Bastardo

Molti mi chiamano Bastardo perché non accetto compromessi e non sono solito nascondere quello che penso. Combatto le mie battaglie, difendo le mie convinzioni. Quello che cerco realmente è me stesso, è così sbagliato? Vorrei comprendere perché quando sorrido i miei occhi si stringono in due fessure, perché quando sono nervoso li spalanco. Gesti involontari frutto di una memoria genetica a me sconosciuta. La mia è una risata piena, senza timori di sorta: un rombo di tuono. La mia vera madre ride nello stesso modo? Me lo sono chiesto spesso.

Pensieri che mi lasciano nudo, senza difesa.

Per ironia della sorte non ho nulla addosso. Me ne sto fermo davanti alla porta finestra della camera da letto, con la fronte appoggiata al vetro. Fuori, posso scorgere uno scorcio delle mura che circondano il centro antico della città. Verona.

Non credo di resistere a lungo senza rabbrividire. L’ambiente è condizionato a una temperatura di ventiquattro gradi, mentre all’esterno devono essercene almeno trentacinque. Per ora, è piacevole e mi permette di valorizzare il mio lato migliore. Sono un narcisista e conosco ogni centimetro del mio corpo. Quello che ancora mi lascia sconcertato, è quello che ho dentro.

Pratico sport da quando ho imparato a camminare ed ho attrezzato una delle stanze della mia abitazione come una palestra. Il bisogno di spremere sudore ha sostituito ogni altra dipendenza, spegnendola per sempre.

Sollevo la fronte dal vetro, sbirciando alle mie spalle. Il piumino bianco, gonfio, esercita un richiamo invitante.

«Non partire.»

So che non c’è ombra di egoismo in quello che ha detto. Le ho confidato i miei progetti davanti a un triste hamburger accompagnato da patatine fritte: sceglie lei, dove pranzare. Ormai abbiamo raggiunto una perfetta coordinazione nei tempi: un pasto veloce, un’ora sotto il piumino leggero e un lungo abbraccio. Devo fare attenzione a dove poggio i piedi perché cammino su una corda tesa sopra un baratro. Mi riempio i polmoni di lei una volta la settimana, se incappo in un periodo sfortunato ogni due. Quello che ci lega è complicato.

La prima volta che abbiamo fatto l’amore abbiamo pianto come dannati condannati all’inferno. Io perché la amo, lei per uno stronzo. Lo stronzo, non sono io.

Ci conosciamo da trent’anni. Anche se la vita ci divide per periodi molto lunghi, le nostre strade tornano a incrociarsi ed è come se non ci fossimo mai persi. La paura l’ha sempre tenuta lontana. La chiama inadeguatezza. Ancora devo combattere con questa parte di lei, il baratro su cui sono riuscito a stendere un’esile filo di seta: so che si spezzerà mille altre volte e so che come un ragno tesserò una nuova tela senza arrendermi. Ha timore che il nostro legame fisico possa spezzare il sentimento che ci unisce. Per lei sono sempre stato un amico, un fratello, ora che sono un amante teme che la più piccola crepa possa rovinare tutto ciò che è stato.

Mi sono riavvicinato a Maria Maddalena dopo sei anni trascorsi nel vuoto. La sua vita era con un altro, un uomo in cui aveva riposto fede. Se n’è andato alla prima difficoltà lasciandola sola nella malattia. Sono riuscito ad afferrarla saldamente, obbligandola alla mia presenza: tenendole sollevata la fronte perché non sbattesse la testa sulla tavoletta del water mentre vomitava, stringendole la mano mentre il veleno scorreva nelle sue vene nei giorni di terapia. È cosa del passato, ora guarda al futuro con tranquillità. Sappiamo che la vita può riservare nuove sorprese, ma sono pronto a tutto.

Il suo sguardo scivola di lato, verso il comodino, dove è poggiato un dossier zeppo di documenti. «Pensavo conoscessi a memoria ogni parola.»

Prende fra le mani il fascicolo ed io ne approfitto per avvicinarmi. Mi stendo sopra il letto, decidendo di aspettare prima di raggiungerla. «Sì.»

Lei annuisce distrattamente, accarezzando con le dita la cartellina rossa. Mi conosce bene.

«Non partire»

Il tono della sua voce mi convince a infilarmi sotto il piumino e a cercare il calore del suo corpo. La attiro verso di me «Devo farlo, Maria Maddalena.»

La sento sospirare. Finge di accomodare la guancia sulla mia scapola, poi solleva gli occhi sui miei. Le sopracciglia sono aggrottate e le donano un’espressione pensierosa «So che non c’è modo di farti cambiare idea. Mi auguro che tu riesca a colmare il vuoto che porti dentro. Però…»

«Però?» voglio sentirlo dalla sua voce.

