
Credo che in Giappone
Serie: Cuori Solitari
- Episodio 1: Credo che in Giappone
- Episodio 2: Parlando con la Luna
- Episodio 3: Lonely Hearts
- Episodio 4: L’Alba
- Episodio 5: L’insostenibile pesantezza dell’etere
- Episodio 6: Segno di Pace
- Episodio 7: Mangiafuoco
- Episodio 8: Le Parole Perdute
- Episodio 9: Inverno Nucleare
- Episodio 10: Il ragazzo di Sabri
STAGIONE 1
Credo che in Giappone troverò la strada. La luce, il respiro… forse, un tesoro. Proprio laggiù, dove sorge il Sole.
Non fu colpa mia. Si trattò di un caso se, quella sera, dovetti sostituire Vincenzo. Provai perfino a protestare ma non convinsi nessuno, nemmeno me stesso: tutto inutile, come gran parte della mia vita.
Le due giunsero puntuali. L’inchino che fecero, in segno di saluto, mi sorprese non poco. Il primo tentativo di comunicazione fu in inglese e l’effetto risultò alquanto bizzarro: sul delizioso capo della turista vidi comparire un fumetto da cui mia madre, ancora giovane, tuonava i suoi moniti sull’importanza di parlare una lingua straniera.
Scrollai il capo, sperando che nella terra del Sol Levante significasse ciò che intendevo io. La più alta delle due prese allora un libricino colorato e, dopo aver controllato qualcosa, partì in un italiano appena riconoscibile:
-…Incenso?
Restai interdetto. E come glielo spiegavo che Vincenzo si era dato alla grande, millantando problemi familiari mentre, proprio in quel preciso istante, stava cantando a squarciagola l’inno della “Magica”? Decisi così per un prudente:
-Sì, sono io…
Da subito mi resi conto che quelle poche parole avevano creato un ponte solido come la roccia: la genuinità giapponese si era affidata al genio italiano, capace di risolvere ogni problema.
Dopo una decina di reciproci inchini fummo in auto. Osservai le due nello specchietto, sullo sfondo della Stazione Termini, in attesa di istruzioni. Visi dolci, capelli lisci, occhi dal taglio incantevole… così diverse da quella buzzicona di Patty che non aveva sorriso neanche davanti al bracciale d’oro e pietre, il mio più bel regalo. Comprato a rate.
-Oma… oma!
Guardai dubbioso l’altra, che aveva appena parlato. Sfilando il libricino dalle mani dell’amica mi mostrò la copertina: sotto gli idiomi asiatici c’era, per fortuna, un facile “Guide to Rome”.
Roma! Volevano essere spupazzate in giro: ma davvero ci voleva una laurea per capirlo?
Partii delicatamente, come non facevo mai. Il tempo prometteva pioggia e le prime gocce non tardarono a scendere lungo il parabrezza. Mi voltai stringendomi nelle spalle, senza mettere troppo in risalto quel mio naso che un quarto sarebbe bastato. Loro mi dissero parole incomprensibili, poi confabularono intimamente qualcosa e risero, mentre mi guardavano nel riflesso.
Quant’è bella Roma quando piove. Una volta, Topogì mi ha raccontato di una canzone famosa che sarebbe stata ispirata dall’asfalto lucido della Capitale durante un acquazzone notturno. Ed è vero, se non hai visto le vie lastricate di sanpietrini scivolosi, luccicanti sotto la luce delle lanterne, non puoi sapere.
Le due si stavano divertendo. Me ne rendevo conto dai sorrisi, da come osservavano incantate le strade vuote, i telefonini continuamente spostati da un lato all’altro a riprendere questo monumento o quella dimora.
Prima Cupolone e Gianicolo. Poi, passato il Faro tornammo su Castel Sant’Angelo. Lasciato alle spalle il Palazzaccio, proseguimmo decisi verso Piazza di Trevi. Lì mi superai: le feci scendere per due foto, una di fronte alla maestosa fontana e l’altra davanti all’Asso di Coppe. Quando tirai alle spalle una monetina loro mi imitarono: ridemmo di cuore senza capire perché.
