3. Cena
Serie: L'imperfetto
- Episodio 1: 1. Principio
- Episodio 2: 2. Soglia
- Episodio 3: 3. Green Lion
- Episodio 4: 4. Cassian
- Episodio 5: 5. Colpa
- Episodio 6: 6. Lascito
- Episodio 7: 7. Arion
- Episodio 8: 8. Prova
- Episodio 9: 9. Rinascita
- Episodio 10: 10. Neriah
- Episodio 1: 1. Ombre
- Episodio 2: 2. Adelphos
- Episodio 3: 3. Cena
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Il tintinnio del bicchiere contro il piatto lo riportò alla realtà. Lei lo osservava con un sorriso appena inclinato, le dita ancora intorno al calice di vino.
«Ti ho perso di nuovo» disse, con una nota di divertita rassegnazione. «Dove sei andato stavolta?»
Lucian sbatté le palpebre, come per scacciare una nebbia che non voleva dissolversi. Il ristorante attorno a loro era un tempio del lusso e del silenzio. Ogni suono sembrava assorbito dai tessuti morbidi, dalle luci dorate; l’odore discreto di spezie e vino rosso aleggiava nell’aria.
Lei, impeccabile come sempre, sedeva di fronte a lui. Si conoscevano da anni, con il tempo aveva imparato a riconoscere quella calma apparente, il modo in cui inclinava appena la testa quando cercava di leggergli dentro. I capelli castani le cadevano sulle spalle, ordinati ma vivi, incorniciando un volto di una bellezza consapevole. Gli occhi, verdi e profondi, erano il suo punto più disarmante, capaci di scavare più della voce.
«Scusami, Cecilia—»
Il nome gli esplose sulle labbra, troppo veloce per trattenerlo. Il calice tremò, il vino vibrò nella luce dorata. Lei lo fissò, il sorriso che si piegava in un’ombra di ironia.
«Cecilia?» disse lei. «E chi sarebbe, una delle tue amanti?»
Lui distolse lo sguardo, passandosi una mano tra i capelli.
«Perdonami, Maia. Ho solo un gran mal di testa.»
Maia lo fissò in silenzio per un istante. Aveva visto il suo lento declino: le occhiaie sempre più profonde, i pensieri che sembravano trascinarlo altrove. Non servivano spiegazioni.
«Ti sei chiuso in te stesso da troppo tempo» disse piano. «Pensavo che ormai avessi imparato almeno a fingere meglio.»
Lucian lasciò uscire un mezzo sorriso.
«Non sono mai stato bravo a fingere.»
Lei scosse la testa, con quella dolcezza che sapeva mascherare un rimprovero.
«Sai cosa mi piace di te? Che vivi sempre in bilico. Tra la logica e qualcosa che non riesci a spiegare. Tra me e un posto in cui non sono mai stata.»
Quelle parole gli attraversarono la mente come un’eco. C’era qualcosa nel tono di lei, una sfumatura che lo turbava. O forse era solo lui, sempre pronto a leggere simboli anche dove non c’erano.
«A chi resta, anche quando non capisce» disse, sollevando il bicchiere.
Maia lo seguì nel brindisi.
«E a chi parte, anche quando sa che potrebbe non tornare.»
Per un momento, tutto sembrò semplice. Il ristorante, le luci, la normalità.
«Dovresti smetterla di analizzarmi» disse lui, cercando di alleggerire. «Sei più spietata di un terapeuta.»
Maia rise.
«Ti analizzo solo per sport. E poi sei un caso di studio interessante.»
«Ah, quindi sono il tuo esperimento?»
«Più o meno. Ma almeno sei più affascinante di certi poeti che mi scrivono lettere imbarazzanti dopo due cene.»
Lucian rise sinceramente. «Davvero? Raccontamene qualcuna divertente.»
«Uno mi disse che i miei occhi erano due smeraldi rubati alla corona di un re dimenticato.»
Lui scosse la testa. «Romantico, ma un po’ teatrale.»
«Appunto. Io avrei preferito un semplice “hai degli occhi molto belli”. Ma niente, il dramma piace sempre.»
Si scambiarono uno sguardo complice. Il cameriere arrivò a servire il dolce.
«E tu?» chiese Maia, posando la forchetta. «Hai mai scritto una lettera d’amore?»
Lucian sorrise appena. «Una sola volta. Avevo sedici anni. Non l’ho mai consegnata. Era orrenda.»
