
Belgrado
Con questo racconto mantengo una promessa e ne sono felice!
Quando suona il campanello sono sul terrazzo con l’intento di godermi la brezza serale, comodamente seduto sulla poltrona che Marisa non mi aveva mai permesso di portare all’esterno per paura che si rovinasse; mezzo bicchiere di Pinot grigio nella mano sinistra, sigaretta nella destra e portatile aperto sul tavolino davanti a me.
Il desiderio di fingermi assente è molto forte ma la consapevolezza di avere una figlia mi costringe ad alzarmi, infilarmi i pantaloni e una maglietta ed andare ad aprire. Non è Cristina, ma questo non mi rincuora, è Antonio un vecchio amico e so da subito che rovinerà il tranquillo programma previsto per la mia serata. Però il fatto che esponga davanti al suo viso una bottiglia di ottimo Traminer di una cantina trentina che apprezzo affievolisce il mio disappunto. Apro.
«Ciao Enrico, passavo e mi sembrava scorretto non darti un saluto.»
Il suo sorriso beffardo chiarisce quanto sia lieto nel leggere sul mio volto il fastidio per la visita non annunciata.
«Antonio, vecchio bastardo, sai che sei sempre il benvenuto anche quando sono stanco, schifato dal mondo e pronto ad odiare chiunque abbia di fronte!»
«I tuoi attestati di amichevole affetto sono sempre commoventi, pennivendolo, ed è per condividerli che sono pronto a sacrificare questa preziosa bottiglia che non meriti sicuramente, almeno per ora!»
Esauriti i nostri consueti convenevoli gli porto una sedia della cucina, che non stia troppo comodo, e la posiziono di fronte a me, al fresco, sul terrazzo.
«Bene Antonio, mettiti comodo e dimmi, senza fronzoli, per quale cazzo di motivo vieni a rompere le palle a chi, dopo una giornata di duro lavoro, vorrebbe solo starsene in pace.»
«Voglio tu scriva un articolo su Belgrado, te lo pago bene»
Lo guardo dubbioso.
«Hai vinto al superenalotto? E poi perché sulla capitale della Serbia?»
«Macché capitale! Belgrado Pedrini, l’anarchico»
Qualcosa mi torna alla mente ma preferisco sia lui a raccontare:
«Parlamene perché proprio non so chi sia e cosa abbia fatto.»
Antonio si schiarisce la voce, mi fa cenno di versargli un po’ di vino, lo assaggia appena e poi comincia a parlare, lento come leggesse una pagina di storia agli studenti o una fiaba serale ad un bambino:
«Belgrado Pedrini nasce a Carrara nel 1913. Suo padre, uno scultore, lo chiama così per amore della città dove aveva fatto dei lavori. Anarchico e convinto antifascista fin da giovane entra ed esce di galera perché incapace di non reagire ai quotidiani soprusi delle camicie nere. Insieme ad altri militanti libertari di Carrara compie numerose azioni illegali che gli causano denunce e condanne per “attività sovversiva”. Sconta un periodo di detenzione nel penitenziario di Pianosa tra il 1937 e il 1938 ma, appena uscito, riprende la lotta anarchica e nel 1942, ricercato dalla polizia per aver aggredito un gruppo di fascisti, si nasconde a Milano. Una notte lui e due compagni vengono sorpresi mentre affiggono dei manifesti che invitano la popolazione a ribellarsi al fascismo. Riescono a fuggire e a raggiungere La Spezia dove, braccati dall’OVRA, vengono catturati dopo uno scontro a fuoco in cui un agente resta ucciso. Belgrado e i suoi compagni vengono rinchiusi in un reparto di massima sicurezza nel carcere di Massa in attesa del processo e di una quasi certa condanna a morte. Nel giugno del 1944 un’azione dei partigiani permette la fuga di diversi prigionieri. Belgrado senza esitazione si unisce alla resistenza e combatte fino alla fine della guerra. Dopo la liberazione partecipa alla ricostruzione della Federazione anarchica italiana e si batte attivamente affinché i criminali fascisti vengano giudicati. Ma, incredibilmente, al contrario di numerosi fascisti che vengono amnistiati è proprio lui, nel 1949, ad essere processato e condannato all’ergastolo per quanto successo nel 1942 a La Spezia. Resta in carcere fino al 1974, quando ottiene una grazia tardiva dall’allora presidente Leone. Da uomo libero riprende la sua battaglia continuando a professare gli ideali di sempre, fino alla sua morte nel 1979.»