Continuammo il giro per tornare infine verso il Campidoglio. Una volta sulla grande piazza, dovetti ammettere a me stesso che la Macchina da Scrivere, vista in piena notte, spacca davvero!
La verità era che quelle due avrebbero fatto addolcire un orco. Ero felice di stare con loro. Pensavo che quando glielo avrei raccontato, Topogì non ci avrebbe creduto. Del resto, lui con le donne non ci ha mai saputo fare. E come dargli torto? Madre Natura non è stata generosa con lui: un corpicino esile, gli arti corti e la dentatura prominente. In omen pronomen.
Però quando quella stronza di Patty l’ho beccata col Pannocchia, Topogì è stato l’unico a starmi vicino. Quella sera mi ha fatto dormire a casa sua e il giorno dopo siamo stati sempre in giro. Ancora oggi glielo dico che mi ha salvato la vita, ma lui sostiene che esagero.
Chissà.
A un certo punto, le ospiti mi fecero un gesto con la testa: sembrava un ringraziamento. Quelle due adorabili creature mi avevano ormai conquistato, altrimenti non sarei stato folgorato all’istante da una pazza idea. Presi il telefonino:
– Duca, ci sei? Sono Marcello. Avrei bisogno di… … sì, a quest’ora. Me lo devi: quante volte ti ho scorrazzato in giro? Tranquillo, basterà un quarto d’ora, giusto qualche scatto.
Il Duca, che faceva il guardiano notturno, non poté rifiutare. Aprì i lucchetti della parte archeologica e le due restarono di sasso. Ancora mi chiedo chi, oltre a loro, potrà mai vantarsi di aver scattato delle foto solitarie a quell’ora, davanti ai marmi imperiali, in una Roma buia e piovigginosa.
Uscendo, il mio amico mi salutò con la sua voce rauca, soddisfatto di essersela cavata a buon mercato:
-A Ciafro’, prima o poi me lo devi da fa sapè che vor dì sto’ NCC…
-A Dù, sempre a sfottere!
Una volta in auto, restammo in silenzio per un minuto buono. L’emozione era palpabile e io mi sentivo fiero di me: avevo l’impressione di camminare sulle nuvole.
Le due si guardarono. Dopo un gesto d’intesa, una parlò:
-Incenso, cauonaa?
Pur con tutta la buona volontà, non riuscii a comprendere. Lei allora mi mostrò una immagine nel libricino e quasi zompai sul sedile: erano dei tonnarelli fumanti.
-E dove ve la trovo una carbonara alle tre di mattina?
Dissi questo mostrando la piazza intorno, dove non c’era più un locale aperto.
Lei sfogliò in fondo a tutto fino a trovare la parola giusta:
-Asa. Asa!
Mi stavano chiedendo di portarle a casa. Un pizzicotto non bastò a svegliarmi… era tutto vero. Riuscivo a vedere da lì la statua di San Pietro in cima alla Colonna Traiana e mi scappò un ‘grazie’, forse poco opportuno ma sincero come pochi.
In una ventina di minuti fummo da me. Per fortuna il portiere, in cambio di una cinquantina al mese, mi faceva lasciare la macchina davanti al suo garage altrimenti avremmo fatto giorno a cercare un parcheggio.
Prima di aprire la porta provai un attimo di paura… casa mia non era certo una villa. Ma loro possedevano una tale grazia, una così grande finezza che con i loro modi avrebbero potuto ammantare di bellezza pure le vie di Trastevere dopo la movida.
Avevo ragione: non furono che risate e momenti di vera spensieratezza. Non so in che modo, ma riuscivamo a capirci. E poi quella era davvero la notte dei miracoli, perché io una carbonara così non l’avevo mai preparata. Per fortuna tenevo due bottiglie buone dei Castelli che mia madre mi aveva dato da conservare per ‘la grande occasione’. Al terzo bicchiere mamma mi comparve di nuovo nella nuvola, sorridente. Compresi di aver fatto la cosa giusta e in cuor mio la ringraziai.
