Attesa (Concetto spaziale)

Uno strappo, una lacerazione. Uno sfregio celestiale. Ecco cosa sentì lei in quel preciso momento: un bisturi, una fessura lungo la schiena del cuore, un segno netto preciso irriguardoso. Ma neanche un po’ di sangue, quello no. “Ho la mia vita con un’altra che mi ama, che non mi mette dietro a nulla”: ecco il taglio si perfezionò all’ultima A di “altra”, ma il fastidio Elisabetta lo percepì quando il cervello collegò definitivamente “mia vita”, cioè la vita di Andrea, con “un’altra”.

Si erano scissi lei e Andrea nello spazio di sei parole, senza neanche la necessità di un predicato, di una subordinata, di una frase conclusa. Il taglio fu profondo eppure galleggiava a metà frase, proprio nel bel mezzo di una tela bianca. Bianca non perché candida, innocente, no. Bianca perché asettica, come una sezione di corpo, porzione anatomica, sterilizzata prima di un’operazione. Il taglio arrivò all’improvviso, ma fu professionale, quasi indolore, e aveva la delicata precisione di quei gesti inaspettati con cui lui aveva disseminato la loro disarmante storia.

“Ecco, ora chissà cosa c’è al di là di questo taglio”, pensò Elisabetta senza un accenno di lacrime. I bravi chirurghi non provocano mai dolore, sanno come recidere una parte. Intanto dietro quel taglio c’era almeno un’altra vita, non quella di Andrea e neanche quella sua. No, c’era proprio un’altra vita che solo lei sapeva e che, a questo punto, decise di nascondere dentro quel taglio per sempre.

Elisabetta aspettava un bambino. Aveva esitato a dirlo ad Andrea, del resto le cose poi non andavano più così bene. Le parole fluivano a stento come le emozioni. I sentimenti quelli però c’erano ma se ne stavano nelle sabbie mobili di infiniti silenzi, erano come rami spogli di alberi spettrali che tentavano di scrivere uno straccio di trama sul grigio assorto del cielo. Erano sentimenti neri e solitari incisi su una relazione ormai pallida, un po’ come oggi quel taglio (“ho la mia vita con un’altra”) sulla superficie latte di un discorso mai iniziato.

“Non lo dirò mai ad Andrea di questo figlio, che è solo mio e che non sarà neanche più mio”, decise mentre in testa ripercorreva la linea retta di quella frase tagliente che aveva segnato il finale peggiore. Non era una vendetta la sua. Era solo il percorrere razionalmente il tratteggio della lama del rasoio, del bisturi, del coltello che continuavano, nei suoi pensieri, ad incidere compulsivamente la tela candida fin oltre i margini, fin oltre la cornice della loro ormai ex storia. Era decretare semplicemente la fine. “Non tutti hanno diritto al lieto fine, pensarlo è irriverente, anzi la vita non lo prevede proprio, per questo non mi infliggerò la pena resiliente del finale più bello e scontato”, si disse.

Andrea la guardava aspettando che dal taglio uscisse sangue e rabbia.

Era abituato agli eccessi passionali di lei, e dunque se ne stava lì come un gatto immobile ma con la coda (che erano i suoi pensieri) che si muoveva scompostamente. Nervosamente.

E invece non arrivò neanche una goccia rossa. Nulla. Forse una lacrima, forse chè non ebbe il coraggio di guardarla in viso. Si impaurì per tanta quiete, incredibile quiete. Guardò fuori dalla finestra, era gennaio. La neve scendeva con una cadenza indolente e sorniona, fastidiosa per chi aveva i pensieri al ritmo della coda di un gatto che attende l’agguato. Fuori era tutto bianco, tutto bianco. Si voltò verso Elisabetta. Fu allora che in mezzo a tutto quel bianco si accorse di uno sfregio cupo. Proprio al centro di tanto candore. Il loro spazio non c’era più. La loro attesa era finita.

Eppure Elisabetta stava accogliendo dentro sé spazio e attesa infiniti.

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Discussioni

  1. Interessanti come abbini diversi strati di cognizione per una separazione, i tagli, il bianco asettico, la grammatica, tutte queste molto nette e impostate sullo sfondo di qualcosa che invece sconvolge.