Avevo ascoltato con attenzione, senza interromperlo, poi riempiendogli il bicchiere chiedo:
«Sicuramente una bella storia, quanto c’è di vero? »
«Quasi tutto, c’è qualche dubbio su chi abbia sparato il colpo che ha ucciso il poliziotto ma era impossibile sia per loro che per la polizia determinarlo. Per contro non si riesce a capire il rifiuto di considerarla azione partigiana quando in quel periodo, sul finire del conflitto e nel primo dopoguerra, le azioni sia dei repubblichini di Salò, sia di alcuni reparti partigiani hanno portato a vere e proprie esecuzioni sommarie che, con molta fantasia, sono state riconosciute come atti di guerra. Diciamo che gli anarchici stanno sulle palle a tutti e una loro condanna era, allora come adesso, fumo negli occhi. »
Restiamo qualche momento in silenzio poi impaziente mi domanda se lo scrivo l’articolo, giro il portatile e gli rispondo:
«Leggi, è già scritto. Se ti va bene lo pubblico così: sei tu che racconti e di mio non c’è nulla.»
Vedo i suoi occhi inseguire le righe sullo schermo, un sorriso compiaciuto gli ammorbidisce il viso e da luce ai suoi occhi. Alza lo sguardo e il bicchiere verso di me è soddisfatto:
«Bravo giornalaio, bel lavoro!»
So che questo è il suo pagamento ma so anche quanto ha fatto lui per me in passato quindi poso il bicchiere e lo abbraccio.
Belgrado Pedrini è l’autore della poesia “Schiavi” che è diventata poi una delle canzoni anarchiche più conosciute e che, se mi riesce, allego.
https://www.youtube.com/watch?v=DR4g_MZjPps
Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ciao Giuseppe! Felice di aver scoperto questo pezzo di storia italiana😊 Bello anche il modo in cui lo racconti, con un dialogo che diventa esso stesso la storia che ci volevi narrare👏🏻
Quello che più mi ha colpito, al di sopra di tutto, è il legame tra i due protagonisti. Di quelli in cui non hai bisogno di parlare per farti capire. E nemmeno di bussare. Dovremmo tutti avere a fianco una persona così.
Non conoscevo la storia di Belgrado, mi ha fatto riflettere sul fatto che di queste storie, oggi, non ne sentiamo più. Si sta perdendo la voglia. E non va bene. Grazie per avercela regalata!
Grazie per avermi fatto conoscere questo pezzo di storia, e grazie per averlo fatto sotto questa forma. È sempre bello ritrovarti qui.
Grazie per l’apprezzamento Roberto. Passato un periodo un po’ turbolento con qualche acciacco, una figlia incidentata e un nuovo nipotino ora dovrei riuscire ad avere più tempo e mente per leggere e scrivere. A presto!
‘Nell’inferno della vita entra la parte più nobile dell’umanità. Gli altri stanno sulla soglia e si scaldano’. Non conoscevo questa storia, possiamo dire fra tantissime (per fortuna) e quindi ciascuna unica, e sono andata a cercare. Mi colpisce la frase su un incisione a lui dedicata. Ho ascoltato anche la canzone che oltre ad avere parole da pelle d’oca e un video con fotografie di volti che colpiscono, devo dire, accidenti, che è anche un genere, quello popolare, che mi piace molto. Un racconto per cui dobbiamo dirti grazie e la tua sensibilità che traspare, come sempre. Un’ultima cosa, un saluto al tuo amico rompipalle 🙂
*un’incisione
Grazie Cristiana, di tutto. La frase citata è di Hebbel, e sicuramente lascia il segno. Ti saluterò volentieri il mio caro amico, spina nel fianco da sempre ma nel contempo palo di sostegno e suggeritore sarcastico. Un abbraccio!
