ospedale

Caramelle

Aveva una mano piccola. Segreta, bianca. Colorava attento a non andare oltre i contorni della cose. Un aquilone, un sole, un mare. Il cielo quello limiti non ne aveva e con lui poteva divertirsi, andare oltre, sconfinare in blu, celeste, anche viola se proprio voleva. Le matite quasi tutte consumate, sparse sul letto. Bianco come le mani.

Disegni così, delicati e arrabbiati, ce n’erano a decine sulle pareti. Bianche. Un mondo a parte di finzione, una natura filtrata da sogni, una voglia di vedere indefinita e ingorda. Non parlava se non per sguardi, stanchi, indolenti, capricciosi. Avrebbe dovuto avere vita da regalare ma gliela stavano rubando. Una roba vigliacca, bastarda. Io gli portavo il te la mattina e poi alle 17, ogni giorno. Glielo preparavo con cura, dentro zucchero e speranza e attenzioni. Spesso, spesso, lacrime.

Mi incantavo sempre guardargli le mani. Immaginavo ciò che avrebbe potuto essere, che avrebbe sognato diventare:  un giardiniere a trapiantare bulbi di jasmine, un chirurgo a recidere i mali del mondo, un sarto a ricucire brandelli dimenticati. Mi incantavo a indovinare i suoi pochi anni chiusi, rinchiusi, segregati a sua insaputa. E in fondo della vita chi sapeva di più? Chi ce l’ha o chi la sta già perdendo senza averla vissuta? Chi l’aveva e la scansava in noia e monotonia o chi la percepiva appena sfiorandola con il candore delle mani ingenue e decise? Beveva il te lentamente. Mi osservava e io mi imbarazzavo. Avrei voluto essere sempre altrove e non li a ricordargli che fuori c’erano alberi, cieli, aquiloni, mari. Veri. Mi sentivo in colpa. Ero io a rubargli tutto, ero io a prendergli 10-20-40 anni. Ero io a sottoscrivere quel ‘’fine pena mai’’. Lo sapeva, mi guardava. Mi sentivo un gentile boia pagato per accompagnarlo il più delicatamente possibile all’uscita.

Il te la mattina e alle 17, le lenzuola pulite, i fogli bianchi, le matite. Qualche favola, qualche risata. Silenzi. E due caramelle dai colori pastello da mandare giù ad orario preciso che dovevo assolutamente ricordare. L’unico contrappunto temporale al te.

Aveva un mano piccola. Mi afferrò. La mia mi sembrò disegnata. Mi accarezzò. Le mie dita si colorarono del suo avorio. Esangue, incantevole. Disse solo “Lì non andro’ mai”. Indicò un foglio, bambini, mare, ordinaria confusione di pomeriggi estivi. “Lì non andrò mai”, stringeva la mia mano, stilizzata a matita. Il te delle 17 era freddo. Erano le 18. “Mai”.

Erano le 19. La tazza del te vuota. Il letto numero 23 vuoto. La mia mano, schizzata appena a pastelli, vuota. La sua non c’era più. Scorrere lento di lacrime, scorrere feroce di camici in corridoio. Il flacone delle caramelle: ne mancavano quattro più del necessario. La mia mano, in vitro, le aveva contate attentamente.

Avrei voluto darti anni. Ti ho dato quattro caramelle col te delle 18.

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