Quando riaprii gli occhi, le due stavano abbracciate a me, nude, sul lettone. Ancora dormivano e ne approfittai per ammirare la bellezza dei loro volti perfetti. Quelle labbra sembravano fiori di ciliegio, mentre la pelle aveva la sofficità della seta pura. E i piedi, buon Dio che piedi perfetti! Non potei far a meno di baciarli prima di alzarmi a preparare il caffè.
Appena la bevanda scura iniziò a uscire le sentii muoversi, forse destate dall’aroma irresistibile. Grazie all’ennesimo colpo di genio italico, mi venne in mente di utilizzare come vassoio la scatola vuota di una pizza della sera precedente. Vi posai, oltre alle due tazzine fumanti, i pochi fiori striminziti che boccheggiavano da qualche giorno sul davanzale e, dopo aver dato un ultimo sguardo a quei corpi perfetti, mi sedetti sul bordo del letto. Le due, sorridenti, si misero sedute sul materasso ed entrambe mi baciarono sul collo nello stesso istante:
-Coffee?
-No: caffè! C-a-f-f-è.
Poi ci alzammo e, abbracciati davanti alla finestra spalancata, immaginammo il sorgere del sole al di là della palazzina di fronte.
Una mi disse:
-Incenso, Nihon!
e io compresi: il cuore parla una lingua universale.
Così, mentre le due si facevano una doccia, presi il telefono e composi il numero:
-A Topogì, ma c’hai ancora quell’amico in Prefettura?
-Marcè, chiami alle sette di mattina per questo? Sì, ce l’ho. Che è successo?
-Facciamoci preparare i passaporti. Molliamo tutto e ce ne andiamo in Giappone.
-Ciafro’, hai bevuto per caso?
-Mai stato così serio. Fidati di me.
-Che fregnacce vai dicendo? Perché dovremmo andare laggiù?
-Topogì… perché ti voglio bene.
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- Episodio 2: Parlando con la Luna
- Episodio 3: Lonely Hearts
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Che gioia Robért, averti incrociato! Sono incantato dal tuo scrivere, davvero. E non ti dico altro. Bello, fresco, dolce e gratificante. Grazie!
Grazie Giuseppe. Questo è stato il mio pezzo d’ingresso qui, intriso di una improvvisa nostalgia della Roma che bisogna faticare a ritrovare. E del mio incondizionato amore per il Giappone.
Anche l’esotico Sol Levante qui sembra un “moccoletto” immerso nella luce di Roma. Il lato sobrio della Grande Bellezza ed un delizioso affresco di Grand Tour 2.0
Figo!
Ah ah… grazie. Un complimento sincero ed espresso nello stile Bandannas.
Apprezzo tanto.
Che bello…ospitalità, amore, cibo e tanta genuinità nel tuo racconto. Continuerò a leggere il prossimo episodio. 🙂 Complimenti 🙂
Grazie, soprattutto per la ‘genuinità’. Sì, devo dire che ci ho messo un pò il cuore in questa prima uscita, ma sentirselo dire è un’altra cosa.
Piccolo aggiornamento: la mia consulente musicale del cuore ha scovato, nelle sue infinite ricerche, questa clip dei Matia Bazar. Un vero gioiello, mi sembra.
Per i romani, mi sembra di scorgere lo Stadio dei Marmi (ma era davvero così?) con uno dei riflettori del vecchio stadio Olimpico, il Parco degli Acquedotti e i palazzoni di Via delle Vigne Nuove, gli stessi del celebre “palo della morte” del primo film di Verdone.
Buongiorno Robért… da grande appassionata della cultura del Sol Levante quale sono, non ho potuto che rimanere incuriosita dal titolo di questo episodio, che ho letto con grande interesse scientifico.
Per qualche motivo particolare mi è sembrato di essere a bordo della tua macchina, mentre “spupazzavi” le due turiste giapponesi in giro per la Città Eterna.
