Colpa della neve.

Il pigiama sembra fatto su misura, aderisce al corpo come il costume dell’Uomo Ragno. Buffi fiocchetti azzurri sono stampati sul cotone. Li posso contare, tranne quelli dietro la schiena. Trentasette, su cui mettere il dito. 

Uno a uno; gli altri, sul retro, restano all’immaginazione. Contare, per dormire. 

Costruire con la mente uno scafandro di acciaio, invalicabile, da sorreggere col corpo, lì dove le costole si possono contare, solo che non sono fiocchi. Muro una tana col cemento dei pensieri mentre canto al ritmo del mio stesso respiro. Si è fatto caldo. Se si respira sotto le coperte, il fiato diventa calore e dal naso sale sul viso. Oltre il diaframma non scende, ho provato.

Niente freddo. Fuori nevica, forse. Se viene la neve tutto si ferma. La notte però non resta notte sempre, domani viene il giorno. E ora, che ora è?

Devo contare di nuovo i fiocchi. Sforzarmi di tenere il conto anche di quelli sul dorso, immaginarli per riflesso. Ricomincio da capo. Se lei arriva faccio finta di dormire. Sono brava a recitare, meglio della volpe che era morta e poi con un balzo è fuggita via, lungo i filari di vite. La volpe l’ho vista, d’estate nel campo di zio Mauro. Zio Mauro ha un cane, ringhioso, per via che sta sempre alla catena. Secondo me una volta era buono. Poi è diventato cattivo e mio cugino, il figlio di zio Mauro, dice che lo picchia col manico della vanga. Non lui, ma il padre. E’ per questo che ora Kyro è arrabbiato con tutti. Vorrebbe mordere, azzannare, strappare le carni al suo padrone. Non può, è legato alla catena. Anche Kyro è capace di farsi tutto d’un pezzo, duro e fermo, immobile come una pietra. Poi mostra i denti. Diventa pure rigida, la volpe. Anch’io diventerò rigida. L’Ombra crederà che io sia morta, non viva che dormo, ma morta sul serio.

Le ombre sono stupide.

Se cade la neve, però non tornerà perché tutto si ferma. Sarà un’ombra bloccata per strada, nel traffico dalla neve bloccato. Poi viene il giorno, ma io sarò a scuola, a scambiare le figurine con Anna. Anna mi dice che ho delle occhiaie nere come sua nonna che soffre d’insonnia e le medicine per dormire non le vuole prendere. Sbadiglio. Più Anna parla e più mi viene sonno. Dice che sono solo incubi, raccontarlo a mamma così, poi, la sera mi tiene nel suo letto che ci posso allungare le gambe in orizzontale e non sentirne mai la fine. La mamma di Anna quando ha la febbre la tiene con sé e tutto corre via, fino al mattino, come se la notte non fosse mai esistita, nemmeno la febbre.

Come nei film d’amore che non vorresti finissero mai e non sai se è vero quello che ci sta dentro. Così racconta Anna.

Mamma dice che devo contare le pecore, ma a me non riesce. Conto i fiocchetti. Insiste nel dirmi che l’ombra esiste perché alla TV mi ostino a guardare i mostri d’acciaio, che hanno gambe lunghissime e voci stranite. Sempre parole di mamma.

Ma quelli non esistono, lo so. Mamma crede che io sia stupida.

Non io, l’Ombra sì.

Ieri la maestra mi ha fermato prima dell’uscita. Voleva sapere se ci sono dei problemi in casa. I suoi capelli non hanno più riccioli, li ha tagliati. Bello, quel taglio di capelli. Sorrido. Come la volpe quando è scappata via. E’ tutto un gioco da prestigiatori. Ho imparato.

Trentaquattro, trentacinque, …, trentasette. Niente cambia. L’anno scorso, per una notte, non ce l’ha fatta a rientrare a casa. La neve era venuta giù più o meno un metro. Le ruote del motorino non giravano. Ha avuto un passaggio il mattino dopo. Ero già sveglia, in cucina con mamma e papà. Tutti a casa per via del tempo. Come le belle famiglie.

Voglio guardare fuori dai vetri. Il cielo è scuro. Nemmeno un alone di luna. La strada sembra bianca, non sono sicura.

Torno nel letto. Avessi la febbre e avessi la mamma di Anna. Ora, che ora è?

E’ l’ora di avere coraggio, chiudere gli occhi e fingere di essere morta. Via. Da un’altra parte, che di parti il mondo è fitto e ci sono buchi in cui nascondersi, in ogni dove.

Dal fondo del corridoio, dinanzi alla camera, sento la sua presenza. E’ già dentro casa. Attraverso il muro mi arriva il respiro di mamma, vorrei che fosse qui, a guardare. Si avvicina, apre la porta, guarda nella stanza. Punta i suoi occhi sopra di me. Io fuggo. In tutti i posti dove è possibile sparire. Non lo sa, mentre si avvicina al mio letto, ma io non sono più qui, sono nel letto di mamma, dove tutto corre veloce fino al mattino. Sono via da tutta questa immobilità, qui c’è solo il mio corpo pesante dentro uno scafandro da palombaro. Vedo le sue gambe, non sono di metallo come i robot, hanno bluejeans consumati sulle ginocchia. Però, è vero che sono lunghissime. Si piega verso il mio viso. Ha un ghigno sarcastico, bisbiglia al mio orecchio, come tutte le sere quando rientra.

Di cosa parlerà? Che dica quello che vuole stasera. Posso fare tutto se voglio, anche volare.

Dormi, dormi che tanto stanotte ti faccio a pezzetti, ti metto in un sacco e poi ti do da mangiare a Kyro…

Non mi ricordo come mi chiamo. Sono una pietra. Non ho orecchie. Sono una volpe, bloccata nella sua scena di morte, sono un cane che sa che prima o poi arriverà l’occasione per azzannare al collo la bestia del padrone. Attende di vedere un mio cenno di terrore. Impedisco anche ai miei pori di sudare, mentre tutto dentro mi annega.

Al mostro non darò la mia paura. Ma esiste ed è come se la mangiassi tutta.

Mi ucciderà prima o dopo. Spero che nevichi sempre.

Che passino i mesi, gli anni, che il tempo voli come per Anna e poi libererò Kyro. Forse sarà ancora vivo.

*** * ***

Forse.

Mi piace tenere per me questo angolo della stanza. E’ il mio buco. Nessuno qui, a parte me.

Davanti alla finestra, seduta sulla poltrona che ha preso di me ogni forma. Vedo. Nel cielo le nuvole avvicendarsi, chiare in estate, cupe nella sera. Il tempo non è uno scherzo, ti mette al tappeto quando invece vorresti correre attraverso di lui.

Mio zio è morto, Kyro no. Lo hanno ceduto al canile perché mio cugino c’aveva da fare e non lo poteva tenere un cane rabbioso come quello. Mamma è rimasta a vivere con l’Ombra dopo che papà è morto. 

Il sonno verrà. Viene sempre a trovarmi. Puntuale come la donna che mi porge il bicchiere.

Ma ora, che ora è?

– Tieni Anna…, dice -è l’ora della pillola. Crede che Anna sia qui.

Anna non c’è più. Aveva i miei stessi capelli, scuri come quelli di papà. Se n’è andata il giorno in cui le ho detto che io non esistevo. Cioè, lei mi vedeva, ma io non ero me, quindi inutile che stesse lì.

Non voleva capire. Ho provato a spiegarle che ero partita per sempre.

E che era stata colpa della neve, quella sera non era caduta.

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