza.
«Non sono un gatto» protestò lei.
«Lo so». Marcovaldo non aveva voglia di litigare. Non disse nulla.
Vedendo che lui non intendeva insistere, Nicoletta chiuse gli occhi.
Riposarono per tutto il pomeriggio, pareva che nessuno voleva disturbarli, o meglio nessuno aveva scoperto il loro rifugio. Da un lato Marcovaldo fu lieto che gli uomini di Carlo V non li stessero trovando, era come se non fossero sulle loro tracce, ma dall’altro avrebbe preferito assestargli dei colpi così gravi che i comandi nemici si erano preoccupati e volessero fare di tutto per passarli a fil di spada.
Con l’animo combattuto fra gioia e tristezza, Marcovaldo vide la luce sparire in favore delle tenebre.
Al di là dei dubbi, considerò fosse meglio che ritornasse a Castel Sant’Angelo, con lui Eriberto il suo portagonfalone oltre che la truppa che Nicoletta aveva portato con sé dal Ducato di Milano. Si tirò in piedi, stava per dare gli ordini quando una sentinella disse:
«Signore, c’è qualcuno».
«Chi?» sibilò.
Non ricevette risposta.
Marcovaldo camminò come un gatto fino all’uscita, vide che il soldato di ventura che montava di sentinella aveva davanti a sé alcuni uomini con cui parlava. Né spagnolo, né tedesco. Marcovaldo riconobbe uno di loro: «Benvenuto Cellini». Non lo urlò, il suo fu più un verso soffocato.
«Marcovaldo Albani». Sbarrò gli occhi, il suo saluto.
Marcovaldo pensò che era pericoloso lasciarli lì. Se una pattuglia imperiale avesse notato quell’assembramento, avrebbero corso un pericolo elevato. «Entrate».
Gli uomini di Benvenuto, lui compreso, acconsentirono.
Adesso i sotterranei erano affollati, si faceva fatica a respirare, ma sempre meglio affrontare quella scomodità che un gran numero di lanzi disposti a tutto pur di scannarli come maiali.
Marcovaldo diede una pacca a Benvenuto. «Hai seguito le mie tracce».
«Esatto».
«Sai cosa voglio fare, ora?».
«Certo».
Marcovaldo annuì soddisfatto. «Agiremo insieme». Gli piaceva l’idea che fosse lui a manovrare il fiorentino, non viceversa.
«Come voleva Sua Santità».
A Marcovaldo sfuggì un grugnito. Era un po’ una bestemmia che il titolo del Papa fosse usato in quel discorso, non faceva mai l’abitudine alle bestemmie. «Al più presto».
Come millepiedi, le due bande lasciarono il palazzo patrizio e si diressero verso la basilica di San Pietro. Un millennio e mezzo di cristianità aveva assistito a quella strage, ora si sarebbe dovuto preparare a un nuovo massacro.
Marcovaldo e Benvenuto in testa, circondati dai loro fedelissimi, furono nei pressi della basilica. Le poche guardie di nazionalità tedesca fecero una fine orribile, allora gli italiani si mossero sino al quartier generale delle truppe occupanti. Che sia a San Pietro, pure questa è una bestemmia, pensò con rabbia Marcovaldo.
Con i pugnali e le spade-gatto snudati come zanne di un mostro dalle tante teste, furono addosso agli ufficiali.
Marcovaldo vide i graduati lanzi scappare dappertutto, ma le lame li raggiunsero alla schiena. All’ombra di statue titaniche, avvenne l’ennesima strage di quei giorni infausti. Marcovaldo era abituato ai massacri, ma che avvenissero in un luogo in cui bisognava purificare l’anima lo trovava intollerabile. Comunque non fece lo schizzinoso e immerse il suo pugnale nella carne di uno, due, tre tedeschi e altri ancora lo attendevano.
Un ufficiale adoperò l’archibugio, lo puntò su di lui.
Era troppo lontano.
Prima che Marcovaldo potesse balzare via per evitare la pallottola, Nicoletta calò addosso al lanzo pugnalandolo più volte.
Come in una monotona reminiscenza, il sangue inondò il pavimento.
Le ultime urla che stavano scemando in dei rantoli, Benvenuto disse:
«Missione compiuta. Torniamo a Castel Sant’Angelo».
Marcovaldo gli fece cenno di sì, ma per prima afferrò Nicoletta e ignorando le agonie dei maiali luterani la baciò.
Il trionfo dell’amore.
Serie: Il mio avo Marcovaldo
- Episodio 1: Le furie a strisce
- Episodio 2: Attenzione, imboscata!
- Episodio 3: All’armi, Urbe
- Episodio 4: La tremenda sortita
- Episodio 5: Fuga a Castel Sant’Angelo
- Episodio 6: Lo sgradevole assedio
- Episodio 7: Spionaggio nei bassifondi
- Episodio 8: Salvatele la vita
- Episodio 9: Guerra urbana
- Episodio 10: Assalto finale
Premessa. Questo bacio in mezzo al sangue e all’agonizzante mi farebbe strano, ma solo se non considerassi Marcovaldo e la Nicoletta che non è certo una gattina ma una belva in battaglia da quanto ho capito! Lo stesso Marcovaldo è un tipo particolare, e anche se ho iniziato a leggerlo dalla fine (sorry), già da questa prima lettura se ne capiscono bene i caratteri! Bravo, non deve essere facile poi ambientare una storia in epoca medievale, c’è uno studio anche di parole da usare, bravo bis!
Grazie per il tuo commento! Sono felice ti sia piaciuto