Demeter

Il mare era in preda ad una burrasca di proporzioni inimmaginabili.

Questo era il pensiero che infestava la mente del Capitano Stubjov, mentre teneva le mani strette saldamente al timone del suo brigantino, così forte da avvertire le pulsazioni del suo cuore impazzito fra le dita.

Tentava di mantenere la prua verso quella che riteneva essere la direzione giusta ma la visibilità era scarsa, dato che le lanterne di coperta erano state sbalzate in parte fuori bordo dalla furia degli elementi mentre le poche cadute sul ponte, rollavano in tutte le direzioni spinte dagli spruzzi marini che inondavano il passaggio.

La cabina di pilotaggio era congelata per via degli spifferi gelidi che penetravano attraverso le paratie scricchiolanti e umide, eppure lui continuava a sudare copiosamente tanta era la sua paura.

Fino a quella notte, si era sempre considerato un lupo di mare, con l’esperienza acquisita in decenni di navigazione e ogni tipo di peripezia.

Aveva affrontato la tempesta innumerevoli volte.

Ma quella notte, era come se tutta la forza della natura si fosse scatenata su di lui, con onde gigantesche, vento assordante e pioggia così fitta da sembrare nebbia, il tutto accompagnato da una profonda sensazione di inquietudine, data da una presenza alle sue spalle.

Un uomo.

O almeno era quello che credeva, ma ogni qual volta tentava di voltarsi, un forza estranea sembrava prendere possesso del suo corpo costringendolo a guardare dritto davanti a lui, senza poter fare altro.

Memorie fugaci come i lampi che scorgeva nell’oscurità, si manifestavano nel suo cervello e lui vi si aggrappava con tutta l’anima, nella vana ricerca di qualcosa di razionale che potesse mantenerlo lucido.

Erano partiti da Varna, con pochi passeggeri diretti in Inghilterra e uno strano carico di casse di legno vecchio e ammuffito, che non recavano alcuna iscrizione o destinazione. Ricordò parzialmente il volto dell’uomo che aveva incrociato il suo sguardo durante le operazioni di imbarco. Elegante e garbato. In qualche modo gli aveva fatto dimenticare il dubbio sortogli sul momento in merito alle casse.

Quei viaggi erano da sempre insoliti e a meno che non accadesse qualcosa di straordinario per cui si richiedeva l’intervento delle autorità, i comandanti delle navi di passaggio tendevano sempre a chiudere un occhio in fatto di persone non presenti sulla lista passeggeri o carichi non dichiarati.

Quello che accadde in seguito, però, fu al tempo stesso assurdo e terrificante e tutta quella poltiglia di ricordi offuscati dal terrore di Stubjov, era costantemente accompagnata da un numero che continuava ad apparire davanti ai suoi occhi:

Sedici.

Il numero delle annotazioni che aveva dovuto redigere sul giornale di bordo.

Il numero dei passeggeri e dei membri dell’equipaggio, scomparsi misteriosamente durante le notti di quel viaggio maledetto.

Scomparsi.

Tutti.

Tranne lui.

E l’uomo alle sue spalle.

Dalla coltre di nebbia fumosa emersero all’improvviso le rocce frastagliate della costa inglese, mentre il vento sembrava ora montare con una forza ciclopica che spingeva la nave verso le rocce ad una velocità incalcolabile.

Il capitano si riscosse dai pensieri e spalancò gli occhi.

“Terra! Terra!” Gridò, tentando di voltarsi ancora con un gesto istintivo, subito contrastato da quella forza oscura e invisibile.

“Signore, la prego!” Esclamò piagnucolante: “Non so cosa succede, aiutatemi!”

“Abbassi la voce signor Stubjov.” Replicò l’uomo con una voce pacata ma che riusciva stranamente a sovrastate la cacofonia della tempesta: “Non ho mai gradito i piagnistei.”

“Ma così ci schianteremo!” Urlò allora a squarciagola il capitano, in preda all’isteria.

“Mi rendo conto che può sembrare sconveniente, ma a volte il caos è necessario a preservare i segreti.”

Il capitano non ebbe il tempo di comprendere le parole dell’uomo alle sue spalle.

Ormai la costa era prossima, nessuna manovra a questo punto avrebbe potuto evitare il disastro ma lui non riusciva a togliere le mani dal timone. Avrebbe voluto precipitarsi fuori dalla cabina e gettarsi in mare, eppure era incapace di farlo. Una tenue voce in un angolo remoto della sua anima, gli sussurrava di non mollare, che morire sulla sua nave era la cosa giusta.

Da vero capitano.

Tentò una mossa disperata, spostando il peso del corpo verso destra e strattonando il timone violentemente nella stessa direzione. Avrebbe preferito farsi colpire da un’onda sul lato rischiando di capovolgere la nave piuttosto che lasciarsi devastare dall’impatto con gli scogli.

Mentre avvertiva la virata, provò un dolore lancinante al lato del collo, come se due spilli penetrassero con forza verso l’interno.

Trattenne il respiro.

Quando gli spilli iniziarono a penetrargli i muscoli e i nervi, chiuse gli occhi in una smorfia di dolore acuto mentre lanciava un grido di sofferenza.

Poi, all’improvviso, tutto svanì…

I muscoli si rilassarono e gli occhi si riaprirono.

Il dolore era improvvisamente scomparso.

Il capitano osservò incredulo davanti a lui.

La tempesta era finita lasciando invece una notte piena di stelle.

Provò a togliere le mani dal timone e si accorse con stupore che poteva muoversi liberamente.