I grandi anarchici della Storia sono personaggi con un loro fascino che hanno combattuto per la libertá, con le armi o con azioni pacifiche (come la mia omonimia Louise Michel, scrittrice e insegnante francese, vissuta nell’800). In molti casi hanno combattuto solo con le parole e con la musica delle loro canzoni e sono certa che sai bene a chi mi riferisco. Qui in Sardegna, uno degli anarchici più famosi é stato Tommaso Serra, che andò a combattere in Spagna e poi a Barrali (uno dei comuni più piccoli della nostra regione), fondò una comunitá che accoglieva anche molti ospiti di passaggio, in cerca di un rifugio felice.
Il tuo racconto é interessante, mi ha stimolato e mi ha spinto a saperne un po’ di più sull’anarchia. Bella la canzone: il testo e la musica. Grazie Giuseppe.
Bello che tu nomini Louise Michel, protagonista nell’insurrezione parigina e anticipatrice di un femminismo intelligente. Tomaso Serra era un grande, un precursore di un’anarchia solidale e concreta che sostituiva i fatti alle, spesso inutili, filosofie. Mi fa anche piacere che tu alluda al nostro amico cantautore genovese perché in questi cupi tempi di revisionismo e restaurazione si tende a svilire e mistificare la sua persona e il suo messaggio. Grazie di cuore M.Luisa, un forte abbraccio!!!
Massa e Carrara fulcro del movimento anarchico, non conoscevo. Racconto scolpito nel marmo. Indelebile.
Bello il tuo commento, direi “lapidario” 🙂 faccio un po’ di storia evitando sfacciata propaganda ma se riesco a destare curiosità sul pensiero anarchico non può che farmi piacere. A presto!
Perdona il commento mozzato Giuseppe, intendevo dire che sapevo del leggendario movimento anarchico a Massa e Carrara manon conoscevo assolutamente la storia di questo personaggio che tu hai giustamente rispolverato ed attualizzato con formidabile fattura scolpita nel marmo a mo di lapide
Nulla per cui chiedere perdono Hugo, l’ho veramente apprezzato: sagace nell’accenno al marmo apuano (i cavatori erano in gran parte anarchici). Mi piace come l’hai concepito. Le tue metafore, i tuoi accenni e gli indizi che semini nei tuoi racconti sono sempre intriganti… inventi anche neologismi intelligenti e il leggerti è stimolante. Almeno, per me lo è! Un caldo abbraccio!
Data per scontata la tua capacità di scrivere in modo naturale, vero e vivido, tutto il resto è da brivido. Senza proclami, senza prediche dal pulpito tipo «Te lo dico io che ho vissuto!».
La verità detta di straforo.
Naturalmente mi commuovo perché mi rivedo sul cavalcavia di Mestre con la bandiera anarchica in mano. Grazie per questo racconto, oggi più che mai è impagabile.
Grazie Francesca, ti ci vedo con la bandiera rossonera sopra la superstrada!!! Parlare di anarchia è sempre difficile: spesso si è fraintesi e allora è inutile, anzi controproducente, stare a pontificare. Gli anarchici non sono i teppisti che incendiano auto e spaccano vetrine, sono piuttosto quelli che hanno un’idea di libertà che permetta il respiro e una visione della realtà non distorta dall’informazione. Niente di complottista, solo una ricerca di vita più naturale, anche nei rapporti. Sono assolutamente pacifista e non condivido le scelte di “action directe” anche se posso comprendere l’impazienza. Ci ho litigato con i ragazzacci che hanno reso inutilizzabili i bancomat di mezza città dicendo loro che la vecchina che andava a prelevare i soldi per la spesa non era molto felice del loro agire… qualcuno l’ha capito, altri mi hanno dato del dinosauro, succede. Comunque sia, alte le rossonere!!! Un abbraccio.
