Cattiva

Illustrazione di Stefania Franchi

Salve a tutti, io sono la Cattiva.

La cattiva chi, direte voi? Ce ne sono tante. È facile rispondere: io sono tutte.

Sono la medusa dallo sguardo mortale, la strega che vi maledice, la sirena crudele che vi trascina negli abissi. Ditene una, rappresento ognuna di loro.

È il mio sguardo quello che sentite quando camminate da soli in una strada poco illuminata, è mio l’artiglio che aspetta paziente sotto il letto, pronto ad afferrare il vostro piedino incauto.

Ci sono anche cattivi uomini, è vero. Ma sono solo dei fantocci.

La malvagità è femmina, così come la paura.

Sembra un lavoro ingrato rappresentare il male, ma devo proprio dirlo, mille volte meglio una favola da orribile megera, che un intero libro da principessa svampita.

Quelle biondine con l’ugola da usignolo e cervello da cactus mi fanno venire il voltastomaco. Sono capaci solo di guardarsi allo specchio e attendere un principe che venga a salvarle.

Dal punto di vista sociale essere la Cattiva non è il massimo, lo devo ammettere. Ti guardano sempre tutti strano, e anche intrecciare relazioni sociali è difficile quando il tuo sguardò può inquinare le acque e far marcire la terra. Per questo agli appuntamenti porto sempre gli occhiali da sole.

Il lato positivo è che ogni folla si disperde al tuo arrivo. Cosa utilissima quando devi pagare le bollette alle Poste.

Comunque, se proprio volete saperlo da piccola non ci tenevo a essere la Cattiva. Io volevo fare la Principessa, come tutte. Mi ero segnato anche ai provini. Non ci credete? Eppure, è andata proprio così.

Da piccola ero nella norma, lunghe trecce, occhi color del mare. Una camera piena di poster e desideri. I miei sogni erano un ammasso appiccicaticcio di balli romantici, cavalieri coraggiosi e animaletti parlanti. Insomma, volevo diventare una Principessa.

“Scordatelo. Non hai proprio le caratteristiche per diventare una di loro. Ma se ti impegnerai e darai il meglio di te magari potresti diventare la damina o la fata buona.”

Mia madre non era una persona crudele, ma aveva l’anima appassita da una vita di normalità e consuetudini. Diceva quelle cose perché pensava di difendermi, adesso lo so. Ma da piccola era una vera ribelle.

“Non ci penso nemmeno” gridai. “Piuttosto niente.”

“Ma qualcosa devi fare! Poi cosa c’è di male ad essere la Fata? Io l’ho fatto per anni.”

“Io non voglio essere così. Sono diversa.”

Me ne andai sbattendo la porta, con mia madre che mi urlava che se non mi avessero rifiutato per il mio aspetto, lo avrebbero fatto di sicuro per il mio pessimo carattere.

Il giorno dei provini c’erano centinaia di persone. Nonostante fossi arrivata con un’ora di anticipo la fila davanti alla porta targata “Principesse” era già interminabile. Mi misi nell’ultima posizione un po’ scoraggiata. In fila non trovavo nemmeno una candidata che mi assomigliasse, erano tutte più alte e più bionde di me. I loro sorrisi erano più smaglianti e i loro canti angelici.

Non mi persi d’animo, ero giovane e ingenua, ma cocciuta proprio come adesso. Avevo un sogno e non me lo sarei fatto strappare senza lottare. Così aprii il manuale Bella e addormentata – Come diventare la principessa perfetta per distrarmi dalle mie avversarie.

Ero nel bel mezzo del capitolo Zoofonia – Parlare con gli animali per accaparrarsi un principe quando una vocetta fastidiosa mi interruppe. “Non ti servirà a niente leggere quella roba.”

Alzai lo sguardo, la stangona che aveva parlato, vestita rosa confetto, aveva una lunghissima traccia che sfiorava terra, color dell’oro, naturalmente. La pettinatura era così tirata che la costringeva a tenere gli occhi spalancati, dandole un’aria un po’ stupita.

“Scusa?” le dissi.

“Ho detto che non serve a niente leggere. Mica si diventa principesse per quello che si sa, ma per come si è.”

“E questo chi te lo ha detto?”

La biondina iniziò a ridere, o meglio a sussultare emettendo suoni acuti simili ai versi dei porci. Molte altre concorrenti si voltarono incuriosite. Speravano di assistere a qualcosa di succulento con cui alleggerire la noia dell’attesa.

