Come nasce un’amicizia

Serie: Un fascio per amico


Eriberto (non è il suo vero nome). Ma mi piace ricordarlo qui così, oltre che per privacy. L’ ho scelto inconsciamente il nome. Quello di un santo e vescovo del Chiablese, zona a me sconosciuta dell’Alta Savoia. Pensavo invece a quello di un guerriero.

No.

Non era un mio amico. Non nel senso proprio del termine, almeno. Difficile da spiegare.

Era stato un nemico. Sì, questo sì.

Un ‘nemico’ politico.

Difficile spiegare anche questo, soprattutto ai più giovani.

Per quelli della mia generazione, o giù di lì, forse un po’ meno.

L’ultima volta l’ho incontrato sul treno. Tre mesi fa circa.

-Dove vai?

-A Pietra. Al S. Corona a fare un controllo. Forse mi trattengono.

-E tu?

-Al lavoro come sempre.

-Tuo figlio?

-Studia. Al liceo,ma ne ha poca voglia. Comunque non è un ciuccio.

-E’ per il cuore?

-Sì, il dottore mi ha detto che devo sempre prendere…Tirofiban, Plavix ed altre porcate.

-E tu?

-Ma che se ne fotta… Dovrei anche seguire una dieta.

-Si vive una sola volta.Ti ricordi? Ne parlammo. La vita va vissuta fino all’ultimo.

-Non so se tu abbia ragione. Pensa comunque alla salute.

Poi uno stridio di freni. L’arrivo in stazione.

Eriberto si alzò. La sua figura alta ed allampanata sembrò tirare giù senza sforzo alcuno il pesante borsone dalla retina del portabagagli.

Mi strinse la mano con vigore.

Un ghigno frettoloso del viso. Non un sorriso. Come se una distanza alla fine fosse sempre rimasta.

-Ciao!

-Ciao!

Lo vidi andare via con quella sua andatura dinoccolata. Alto. Con i jeans un po’ fuori misura rivoltati all’orlo. Il giubbotto liso.

Sembrava un contadino, anche se viveva in città.

Benestante. Non si era mai sposato. Eternamente fidanzato con una “camerata” di un altro paese che noi tutti -ma lui per primo- chiamavamo il “mezzo metro cubo” a significarne la scarsa avvenenza.

Ormai viveva da solo in una grande villa padronale fuori città. Pensava alle sue piante ed ai suoi giardini. Del “mezzo metro cubo” non so. Non me ne ha mai più parlato.

Era un amico… atipico.

Ci sentivamo di rado. E neppure per le occasioni di rito. Odiava i telefonini. Di cinque anni più anziano di me ed era già “nonno” di una nipotina che trattava come se fosse sua figlia.

Scarsi o nulli invece i rapporti con gli altri parenti. Questioni di eredità e palanche come capita spesso qui in Liguria.

Ma mi fidavo di lui e dei suoi consigli. Più che di altri con cui avevo maggiore frequentazione.

Ricordo che quando mi separai mi disse subito:

-Che cazzone!

-Cosa?

-Ma sì… a sposarti.

-Che cazzo dici?

-Non ti ricordi davvero?

-Cosa?

-Me lo dicesti tu stesso una volta.

-Mai mettere il tuo cuore nelle mani di una donna. Mettici qualcos’ altro.

-…Cazzo è vero! Sono stato un incoerente!

-AhAhAh!

-AhAhAh!

E giù un pattone sulle spalle ,vicendevole, ed a far tintinnare i boccaloni di birra.

-Prosit!

-Prosit!

E qualche rutto. E giù altre risate…

Eriberto era milanese di una famiglia agiata.

Aveva fatto il militare nei parà a Pisa e poi da firmaiolo tre anni come AUC. Ufficiale di complemento.

Eppoi si era rotto il cazzo.

Era il tipo che sarebbe partito per la Corsica nella legione straniera o per il Tercio a Ceuta, Melilla o a Ronda. Non so bene.

Era un fascio-fascio.

Sanguigno, scevro di complimenti, saldo, semplice, acuto, intelligente, colto, verace.

Neppure uno di quei fighetti coi Rayban e le Clarks ed il bomberino come si usava allora.

Un fascio atipico. Come io ero un compagno atipico.

Per un po’ fece la gavetta nei Caramba. Anche per non deludere il padre, alto ufficiale dell’Arma. Qualche anno. Ma poi anche lì se ne fece due marroni. Troppa burocrazia, troppe carte e minchiate di ordini e signorsì e signornò.

Un fascio-anarchico, allora.

Aprì poi con i danè di papà un’ agenzia d’ investigazioni a Milano.

Ma non era il tipo. A seguire le ‘sciure’ dell’ alta e media borghesia milanese e le loro corna… Storia che gli sembrava quasi d’essere un pappone.

Ed alla fin fine era uno che poi si faceva comunque i cazzi suoi. Troppo poco tagliato per quel mestiere.

Ed ai soldi non badava. Non ne aveva bisogno.

Si ritirò a fare il contadino su nell’ entroterra.

Con il motorino ,se mi andava, qualche volta passavo a trovarlo nel suo villone, alla fine della piana.

