Baboy

Serie: Hotel Zen


Al lavoro il mio soprannome è Baboy, letteralmente “carne di maiale”, espressione coniata dal tutt’altro che amabile collega Ronald Park, da cui vengo vessato e perseguitato tutti i giorni con l’aiuto di altri vecchi senatori dell’albergo come la cameriera Fiorella o la governante Gabriela, le due donne più perfide che abbia mai conosciuto.

Al lavoro, il primo che vedo è la mia bestia nera.

D’egli si mormora che sia un bastardo senza ritorno che di rado stecca le mance con gli altri, persino con gli chef che sono tutte teste calde perché prendono vapore in faccia 24/7. Ronald ha cinquantadue anni, fa il facchino ormai da trenta: è uno dei senatori, e il suo nonnismo da kapò è celebre all’interno dell’hotel Zen.

Ronald mi fa sempre brutto con i suoi occhi bianchissimi, da voodoo psicopatico, perché è terrorizzato che io gli fotta il posto o che gli sgraffigni le mance. Ad ogni modo, è inesistente sfida tra me e lui. Anche se io accolgo sempre prima i clienti, aprendogli la porta e sorridendo, è sempre quel piccoletto che s’intasca i soldi. Ronald guadagna un sacco di soldi perché lui sa fare il sorriso giusto: quello dello schiavo contento e sottomesso, esattamente come vogliono i clienti, che nel mio caso invece mi osservano con sguardo odioso perché sono caucasico, con una mono espressività simile a Keanu Reeves in Matrix ma sono povero in canna, e dunque sono un looser che in questo mondo occidentale viene calcolato a malapena, giusto per pagare tasse e farsi sprecare la batteria in lavori di quart’ordine.

In cima a questi c’è Ronald, lo “schiavo buono” con i clienti facoltosi, ma un totale bastardo ed empirico pezzo di merda coercitivo quando si tratta di sottomettere i colleghi. Senza dubbio lo straniero peggiore che abbia conosciuto. Se c’è da prendere le mance, ti passa davanti e, se può, ti abbatte. Pietà per nessuno. Per lui, i cinque o i dieci euro sono come un grammo di roba per un tossico. Ti pesta i piedi, ti sorpassa con una spallata, ti da’ informazioni sbagliate o comandi improvvisi per farti allontanare dal bersaglio, fa la spia a Gabriela quando vai a fumare, tutto per arrivare prima lui alle banconote colorate. Poi fa un sorriso da schiavo liberato al ricco cliente americano, che si sente in dovere di sganciare il soldo.

Gliel’ho fatto notare, un giorno ho detto: “Tu sei un uomo antipatico, Ronald!” “CHE?” “Sei…voglio dire…” “Sta zitto baboy, lavora!” Detesto quel nanerottolo, specie quando torna a cantare il famoso brano italiano Maledetta primavera, stravolgendo il testo a suo favore. “Che fretta c’era? Involtino primavera! Che fretta c’era…”

Serie: Hotel Zen


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Discussioni

  1. Non ho mai pensato al “micromondo” che popola gli hotel: i turisti dimenticano gli addetti non appena ripresa la strada di casa, ignari delle maschere indossate per compiacerli. Eppure, le dinamiche interne devono essere necessariamente quelle di una comunità.

    1. Traspare il senso di comunità, o come dicono in Germania: “Gemenschaft”, tuttavia è una comunità e un microcrosmo fuorviante…