«Un romantico represso» rise lei. «Ora tutto ha senso.»
«Parlando di cose serie» disse lui, cambiando tono. «Come sta andando il lavoro? Hai nuovi progetti in ballo?»
Maia si accigliò per un istante, poi lasciò affiorare un sorriso.
«Sto valutando un’offerta interessante, ma non sono ancora convinta. Mi hanno proposto una posizione a Parigi, sarebbe un grande passo… eppure Milano ha ancora il suo fascino.»
Lucian annuì lentamente.
«Parigi? Suona ambizioso. E cosa ti frena?»
Lei si strinse nelle spalle.
«Forse l’idea di lasciare troppe cose in sospeso qui.»
Lucian incrociò le braccia, fingendo di riflettere.
«Spero non ti riferisca a me.»
«Oh, certo. Tu sei il grande dilemma della mia carriera.» Rise piano. «Ma seriamente, Milano mi ha dato molto, non me la sento di lasciarla. E tu? Hai qualcosa di nuovo?»
Lucian si appoggiò al tavolo, pensieroso.
«Diciamo che ho un progetto in corso… qualcosa di diverso dal solito.»
«Qualcosa che puoi raccontarmi o devo aspettare di leggerlo su un giornale?»
Lucian sorrise, enigmatico.
«Diciamo che sto lavorando su me stesso. Un progetto piuttosto impegnativo.»
Maia scosse la testa, il sorriso appena accennato.
«Sempre così criptico. Ti odio per questo.»
«Eppure sei ancora qui» ribatté lui.
«E infatti mi chiedo ancora il perché» rispose lei.
Il cameriere si avvicinò con discrezione, posando il conto sul tavolo con un lieve cenno del capo. Maia allungò la mano per prenderlo, ma Lucian fu più rapido.
«Stavolta offro io.»
Maia sollevò un sopracciglio, incrociando le braccia.
«Lucian, non siamo nel diciannovesimo secolo. Posso pagare la mia parte.»
«Ne sono certo, ma concedimi questo piccolo atto di cavalleria senza fare troppe storie.»
Lei sospirò con un’aria teatrale.
«Sai che finirò per doverti offrire qualcosa in cambio, vero? Magari una cena in un posto ancora più esclusivo.»
«Temo che sia un rischio che dovrò correre» rispose lui, estraendo la carta e porgendola al cameriere.
Quando uscirono dal locale, l’aria notturna li colpì con un freddo sottile. Milano era immersa in una nebbia leggera, le luci dei lampioni si dissolvevano come ombre liquide.
«Camminiamo un po’?» propose Maia. «Milano di notte mi sembra più… vera.»
Lucian annuì, senza obiettare. Dopo qualche istante, lei gli si avvicinò, infilando il braccio sotto il suo. Avvertì il calore del suo corpo accostarsi. Un gesto semplice, naturale. Eppure, lo fece irrigidire per un attimo. Non disse nulla, lasciandole spazio. Dopo qualche passo, la tensione iniziale si sciolse.
Era piacevole camminare così, in silenzio, tra le vie illuminate dai lampioni. Avanzavano senza una meta precisa. Il suono dei tacchi di Maia rimbalzava sull’asfalto: una melodia ritmica, familiare, quasi rassicurante. Lei parlava con leggerezza, raccontando di una mostra che voleva visitare, di un bistrot nascosto scoperto per caso.
Maia rideva con quella sfumatura di affetto che non chiedeva nulla in cambio. Un amore senza pretese, ed era questo a spaventarlo. C’era qualcosa in lei che lo tratteneva — un’ombra sottile dietro i gesti perfetti, un’intensità che a tratti sfiorava la dipendenza. Lui restava lì, accanto a lei, ma la distanza tra i due sembrava misurarsi in anni luce.
Senza rendersene conto, Lucian si fermò.
Serie: L'imperfetto
- Episodio 1: 1. Ombre
- Episodio 2: 2. Adelphos
- Episodio 3: 3. Cena
Dialogo “da coppia vera” (frecciatine, ironia, sottotesto) dentro un contesto elegante che fa da gabbia. Il lapsus Cecilia è un gancio perfetto: apre subito una faglia nel personaggio senza spiegoni, e Maia che lo legge al volo è credibile e interessante. E quel finale è il dettaglio più forte: lì si sente che la posta in gioco non è la cena, ma la paura di restare.