
Deep Down the Forest
Armando, un boy scout della squadriglia dei “Cinghiali Randagi” si è perso nel bosco di notte durante un rito d’iniziazione. Rito per accedere alla Quarta Tappa, che mamma Filomena gli avrebbe poi cucito sulla camicia altezza spalla insieme alle altre tre tappe ed ai vari trofei conquistati negli anni di Branco. La torcia dello smartphone ha fatto esaurire presto la batteria del dispositivo. Il Giovane Esploratore comincia a piagnucolare rannicchiandosi in posizione fetale sotto un faggio secolare. Nel placido tepore di una notte di mezza estate da trascorrere all’addiaccio Armando alle prime ore dell’alba, dopo aver esaurito il suo frignare, si addormenta esausto.
Armando si sveglia con un sobbalzo, la testa che gli batte come una grancassa scassata di una banda di parkinsoniani.
Si ritrova in una tenda sconosciuta, circondato da volti sorridenti ma stranieri: “Svegliati, nuovo arrivato!” gli urla una giovane marmotta con un distintivo che non aveva mai visto prima. Marco cerca di alzarsi, ma una mano lo trattiene. “Dove so-so-sono?” balbetta.
“Sei nel campo estivo dei “Lupi Grigi,” risponde il ragazzo con un sorriso. “Ma io sono il vicecapo dei “Cinghiali Randagi!” esclama Armando, la confusione dipinta sul volto.
In questa radura estiva dove campeggiano i “Lupi Grigi” Armando viene circondato da scout che fanno esattamente le stesse cose che fa lui con il suo branco.
Stanno cantando le stesse canzoni, recitando le stesse promesse. Eppure i conti non gli tornano. Ci sta qualcosa di diverso nell’aria, un’atmosfera più dimessa, più asettica ed impersonale. Si avvicina ad uno degli scout e gli chiede: “Ma… non siamo forse i “Cinghiali Randagi?” Il ragazzo lo fissa con un’espressione stranita e risponde: “Ma certo che no, siamo i “Lupi Grigi.”
Armando rimbalza dalla disperazione alla curiosità di sapere cosa gli sta accadendo intorno. Sempre più incuriosito dalle similitudini/differenze delle due realtà, prova timidamente ad investigare.
Dopo qualche giorno di ricerche infruttuose finalmente il giovane esploratore scopre nella tenda dei Capi che gli scout del mondo parallelo possiedono un’antica mappa che indica la posizione di un artefatto potentissimo.
Artefatto capace di aprire e chiudere portali dimensionali. Questo aggeggio magico potrebbe essere la chiave di volta per il suo ritorno a casa, ma anche un oggetto sacro molto ambito da forze oscure. Un culto trans-dimensionale.
Nel corso delle sue ricerche, Armando si allea con una scoutessa del mondo parallelo che condivide una storia simile alla sua, ma alla fine si è rassegnata senza piu sperare di far ritorno alla realtà precedente.
Il destino comune li unisce e li accomuna, il futuro indeterminato invece li separa. Insieme, i due ragazzi formano un’alleanza, una piccola squadriglia nel branco.
Oltre a loro una misteriosa organizzazione, composta da ex scout corrotti, servizi segreti deviati, massoni di serie B e vestali poco vestite è sulle tracce dell’artefatto. Questi uomini senza scrupoli sono disposti a tutto pur di impadronirsi del suo potere e dominare entrambi i mondi. Armando e la Guida devono batterli sul tempo, muoversi in fretta per trovarlo per primi. Una caccia al tesoro estrema.
Dopo aver superato innumerevoli ostacoli e sfidato pericoli mortali, raggiungono finalmente il luogo in cui è nascosto il marchingegno, l’artefatto. Tuttavia, scoprono che per attivarlo è necessario un sacrificio: una persona deve rimanere nel mondo parallelo per stabilizzare il portale e impedire che si crei un caos interdimensionale. Con il cuore a pezzi, Armando si offre volontario, sapendo che potrebbe non tornare mai più nel suo mondo. Ma è un sacrificio necessario per salvare entrambi gli universi e la scoutessa di cui è ormai preso e perso.
Armando e la ragazza scout attivano l’artefatto e creano un ponte stabile tra i due mondi.
Decidono di vivere a cavallo tra le due dimensioni, creando un Ordine Nuovo Mondiale (NWO) diventando due figure leggendarie, ricordate come gli esploratori che hanno unito due mondi.
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Sai a cosa ho pensato mentre leggevo? O meglio, sai di chi era la voce nella mia testa che mi ha virtualmente letto il racconto? Esattamente quella dei proclama di propaganda fascista prima della programmazione cinematografica del dopo guerra. Esattamente quella lì che siamo abituati a sentire, tipo Istituto Luce. Splendidamente e disturbantemente didascalico e propagandistico questo racconto. Basta continuare a sperimentare che non ti si sta più dietro 🙂
Cristiana,
Hai sempre il pass par tout giusto come chiave di lettura per ogni racconto. Ed è vero l’atmosfera è un pò sospesa tra “Istituto Luce” e “Fascisti su Marte”, a volto colgo il grottesco o tragi/comico di questi tempi altre volte meno. Forse finchè la visione sarà grottesca vuol dire che non c’è da preoccuparsi…forse. 🙂 Grazissime!
Preghissimo a te 🙂
Ah!!! Il grido di squadriglia… non volevo nominarlo: Scoiattoli: Immer Mehr!!! (“sempre di più” noi Asci di frontiera sentivamo molto l’influenza tedesca eheheh). La seconda squadriglia del reparto, i Canguri, facevano eco al nostro grido con un “Da da umpa” che faceva risultare il grido immer merda! Bei tempi!