«I tuoi genitori ti amano, Nazzareno. Anche tu, li ami. Ha senso portare dolore nella vita di una donna che non ti ha mai stretto fra le braccia? La documentazione che hai raccolto non lascia spazio al dubbio. Ha voluto dimenticare. Diversamente, ti avrebbe cercato.»

Annuisco. Comprendo la sua paura, è la mia. Che tutto sarà com’è ora. Che tutto il dolore che mi appresto a dare sarà inutile.

«Desidero conoscerla, mi ha portato nel suo ventre per nove mesi. Credo di averne il diritto.»

«Ha rinunciato a essere tua madre ancora prima che nascessi. Gli investigatori che hai inviato in Sicilia hanno fatto un buon lavoro, conosci la verità.

Era una ragazzina spaventata, una bambina. Quindici anni sono pochi per portare il peso di uno stupro e di un figlio non voluto. Avresti preferito ti odiasse? Perché così poteva essere. Ti avrebbe guardato senza vederti davvero, detestato ogni tuo respiro. Averti affidato ad altri è l’unico gesto d’amore che poteva fare per te. Hai avuto un’infanzia felice, invidiabile. Non ti è mai mancato nulla ed è grazie ai tuoi genitori che sei quello che sei. Sono passati cinquanta anni, Nazzareno. Ha senso rievocare dei fantasmi? Farlo… ti renderà un uomo differente? Io, non lo credo.»

Ha ragione, il mio è egoismo. Perché, sento questo bisogno che mi lacera le viscere? Perché voglio ad ogni costo tenere fra le mani le mie radici rivendicando quello che sono? Per chi, cerco redenzione? Non sono certo di quello che mi attende una volta sollevato lo sguardo sulla donna che mi ha partorito. Non merita altra sofferenza. Ho tutto il resto del mondo, dovrebbe bastarmi. Ho il mio amore per Maria Maddalena.

Eppure… sono un Bastardo e non per nascita, ma per vocazione. Voglio tutto.

Non servono parole perché Maria Maddalena comprenda il mio stato d’animo. Mi sfiora appena le labbra, quindi si alza. Impiega pochissimo tempo a vestirsi: un paio di jeans e una maglietta. Se dovessi cronometrare i suoi movimenti troverei uno spreco solo nell’allacciare gli anfibi.

Mi stendo supino, piegando le braccia sotto la testa. Rimango a osservarla con le mani infilate sotto la nuca. Il mio sguardo non riesce a celare il divertimento: infilerà quegli scarponi anche a novant’anni.

Ride, conosce alla perfezione i miei pensieri. Siamo diversi come la notte dal giorno. Lei dimostra la sua timidezza anche nel vestire, mai eccessivo. I soldi non le sono mai importati e alla carriera ha scelto la passione. Dipinge. Per molto tempo mi sono perso unicamente nei suoi colori, nell’arte che le permette di esprimere sentimenti che nemmeno sa di provare. Era quanto mi bastava, prima di averla completamente. Ora, mi sento assetato di lei e ogni goccia me ne fa desiderare un’altra.

Il riso si spegne non appena mi guarda negli occhi. «Non hai commesso alcun peccato nascendo. Non hai bisogno di alcuna assoluzione» non ha paura a dare voce al suo pensiero, mi ha sempre dato quello di cui ho veramente bisogno: verità.

«Devo andare.»

Si china per un ultimo bacio veloce. «Telefonami non appena arrivi all’aeroporto.»

«D’accordo.» Non mi alzo, attendo che se ne vada steso sotto il piumino. Conserva ancora un alito del suo calore e del suo odore che non è nessun odore.

Allungo la mano dove prima c’era lei e le mie dita sfiorano qualcosa di ruvido. Il dossier. Lo ha dimenticato sopra il letto? Non credo. Lo avvicino.

Siedo, sistemo i cuscini sulle reni perché mi sostengano e poggio le spalle contro la testiera. Voglio “toccare” le parole, benché conosca ogni riga dattiloscritta.

Sara è felice. Prendo la foto che la ritrae assieme alla sua famiglia, marito, tre figli, due nipoti e la vedo sorridere. Non mi somiglia. Non è a lei che devo i capelli chiari e gli occhi grigi. Sono i colori della bestia che cinquanta anni fa l’ha violata in una notte d’estate, trascinandola lontano dalla sagra del paese.

La suoneria soffusa del cellulare interrompe i miei pensieri avvisandomi dell’arrivo di un messaggio. È il numero riservato che conosce solo una persona. Leggo, sorrido, non rispondo. Forse ha ragione lei. Devo partire questa sera, ma non ho ancora ben deciso cosa fare una volta arrivato a destinazione.