Apprezzo il modo disinvolto in cui racconti Roma, la tua capacità di “entrarci dentro” (e qui mi scappa una risatina), attraversarla anche simbolicamente e trasmetterne un senso di grande familiarità: ben espresso in alcuni passaggi, ad esempio quando citi “la Magica” o popoli il tuo mondo di personaggi eucarioti come Topogì e IL Pannocchia.
Al contempo mi affascina questa curiosità nei confronti del diverso da sè, l’attenzione particolare nello sguardo che guarda il riflesso nello specchietto retrovisore, come alla ricerca di un punto d’incontro che poi “arriva” o meglio “viene fuori” successivamente, ma forse in maniera un po’ troppo affrettata ed autoconclusiva.
Singolare la scelta del cartone della pizza con qualche fiore morente per portare il caffè a letto, quasi una contrapposizione tra una certa grettezza e una dolcezza recondita ed appassita.
Continuerò a leggerti con piacere per capire l’evolversi di questa bizzarra situazione.
Grazie del bel commento, articolato, attento. Mi fa davvero piacere.
Dire che sono affascinato dal Giappone non trasmetterà mai il “quanto”. Ho avuto la fortuna, nella mia vita, di conoscere delle/dei giapponesi doc, studiare con loro, averli ospiti ed essere ospitato.
Non è un caso se ricorrono nei miei scritti continui accenni al paese del Sol Levante. Per me, resta una Terra Promessa, con tutta l’amarezza del finale che già conosciamo.
Sì confermo, il numero di parole portato al limite ti dice come abbia purtroppo dovuto ridurre e concludere un testo più lungo. Confido comunque di aver mantenuto fede al messaggio che volevo far passare e, dalle belle considerazioni che hai formulato, mi sembra proprio di sì. Bello anche rilevare come sia visibile l’amore per questa città che, troppo spesso, mi sembra di subire.
La serie è concepita per episodi scollegati, il cui nesso di fondo sta nello status dei cuori solitari: status che garantisce la disponibilità di abbondante materiale.
Ciao Robert! Ho appena iniziato a leggere e mi sono ritrovato per le strade di Roma, sentivo anche il traffico e il mormorio dei passanti. È bello riuscire a far visualizzare le emozioni e gli aromi con delle belle parole. Le tue mostrano e ammiccano e persino il caffè era buono. Non ricordo dove ho lasciato il cartone della pizza… A proposito era una Cinque Formaggi?
Fantastico. Corro a leggere il secondo episodio.
Ti ringrazio per queste belle parole. Al di là di tutto, è un vero piacere sapere di aver trasmesso le proprie emozioni in un mondo in cui la parola “condivisione” ha perso ogni senso reale.
Grato per questo apprezzamento.
Ciao Robèrt. Ho letto veramente con piacere questo tuo racconto originale e curioso, scritto molto bene. Parte in una direzione e poi svolta verso ciò che il lettore si aspetta. Hai la capacità di mostrare molto senza appesantire la narrazione. Così che la mia fantasia di lettrice possa galoppare liberamente e immaginare mentre sono immersa nella lettura. Questo è un dono che non tutti possiedono. Interessante la sottile ironia che fa da filo al racconto e coinvolgenti i siparietti erotici. Mi piace molto il protagonista, tassista improvvisato e un po’ ‘scalcagnato’. Perché non promuoverlo regalandogli una serie di avventure in quella Roma che è sempre bella, anche sotto la pioggia?
Ogni commento è benvenuto, non fosse altro che per il tempo dedicato. Doveroso grazie.
In questo piccolo testo ci ho messo il cuore: non a caso c’è la mia Roma. C’è pure “la Magica”, per i più attenti.
Sì, certamente l’ironia è stata lo strumento indispensabile per rendere il tutto più leggero. Ma voglio credere che si scorga qualcosa di molto più serio, profondo… perfino intimo. Per esempio il “siparietto”, come tu lo hai simpaticamente definito, ha un valore estremamente forte nella narrazione. Non è stato messo lì a caso.
La mia consulente musicale, mia carissima amica appassionata di musica, ha voluto che io, per nulla patito delle note, facessi un cenno a un celebre pezzo dei Matia Bazar. Inserirlo però è stato complicato, intendo il link video.
