Con la notte.

(Asia glielo aveva detto, una sera, davanti alla TV. Mirko aveva riso).

In lontananza vedeva correre gli ultimi autobus.

I riflessi della luna si appoggiavano sulle pozzanghere mentre il freddo voleva infilarsi sotto al cappotto, ad ogni costo.  Alla fermata del tram vide un gatto passare, si strusciò all’orlo dei suoi pantaloni e fuggì via. Pareva che le case avessero occhi e che volessero spiare nei pensieri che un uomo diceva solo a se stesso. Uno dei pensieri di Mirko era come fare a rimanere in questo mondo senza Asia.

Il male se l’era portata via, quello che arriva veloce come un ratto, silenzioso, traditore che non ti puoi difendere. Asia glielo aveva detto, una sera, davanti alla TV, l’amore è amore. Non si poteva spiegare a parole cos’era. 

In quella occasione lui aveva riso. Poi, negli ultimi giorni, quando ormai aveva capito e il suo corpo cedeva, tirava un respiro e diceva Ci vuole coraggio! Quelle volte Mirko era serio.

Tre settimane dopo il corpo era stato compresso dentro metri cubi di terra.  Sotto la pensilina nr.17, Mirko vide il cielo schiarirsi. L’alba sarebbe arrivata da lì a breve, un giorno qualunque, senza niente di nuovo, a dirgli ancora una volta che non era vera la storia che solo i vivi potevano amare. Asia lo amava anche da morta.

La sentiva addosso. Attraversò i due quartieri che lo separavano dal suo e, prima che l’autobus semideserto, fermasse la corsa al capolinea vide l’insegna del bar “Varenne” accesa. Le facce del Sega e di Bobby lo salutarono con un cenno. Dinanzi alla vetrata con il cartello open Mirko si fermò. Scese. Bobby gli sorrise.

Bobby era un amico. Lo era sempre stato. Il Sega era nuovo. Si era aggiunto da poco al gruppo, si tirava dietro l’aria di chi con la vita ci gioca a rubamazzo perché tanto era una partita persa in partenza. Mirko si ricordava bene quella volta che per scommessa il Sega aveva camminato per venti metri sul parapetto del Ponte all’Indiano. Era presente anche Asia che gli aveva stretto forte la mano, urlandogli “quello s’ammazza!”. Invece era lì, seduto al tavolino, con il boccale di birra in mano, alle sei del mattino.

Lo invitarono a entrare. Bobby puntò lo sguardo su suoi stivali, abbassando gli occhi. Un modo per tenere sotto controllo l’imbarazzo. Era la prima volta che si rivedevano da quando Asia non c’era più. Mirko apprezzò quel gesto. Il Sega, invece, non aveva rispetto per nessuno.

«Oh Mirko, che hai fatto le ore piccole stanotte?»

Il bicchiere di Mirko iniziò a traballare sul tavolo, era spinto su e giù dal suo ginocchio che non ne voleva sapere di stare fermo.

«Dai, prendi un altro bicchiere da bere,» proseguì «che offro io e ti levi di dosso quella faccia da funerale».

Mirko non rispose. Avrebbe voluto, ma gli mancavano le forze. Erano giorni che cercava di centellinarle come le ultime briciole di pane per un affamato.

«Lascialo in pace!» intervenne Bobby. Il Sega alzò le spalle come a dire chi se ne frega.

La sagoma del tram 17, passò dinanzi alla vetrata del bar. La sua era una corsa all’indietro. 

Mirko fece per alzarsi, voleva congedarsi e rientrare a casa, infilarsi nel portone di casa, sprofondare nelle coperte e sperare che Asia venisse a trovarlo in sogno. Da quando era accaduto che lei gli aveva sorriso nel letto di un ospedale e poi si era voltata a guardare il muro, Mirko aveva invertito il ritmo veglia sonno. La notte teneva gli occhi sgranati, il giorno, quando il sole, rendeva la gente viva, lui desiderava morire e si rintanava nella camera come in una tana. Il Sega lo trattenne per il braccio.  «Facciamo una scommessa?»

Aveva la faccia di uno che non aveva fatto un cazzo da settimane, se non bere e ciondolare sulle spalle degli altri.

«Sarebbe a dire?» bofonchiò Bobby.

Il Sega si tirò su dalla sedia, iniziò a muovere le gambe, frenetiche, pareva avessero vita propria anziché stare attaccate al busto.

«Sarebbe a dire che quando arriva mezzanotte ci troviamo alla stazione di Fossi, non dentro però, eh…».

Bobby scosse il capo e Mirko cercò di muovere un passo in avanti a guadagnarsi l’uscita dal bar.

«…fuori! Ci troviamo fuori, lungo i binari, tra i campi del S. Raffaele. Niente pile; niente luce del telefonino. Ridosso al muro, tra le sterpaglie e quando fila in uscita il treno si fa a chi salta per primo il binario».

«Tutto qui?» chiese Mirko.

 «Sì, ma bendati. Saltiamo bendati e tutti e tre insieme. Ce l’avete il coraggio? Chi perde, perde, nel senso che ha perso sul serio e resta appiccicato alle verghe del treno. Chi vince, vince che può continuare a respirare. Il coraggio io ce l’ho. Voi due?».

Bobby guardò Mirko e gli fece cenno col capo di uscire dal bar, dissentiva da quella proposta. Il Sega si era bevuto il cervello e quando stava così era meglio lasciarlo in pace. Dalla sfida verbale, sarebbe passato alla sfida fisica nel giro di pochi minuti. Bobby e Mirko varcarono la soglia d’ingresso del bar, e quello prese a gridargli dietro che erano due cannoli alla crema.