Forse, una volta sbarcato a Palermo acquisterò il biglietto di ritorno e mi recherò al gate per imbarcarmi sul volo di rientro diretto a Verona. Lasciando che Sara conservi il suo sorriso. Forse. 

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Discussioni

  1. Un racconto difficile, azzeccato in ogni dettaglio. Il modo in cui introduci Nazzareno e poi ce lo presenti (e “spieghi”) attraverso le sue parole ed i suoi pensieri mi è piaciuto molto. L’unica cosa forse un po’ forzata è la scelta dei nomi, far incontrare un Nazzareno ed una Maria Maddalena è chiaramente irrealistico, ma ti dirò, chissenefrega, a me l’idea è piaciuta. Anche se qui è decisamente più lui che ha bisogno di redenzione. Mi piace anche il finale aperto, costringe il lettore ad interrogarsi sulla psiche del personaggio.

    1. Ciao Sergio, sui nomi hai ragione. Vedi, questo racconto è stato estrapolato da uno scritto più lungo che venti anni fa rappresentava il mio “vangelo apocrifo” (ecco la loro origine). Bello, carismatico, odiato quanto amato lui, sottotono, nell’ombra lei: due parti di una stessa medaglia, il salvatore l’uno dell’altra. Non so, forse Maria Maddalena prima o poi dirà la sua anche qui…

  2. “Se dovessi cronometrare i suoi movimenti troverei uno spreco solo nell’allacciare gli anfibi.”
    Questa osservazione da… Analista tempi e metodi è quasi surreale, e paradossalmente conferisce più realismo al tutto. Perché davvero succede che in situazioni anche emotivamente difficili la nostra mente faccia dei brevissimi voli altrove.
    Ottima trovata narrativa, ben scritta e ben contestualizzata

    1. E’ vero, a volte la vita e ricordi più intensi sono fatti di respiri e piccoli particolari

  3. Ciao Micol, non riesco a seguire le tue serie, visto che scrivi tanto, ma almeno i singoli racconti li leggo ben volentieri e anche in questo hai dimostrato la tua maestria nel descrivere i personaggi, brava!

    1. Ciao Ivan,
      come ho detto ad altri ho voluto provare con qualcosa di diverso. Anche se Nazzareno piace anche a me, credo che la sua storia finisca qui 😀

  4. Non voglio raccontarti cavolate, non è il mio genere. Lo immaginavi, vero?😂
    Però non mi è dispiaciuto. Il protagonista è interessante, secondo me “si mangia un po’ la trama” che rimane in secondo piano. Buona prova. Ciao, Micol!

    1. Ciao Dario, non è nemmeno il mio 😀
      Diciamo che è una specie di esercitazione, devo imparare ad essere più romantica 😉

  5. Ciao Micol, in questa veste inedita non ti avevo ancora incontrata. Hai intessuto una trama complessa e un protagonista molto interessante, il brano lascia molte domande insoddisfatte ma sono anche uno stimolo per la fantasia del lettore.
    Bellissimo brano

    1. Ciao Alessandro,
      ho voluto cimentarmi in qualcosa di diverso. Sono contenta che la storia sia piaciuta e dia spazio alla fantasia di ognuno per un possibile finale 😀

    1. Ciao Kenij, ad essere del tutto onesta non lo so. Questo racconto è stato estratto da uno scritto più grande, non è detto che non ne riproponga altri.

  6. Se nel tuo racconto western i nomi risaltavano ancor di più il racconto, qui penso che i nomi, sviino un pò l’attenzione. E non ti serve, il racconto è già bello di suo.
    Il fatto di aver accostato Maria Maddalena al Nazzareno, mi ha distratto un pò e mi son trovata a ricercarne il perché, e forse senza motivo, visto che il focus è invece la ricerca di una madre che non ha voluto tenere il figlio per una violenza subita.
    Ciao Micol, scusami per questo piccolo appunto, è davvero piccolo, perché come al solito hai saputo descrivere così bene il momento, i gesti, e sopratutto la fragilità del protagonista nonostante la sua apparente sicurezza, nel fisico, all’esterno. Bravissima!

    1. Ciao Maria Anna, non ti preoccupare i commenti sono sempre un tesoro da tenere in gran conto. Ti confesso che questo racconto è parte di uno scritto più grande ed i nomi che ho dato a quel tempo ai protagonisti è quello. Sono contenta che ti sia piaciuta la caratterizzazione di Nazzareno, non è detto che non tornerà da queste parti prima o poi 😉