Era d’obbligo scherzoso ,appena entravo, accarezzare la pelata del “crapùn” messo sempre in bella vista su un canterano all’ingresso dell’ umile salottino.

La pulizia e l’ordine non erano il suo forte, anche se aveva qualche badante che rassettava il tutto. Ma non ci facevo troppo caso.

Libri di Evola, Plebe, Celine, Darrè, Jesi, Frazer,Schmitt, Swedenborg,Heidegger,Stirner,Nietzsche,Steiner. Un’accozzaglia di testi di cui ci capiva molto,ma a volte niente- secondo me.

Ma anche letteratura inglese e nordamericana.

Soprattutto “i suoi cari” -come li chiamava. La saga di Tolkien in originale quando in quegli anni era ancora un autore all’indice.

Un viaggio in Argentina all’epoca di Videla. Almeno così mi raccontò,in seguito.

Testi esoterici. Alcuni incunaboli del Cinquecento. Ne parlavamo appassionatamente.

* * * * * *

Pur vivendo in città vicine ci frequentavamo di rado.

Ma grosso modo conoscenti comuni ci ragguagliavano sulle nostre vicende personali.

Difficile dire come nasca un’amicizia.

La nostra nacque in un campo di battaglia.

Non è retorica definirlo cosi.

Ed in una città distante dalle nostre rispettive residenze.

Un comizio del Sen. Di Crollalanza nella Città delle Palme.

I camerati avevano organizzato un comizio-convegno in un hotel locale.

Tutta la sinistra estrema del Ponente si era data appuntamento lì in quel giorno di primavera. 1975. Elezioni amministrative.

18 anni io. Lui 23.

Ottocento o mille “rossi” da una parte.

Centocinquanta o duecento dei loro.

La piccola città blindata. Serrande abbassate. Coprifuoco.

Reparti della Celere schierati nella piazza centrale.

Paura. Tanti agenti in borghese dell’ Ufficio politico (poi Digos) in giro.

Sguardi torvi e bassi.

Sparuti turisti in giro.

Cori rabbiosi dal basso. Bottiglie, sedie e suppellettili giù dalle finestre. I primi feriti.

Scesero giù in una cinquantina. I più esagitati e coraggiosi. Mentre l’anziano senatore guadagnava l’uscita di servizio protetto dalla scorta.

Eriberto era fra i primi.

Alto, imponente, robusto con due mustacchi austroungarici.

Il ritratto del buon Ceccobeppe da giovane.

Cominciò a menare cazzotti a destra e a manca per far largo ai “seniores”, leaderini del partito che dovevano uscire.

Me lo trovai di fronte.

Ho letto poi spesso nei testi di storia antica di come non si abbia contezza, ancora oggi, di cosa fosse uno scontro “oplitico” nelle prime linee.

Non ci sono mai stati riferimenti di storici e di testimoni diretti. Descrizioni dell’insieme delle battaglie, sì.

I tempi sono cambiati, pure le armi, ma l’atmosfera psicologica è rimasta -credo- la stessa.

Ricordo le raccomandazioni che davano i più “vecchi”: guardare gli occhi e le mani subito, a scrutare eventuali coltelli o tirapugni.

Colpire per primi, non cadere a terra e ,se feriti, coprirsi in posizione fetale e ripararsi la testa con le braccia.

Mi guardò cupo con le sue folte sopracciglia inarcate.

Colpire per primo. Subito.

Andai giù di testa.

Eriberto intuì e si schivò, ma una manata di qualche altro lo colpì al naso. Sangue.

Mi girai e lo vidi a terra. In quel mentre ricevetti un fortissimo calcio allo sterno.

Non era lui, ma qualcuno di quelli a lui più vicini.

Mi si mozzò il respiro.

Eppoi il lampeggiare delle sirene, la nebbia dei lacrimogeni che si alzava, gli elmetti blu della Celere che brandivano manganellate.

I fasci sfilarono via dall’ hotel.

Io mi ritirai con altri trattenendo il respiro per il dolore.

Intanto in stazione dai treni erano scesi altri compagni. Si formò un nuovo corteo.

La sede missina venne assaltata ed andò a fuoco.

Altre cariche. La città in balia dei facinorosi per ore.

Un quadretto di guerriglia urbana. Affatto comune per quella località e per quei pochi turisti disorientati.

* * * * * *

Passavano gli anni, intanto. Si cresceva almeno anagraficamente. Ci si vedeva spesso sul treno. Studiavamo a Genova, ma in facoltà diverse, per fortuna.

Per un po’ di tempo l’avevo poi perso di vista. Credo che fosse andato in Piemonte a completare gli studi od a fare il prefetto-convittore in qualche collegio. Non me lo disse mai chiaramente.

Dopo tutte le sue peripezie si era ririrato a fare il coltivatore -come vi ho detto- ed aveva un amico a cui passava le piante da vendere.

Ogni mercoledì si teneva e si tiene il mercatino settimanale ed Eriberto con il suo furgone arrivava a scaricare vasi e palmette e gerbere.

A volte l’ amico gli chiedeva di rimanere e di aiutarlo o forse alla fine avevano costituito una specie di società, non lo so.

Fatto si è che lo incontravo spesso.

Essì. Mio malgrado. Forse suo malgrado.

Serie: Un fascio per amico


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