“Lo sanno tutti. I discorsi che tutte ce la possono fare e che impegnandosi si può riuscire in tutto sono delle gran cavolate. Sono quelle come me diventano principesse.”

Se una persona del genere mi si presentasse oggi non esiterei a trasformarla in un rospo, ma a quei tempi era diversa.

“Lo vedremo” replicai.

“Ragazze” disse rivolta verso le altre. “Questa qua vorrebbe diventare una principessa leggendo.”

Tutta la fila iniziò a sghignazzare, alcune chiamavano l’amica che si era persa la scena. Ovunque denti e bocche perfette mi deridevano.

A ripensarci oggi sono molto orgogliosa di come ho reagito. Non sono scappata, non ho pianto. Con molta calma ho chiuso il libro, l’ho appoggiato a terra e le ho dato un calcio nello stinco così forte che lo devono aver sentito anche i pidocchi intrappolati in quella treccia perfetta.

Ve l’ho detto che allora ero diversa. Non sapevo ancora trasformare le persone in rospo.

Da quel momento la mia vita cambiò, quel coraggioso atto di ribellione verso un’ingiustizia mi aveva fatto sentire per la prima volta a mio agio. Ancora non sapevo cosa sarei voluta diventare, ma ero sicuro che mai sarei stata una Principessa.

Così svoltando l’angolo per allontanarmi notai una porta che aveva meno fila dell’insegnante di educazione fisica al ricevimento dei genitori. Era una porta vecchia e malconcia con attaccato un foglio scritto a mano: “Streghe”.

Entri ed ebbi il mio primo incarico. Dopo quello ne arrivaronoi molti altri, sempre più importanti fino a portarmi dove sono oggi: la Cattiva, l’entità più malvagia che ci sia.

È un lavoro importantissimo, perché senza di noi cavalieri e affini non avrebbero niente da fare e se ne starebbero tutto il giorno a magiare le terribili torte senza zuccheri che preparano le loro principesse. Una volta le ho assaggiate, meglio una fattura.

Per questo che noi cattive siamo così importanti, ci vuole carattere per fare il nostro lavoro, ma è pieno di soddisfazioni. Tra poco le selezioni riprenderanno e se trovate la fila delle Principesse troppo affollata fate un salto da noi.

Volete essere ricordate per come siete o per quello che sapete fare?

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Discussioni

  1. Una fiaba davvero insolita, ma il conformismo agli stereotipi non sarebbe da te ☺️
    Originale il punto di vista della cattiva per passare una morale finale tutt’altro che banale.

    1. si, ricordo che al liceo anche i miei genitori andavano a parlarci per un misto di educazione e compassione.

    1. Ciao Bio, grazie mille per aver letto la mia piccola favola. Sono contento che ti sia piaciuta.
      Un abbraccio

    1. Ciao Jessica, grazie per aver letto la mia favola, sono contento che ti sia piaciuta. Mi sa che la fila delle Streghe si riempirà presto

  2. La cattiveria è naturale la bontà è costruzione.
    La cattiveria è bambina, la bontà è adulta (anche quando è finta).
    Non bisogna leggere manuali per essere cattivi.
    Vuoi che ti faccia qualche esempio? No! Ce ne sono diversi nei miei scritti.
    All’inizio del racconto mi sono sentita immedesimata nella vittima dell’artiglio, ma già a metà mi sono accorta che l’artiglio lo brandivo io, e proprio con la mano destra spastica.
    Grazie Alessandro.

  3. Ciao Ale, una fiaba molto “power girl”! Oltre alla metafora sul doversi rispettare per ciò che sì è, hai aggiunto l’ironia di questa cattiva che tutti vorrebbero seguire. Io mi metterei in fila davanti a quella porticina che non attira molta attenzione

    1. Si il cncetto non è molto originale, ma ho cercato di meterci un po’ di sana ironia. Ti tengo aggiornata su quando arrivano le selezioni

  4. “Per questo che noi cattive siamo così importanti, ci vuole carattere per fare il nostro lavoro, ma è pieno di soddisfazioni.”
    Anche in questo caso, sono d’accordissimo

  5. “Sembra un lavoro ingrato rappresentare il male, ma devo proprio dirlo, mille volte meglio una favola da orribile megera, che un intero libro da principessa svampita.”
    sono d’accordo 👏