Mirko, si voltò: «Ci vediamo a mezzanotte Sega e vedi di non tardare!»

Bobby restò sulla soglia, scuotendo la testa. 

Mirko si diresse al portone di casa, in cerca del materasso e del sonno che lo avrebbe condotto tra le braccia di Asia. Aveva ragione Asia, l’amore è amore e non te ne puoi liberare, nemmeno se muori.

Il giorno si era fatto avanti. Come tutti gli altri giorni. Mirko aveva dormito fino alle sei del pomeriggio. Si era svegliato con la pace nel cuore. Il conto alla rovescia delle ore lo portava sempre più vicino al momento in cui si immaginava un muso d’acciaio ad alta velocità venirgli incontro. Sperava fosse rapido il più possibile. Cercava di capire quanto ci sarebbe voluto per rivedere Asia. Sottili brividi di piacere si insinuarono nei peli delle braccia procurandogli una tensione fisica di appagamento. 

La notte calò. 

Mirko si domandò come avesse fatto a camminare così tanto senza accorgersene, aveva macinato chilometri da casa fino alla stazione, eppure non ricordava neppure di averli fatti, provò quasi un senso di stupore nel constatare di non sentire la fatica.

Bobby stava appoggiato al muretto di recinzione che separava i binari dal quartiere S. Raffaele, aveva le mani in tasca ed era già in compagnia del Sega che pareva un ballerino acrobatico, saltellava di qua e di là, tra i ciuffi d’erba e la via ferroviaria; si poteva vedere anche da quella distanza che era impaziente di giocarsi la sfida. 

Quando vide Mirko esclamò: «Metti questa, fifone».

Gli porse una sciarpa, scura, un’altra a Bobby, la terza l’aveva già messa per sé intorno al collo. 

Una ventata d’aria sollevò la polvere e gli mosse i vestiti. 

Dalla curva i fari luminosi del treno forarono il buio. «Pronti a saltare?» chiese. 

Bobby tirò un passo indietro. Mirko mosse il suo in avanti. 

Si strinsero le sciarpe sugli occhi fino a che non fu più possibile distinguere nulla. 

Il fischio del treno inondò l’aria come una sirena e capirono che era quello il momento di saltare.

In fila, uno di fianco all’altro, Bobby sentì i muscoli indurirsi e avvertì il grido del Sega che intimava l’Avanti!

Lo spostamento d’aria fece scivolare dagli occhi la sciarpa di Mirko nel momento esatto in cui le sue gambe si erano staccate dal terreno e volavano oltre i binari. Il treno gli rasentò la schiena tesa in un movimento verso l’alto.

Passò come un lampo, in una frazione di secondo, separandolo dal resto del mondo. 

Da Bobby e il Sega, che erano rimasti lì, incollati dall’altra parte delle traversine d’acciaio.

Non si erano mossi. Li perse per degli attimi lunghissimi, fino a che il treno sfrecciò oltre loro.

Lasciandoli vivi. Con la notte.

Ognuno col proprio coraggio.

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Discussioni

  1. Solo chi non ha più nulla da perdere sfida la morte. Mi è piaciuto come hai rappresentato il lutto di Mirko, il descriverlo come se si muovesse immerso in una nebbia apparentemente privo di stimoli; con l’unico desiderio di immergersi nel sogno. Quel “Ognuno col proprio coraggio” racchiude un mondo: vivere ne richiede molto

    1. Mi trovi d’accordo, Micol. Mirko è l’unico dei tre a saltare oltre il binario, non ha più niente da perdere come dici tu, la sorte lo lascia in vita, perché forse nel suo caso per vivere occorre coraggio senza Asia.

    1. Non so mai dove vado a finire, in pratica il racconto si costruisce da solo. Mi fa piacere che tu abbia letto. Sono molto contenta di essere riuscita a trasmetterlo così come l’ho pensato. Grazie, Ale.

  2. Insieme ai racconti ‘balistici’, ho brevettato i “Kurzschluss”, quelli in cui la razionalità viene cortocircuitata a favore dell’emozione. Avvertiti.

    Brividi diffusi, nel finale concentrati sulla schiena. Di quelli particolari che, se riuscite a spiegare, siete da Nobel.

    In questo piccolo gioiello c’è arte. Intesa come mestiere del vero scrittore. Ma, e questo ma è grande come una casa, si avverte tanta vita dietro. Ma quanta…
    Un’immagine su tutti: gli aveva sorriso nel letto di un ospedale e poi si era voltata a guardare il muro.
    Una frase su tutti: Asia lo amava anche da morta.
    L’amore, la vita e la morte, un triangolo eterno. Questo è il recinto in cui si muove il racconto, che sembra andare all’indietro. Asia non c’è e Mirko non desidera più procedere: vuole cambiare il corso del Tempo. Il treno l’lo riporterà da lei: omnia vincit amor.
    Impeccabile stile, sintassi, costruzione. Colpo di scena finale da mozzare il fiato, non per chi va, ma per coloro che restano.
    Splendida creazione, ricca di significato e sentimento. Chapeau+applauso, da parte mia.

    1. Grazie, Roberto. Sono felice se la storia ti è piaciuta. Ho sempre il timore che qualcosa rimanga nella mia testa, dato che non sono brava ad utilizzare le scalette. Ho il timore di non esplicitare nel rigo, creando vuoti. Del tuo commento non so che dire, se non grazie per la tua attenta lettura e per aver condiviso le emozioni nate dal leggere il brano. Mi sento di avere molto da imparare e anche per me è importante capire se quello che scrivo ha un senso oppure no.