In preda ad un’euforia montante, corse fuori sul ponte e venne investito da una fresca brezza marina. Respirò a pieni polmoni dilatando le narici per prendere più ossigeno possibile e poi si diresse verso la prua. Il mare era placido e pieno di riflessi lunari, che parevano diamanti tanta era la loro bellezza.

Il capitano sorrise compiaciuto e pensò quanto fosse sempre imprevedibile e selvaggio e meraviglioso, quel mare che era la sua vita, in grado poi di ripagarlo con un simile spettacolo di natura.

In lontananza scorse il porto di Exeter.

La sua destinazione.

Era quasi l’alba, intuì, notando le prime luci che spuntavano a est dietro l’orizzonte. Tornò in cabina e si preparò alle manovre di attracco.

Solo una volta si chiese che fine avesse fatto l’uomo dietro di lui.

Ma dovendosi poi concentrare se ne dimenticò.

Il brigantino entrò in porto lentamente e venne ormeggiato al molo dagli addetti a terra.

Il capitano li salutò e quelli ricambiarono. Stujov fu lieto di poter apprezzare un gesto così banale.

Quando terminarono le operazioni di scarico il sole era già alto nel cielo limpido.

“Ah bene!”

Il capitano sentì una voce alle sue spalle e si voltò.

Era l’uomo elegante e garbato.

Stava indossando il suo cilindro mentre si incamminava sulla passerella per scendere a terra.

“La ringrazio Capitano.” Aggiunse con voce vellutata: “Per averci condotti a destinazione sani e salvi.”

E sollevando leggermente il copricapo in segno di saluto, si voltò e riprese a camminare.

Stubjov lo vide allontanarsi verso la cittadina e si sentì improvvisamente stanco, ansimante.

Ritenne responsabile l’enorme fatica dovuta alla tempesta e perciò dovette sedersi sul ponte con lo sguardo rivolto sempre verso quello strano ospite che ora si stava allontanando. Di nuovo gli sembrò che una forza estranea lo possedesse, il respiro si fece pesante e la luce del sole iniziò gradualmente a perdere di intensità.

Il capitano si rese conto che ad ogni passo di quell’uomo, tutto intorno a lui cambiava. Più si allontanava dalla nave più la luce diveniva tenebra, fino a tornare notte.

Iniziò a piovere e la temperatura calò bruscamente.

Stujov tremava, ma era incapace di muoversi, si sentiva debole e impotente. Il dolore al collo si riaffacciò, accompagnato da una generale sofferenza in tutto il corpo. Con fatica si passò una mano sul collo che si inumidì immediatamente per via della pioggia scrosciante che già aveva inzuppato il ponte. Quando guardò la mano, provò un moto di stupore notando una chiazza di sangue che si impastò immediatamente con l’acqua.

Alzò di nuovo lo sguardo.

Non c’era più alcuna passerella, ne tantomeno gli addetti allo scarico merci. Perfino il porto sembrava non essere mai esistito.

La sua nave non aveva ormeggiato placidamente alla banchina.

Bensì giaceva quasi del tutto su un fianco, con lo scafo squarciato dalle rocce a seguito dello schianto che evidentemente non era riuscita ad evitare dopo la manovra disperata.

Tuoni e fulmini riempivano la lugubre atmosfera.

Il capitano non ebbe la forza di sentirsi confuso o chiedersi il motivo di quella serie spaventosa di eventi.

Ora riusciva solo ad osservare l’uomo davanti a sé che dal canto suo, sebbene fosse lontano ormai, sembrò percepire il suo sguardo pesante.

Si voltò e con un gesto plateale, sollevò il cilindro in segno di saluto.

Il caos è necessario a preservare i segreti

Il capitano ripensò alle parole dello sconosciuto per l’ultima volta mentre lo vedeva farsi sempre più piccolo in lontananza, prima che i suoi occhi si chiudessero, in un buio senza ritorno. 

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Discussioni

  1. Non appena ho letto il titolo e visto la copertina che hai abbinato a questo librick, ho immaginato che non potesse trattarsi di altro che di QUEL Demeter.
    Come ti ho già scritto, adoro le citazioni e gli omaggi, e questa è riuscitissima. Bella davvero l’idea di prendere un passaggio misterioso di un libro, e di reinterpretarlo, raccontarlo, prenderlo come spunto di partenza. Bel racconto, davvero!
    Ah, qul signore col cilindro (e gli occhialini rotondi?)

    1. L’idea mi è venuta dopo aver visto la serie tv su Dracula, anche se sono rimasto deluso alla fine. Tuttavia ci sono alcuni spunti interessanti (ad esempio il cocchiere che conduce la carrozza all’inizio del primo episodio è stupendo!). Ho voluto dare molta importanza al viaggio di quella nave, una sorta di passaggio da un mondo antico e pauroso a uno più moderno e industrializzato ma che non è pronto all’orrore che solo LUI può portare come una malattia.

  2. Quindi, prima le stelle e poi il buio. Bel racconto con il finale che non viene mai anticipato e chiude a mio avviso benissimo la costruzione. L’uomo col cilindro, simpatica rappresentazione del divino.
    (Il caos è necessario a generare una stella danzante. Cit. Nietzsche”. Piaciuto.

  3. Concordo con il garbato Signore, a volte il caos è necessario per preservare i segreti. Però, adesso, questa notte non riuscirò a prendere il sonno divorata dalla curiosità di sapere cosa contenevano quelle casse! 😀

    1. Sicuramente l’interno della mia la vorrei foderata di velluto rosso, ci terrei anche un peluche a forma di gatto (vivo mi sa dura, un gatto zombie anche no) per farmi compagnia nelle ore di sonno 😀