Anche a te e grazie da parte di tutte le vecchine.
Si trattava di giovani poco più che ventenni, nel caso di questo Pedrini lo si evince dalle date, eppure avevano una profonda coscienza politica e un’ideale di libertà Incrollabile, che a paragone le generazioni seguenti ci si sono solo riempite solo la bocca.
Ciao Francesco, non sarei così drastico, credo che si ripresentasse la situazione (mi auguro che mai accada!) avremmo più di un Belgrado, anzi ne avremmo così tanti da scongiurare qualsiasi fascismo. Mi auguro. Mi mancano i tuoi scritti… mettiti ala lavoro!;)
Ci sto già lavorando 😉
“Antonio, vecchio bastardo, sai che sei sempre il benvenuto anche quando sono stanco, schifato dal mondo e pronto ad odiare chiunque abbia di fronte!»”
Antonio è l’amico che abbiamo tutti (o che dovremmo avere), il viso a cui non sappiamo tenere la porta chiusa nemmeno quando ne abbiamo avuto abbastanza dell’umanità per la giornata… un racconto nel racconto, grazie per questa perla di storia e la finestra sul rapporto di amicizia di queste due persone.
ShanLan che piacere. Per sapere e conoscere mi sono letto ciò che hai scritto e la sorpresa è stata piacevolissima!!! Scrivi bene, coi tempi giusti, creando e mantenendo interesse… che invidia!!! (Scherzo ma neanche tanto). Ti ringrazio per le parole, ti ringrazio per quel desiderio di amicizia, sentimento desueto ma di grande valore… su facebook abbiamo centinaia di amici ma se riflettiamo con calma e li contiamo difficilmente arriviamo alle dita di una mano. Dobbiamo amarci di più, dobbiamo amare di più… possiamo farcela! Un grandissimo abbraccio!
Dopo una vita da mediano, da vecchio e deluso apprezzo l’afflato anarchico di chi, con sguardo più lungo del mio, capiva già allora che certe cose si ripetono, con mezzi diversi ma identico scopo.
Caro Giuseppe, questo racconto è la risoluzione di un debito, di una promessa, ed è una bella risoluzione ad una bella promessa. Ma la promessa, quella vera, quella di Pedrini e degli altri come lui, chissà se arriveremo mai a vederla soddisfatta?
Resto in attesa di un tuo sollecito racconto. Un caro abbraccio.
Vecchio, deluso? Dai Giancarlo se ti consideri tu vecchio io dovrei essere decrepito ma mi rifiuto di pensarlo, di esserlo. Invecchia il fisico non il pensiero. La promessa dei vecchi anarchici, ma non solo di loro ma di tante altre menti illuminate, è una speranza fondata: l’umanità è in continuo progresso, se avessero vinto le idee classiste, razziste, totalitarie saremmo già estinti e invece siamo ancora qua (Vasco) anche smarriti, dubbiosi ma fiduciosi nel futuro… se quella parte di umanità stupida ci permetterà di averlo un futuro. Io sono ottimista: è vero che il male è più evidente ma c’è tanto di quel bene che saprà, come sempre, prevalere. Sto lavorando alla serie sulla futura umanità, gli effetti della carezza si stanno manifestando, è un argomento delicato da trattare e vorrei riuscire a renderlo piacevole e credibile… vedremo. Tu continua a scrivere che lo sai fare molto bene e stuzzichi piacevolmente la mia curiosità e appaghi quel desiderio di musicalità che trovo in pieno nei tuoi racconti. Un abbraccio!
Grazie della risposta! Ricambio l’abbraccio e resto in attesa di leggere i tuoi racconti, che mi sono piaciuti davvero tanto.