Giuseppe, praticamente da “Immer Mehr” a “Sieg Heil” era un attimo 🙂
Va bene lo confesso: fino ai quattordici anni sono stato un giovane esploratore! Il mio nome di caccia era Picchio Argentato ed ho concluso la mia carriera come caposquadriglia degli Scoiattoli. C’era del buono in quella vita: appartenenza, contatto con la natura, intraprendenza ma c’era anche altro di poco buono: un certo nonnismo, una religione un po’ troppo ficcanaso e morbosa e il ridicolo obbligo della divisa. Credo sia un’esperienza che vada bene fino alla prima adolescenza poi diventa una cosa che fa ridere i polli. Caro Hugo mi piacerebbe leggere una forma più estesa di questo racconto che sollecita molta curiosità.
Giuseppe, grazie mille mi ritrovo in quello che hai scritto. Io ho concluso da vice capo delle “Pantere” il cui grido di battaglia era “Assaliamo il nemico!”. C’erano anche gli “Scoiattoli” però. L’Agesci ha questa forte impronta Cattolica che può intimidire.Ma in fondo la frase che li definisce meglio è: “Gli scouts sono dei bambini vestiti da cretini, guidati da cretini vestiti da bambini”. Per quanto riguarda lo sviluppo del racconto, ritengo che ogni racconto o romanzo è potenzialmente sviluppabile e tendente all’interminabile per chi ne fruisce. Anzi se tu trovassi qualche spunto nei miei breviari e volessi ridefinirlo ne sarei onorato. In fondo cantiamo più o più meno consapevolmente idee, intuizioni di terzi. Come scriveva Mallarme:
…”Chi è che parla?”. “E’ la parola medesima”, stessa cosa per la parola scritta. Molti romanzi sono evoluzioni/involuzioni di altri romanzi, ed hanno subito nel tempo cosi tante modifiche e rivisitazioni che sarebbe impossibile tracciarne una filologia. Nella musica ad esempio è piu semplice, ma non è semplice plagio, è qualcosa che ha a che fare con gli archetipi junghiani, secondo me.
Ti ricordi il grido di Squadriglia degli “Scoiattoli”?. Grazie per la tua testimonianza sempre preziosa.
Quando ero ragazzino i miei genitori non mi hanno invogliato a frequentare gli scout, probabilmente perché si sarebbero scocciati ad accompagnarmi e frequentare le attività. O forse perché non erano molto vicini a quel mondo.
Quando sono cresciuto abbastanza ho sviluppato una istintiva diffidenza.
Da inesperto genitore mi sono opposto strenuamente a chi, attorno a noi, ci diceva che sarebbe stata un’ottima idea mandare nostro figlio. Continuavo ad odiare le divise.
Oggi… sono convinto che avevo ragione.
Hugo, la storia è raccontata molto bene, corre come un treno e sbanda e sbatte un po’ di qua e un po’ di là come il tuo stile impone. Bravo come sempre. E come sempre, mi sarebbe piaciuto indugiarci dentro di più, in questi tempi di mondo brutto gli effetti allucinatori delle tue descrizioni mi mancano spesso.
Giancarlo, sono contento che questi breviari, siano spunto per te di evocazione di ricordi piu o meno remoti. Personalmente credo che seppur totalmente anacronistici con il mondo attuale, rappresentino un rito di passaggio in cui alcuni però finiscono per identificarsi troppo appunto con divise, gerarchie, ed una certa disciplina para-militare che sarebbe opportuno sempre prendere con le dovute distanze ed un certo distacco. Se presi da fuori i rituali scoutistici non sono molto dissimili da quelli di una comunità per malati psichici, ma proprio come la follia, se considerata nella sua narrazione ha la sua coerenza.
Un grazie per i tuoi spunti sempre molto chirurgici e sagaci.
😄😄😄Il mio nome-caccia era Melania/che lagna! essendo io sempre malaticcia.
E adesso scopro perché mi sentivo a disagio tra quella gente, la cui compagnia mi era stata imposta dai genitori, ovviamente. Quindi non solo rendo onore alla tua capacità di creare trame ma ti ringrazio anche per avermi confermato il grigiume di quel mondo. Le divise sono sempre pericolose!
Francesca,
Lo scoutismo vissuto come un esperienza da neo-balilla è tanto triste quanto diseducativa. Come in ogni “branco” sociale ci sono anche dei pro, a volte casuali, che possono essere formativi. Nella mia esperienza ad esempio in tenda ho avuto delle preziose esperienze iniziatiche di sesso, droga e r’n.r che mai avrei pensato poter avvenire tra un’alza bandiera e l’ombra di un crocefisso. Col senno di poi comprendo ma disapprovo totalmente chi attraverso una divisa o per mezzo di essa, abusa di questo potere per accedere come pass-par-tout alla famosa doppia morale: puliti fuori, corrotti dentro
Hugo, accadde alla mia povera madre di scoprire con orrore che le sue due figliole, castamente avviate a un periodo di sana e montana comunità scoutistica, ne fossero tornate molto più istruite sui fatti della vita di quanto fossero alla partenza.😳😳😳
E questi sono lieti accadimenti! Poi come in ogni ambiente, branco, cerchio chiuso e coatto ci sono a anche iniziazioni più traumatiche, ma finché è goliardia ca va bien 🙂