Mi dispiace ma nessuna serie, Marcello si è trasferito in Giappone dove ha realizzato il suo sogno.
Su segnalazione di un lettore, di seguito alcuni termini usati in gergo:
il Faro = Faro del Gianicolo
il Palazzaccio = Palazzo di Giustizia
L’Asso di Coppe = cercate foto con riferimento a Fontana di Trevi
la Macchina da Scrivere = Vittoriano a Piazza Venezia
È una storia scritta molto bene, di piacevole lettura. Lo stile è ricercato ma scorrevole. In questo racconto hai mischiato tenerezza e amicizia (ho apprezzato molto il finale che si lega al ‘debito di riconoscenza’ verso l’amico) con un pizzico di erotismo. A questo mix aggiungi un paio di citazioni musicali (ho riconosciuto almeno Venditti e Dalla) e il risultato è notevole.
Un appunto e una domanda:
1) capisco l’intenzione di citare i monumenti con il soprannome che gli hanno dato i romani, ma ho fatto una fatica boia a seguire l’itinerario… abbiate pietà di chi non è di Roma! 😀
2) Perché l’NCC ha bisogno di un sostituto? Coma funziona in Italia?
Ti ringrazio dell’apprezzamento.
Inizio dall’osservazione sull’NCC: mi risulta che, peraltro proprio nelle grandi città, ci siano diverse compagnie che svolgono questo servizio, con un team di auto proprie e autisti dipendenti. In definitiva è un piccolo artificio narrativo per creare la situazione iniziale e nulla più.
Ma la domanda è opportuna, i lettori meritano il massimo scrupolo.
Giungo al secondo punto, non so se dolente o meno. In verità ci ho pensato su un bel po’ prima di andare avanti così e ho provato a inserire una legenda per spiegare i termini più ostici. Poi ho valutato che lasciare al lettore la ricerca, pur esponendomi alla giusta tua critica, concede due vantaggi notevoli: non spezza la lettura e fornisce il pretesto per una ricerca che si allarga a ventaglio, con la possibilità di scoprire ulteriori aspetti poco noti.
Grande soddisfazione mi ha dato il tuo accenno all’importanza dell’amicizia fraterna, uno dei perni su cui ho poggiato la piccola storia.
Ti rispondo ulteriormente soprattutto per il secondo punto, perché è proprio quello che ho fatto. Sono andato a cercare a uno a uno i termini che hai usato man mano che leggevo il racconto. Quindi, se questo era uno dei tuoi obiettivi, con me hai fatto centro.
Sugli NCC ho chiesto davvero per ignoranza, perché vivo all’estero e non conosco il meccanismo. Mi è capitato alcuni mesi fa a Roma di provare a chiamarne uno con la App di Uber ma ho dedotto che non funziona alla stessa maniera e alla fine ho chiamato un taxi 🙂
Grazie di questo giro per Roma (città di cui sono profondamente innamorato nonostante io sia un incrocio tosco-napoletano) accompagnato da una storia simpatica che non scade in un erotismo vuoto e banale ma contribuisce ad un’atmosfera di calore e dolcezza rari da trovare!
Apprezzo molto questa interpretazione della chiusura che ho sviluppato per questa mia prima pubblicazione qui.
L’amore per questa città emerge, nonostante sia difficile conviverci ogni giorno. Roma e i romani sono come quei coniugi che litigano ogni giorno ma non si lasciano mai.
Confido che i pochi termini dialettali siano comprensibili, ho preferito lasciarli così.
Grazie della lettura.
Sì sono assolutamente comprensibili o almeno lo sono per me che sono un po’ “predisposto” in quanto ho avuto amici romani per una vita e, da innamorato della città, ho sempre ascoltato molta musica romana e visto film o serie in cui veniva parlato.
Mi ritrovo molto anche nel discorso che fai su Roma e i romani perché da filo napoletano ho provato spesso questo stesso sentimento.
E il bello è che il mio nome è…