Dentro la stanza
La stavo osservando dormire quando il suo telefono tornò a vibrare. Guardai l’ora. Le 2.30.
Il tono basso mi risuonò nella testa, insistente, fastidioso come l’orlo troppo stretto di una calza. Lo fissai finché tacque.
Perché non rispondi, amore mio?
Lasciai che lo sguardo tornasse a lei, chiedendomi perché quel richiamo non la destasse. Conoscevo il suo sonno leggero e, quando rientravo al mattino, bastava poco perché si muovesse, mugugnando infastidita, mentre io cercavo il suo corpo per rubarle l’ultima ora. Quella destinata ai sogni.
Mi dava le spalle e affondava ancora di più il viso nel cuscino, in attesa del suono inclemente della sveglia.
Poi si alzava, passava dal bagno, faceva colazione e se ne andava.
Per me non c’erano saluti né abbracci.
Il telefono tornò a vibrare e, ancora una volta, lo ignorai. Le 2.37. Avrei giurato fosse trascorso più tempo.
Mi sedetti accanto a lei, sul bordo del letto. Ne osservai il respiro tranquillo, come se tra Marta e il resto del mondo ci fosse un oceano di acque clementi. Il collo disegnava una linea dolce, i lunghi capelli le coprivano parzialmente il viso. Mi prese il desiderio di scostarli, ma non lo feci, per non rovinare quel momento.
Rimasi in contemplazione della sua figura, in attesa della vibrazione successiva, che arrivò presto. Le 2.43.
Pensai a chi stava dall’altra parte.
All’attesa che si allungava, al silenzio che cominciava a pesare. Immaginai le domande senza risposta, il telefono tenuto in mano più del necessario, lo sguardo che torna all’orologio.
Lo stesso dubbio che aveva accompagnato me, notte dopo notte, mentre lavoravo lontano da lei.
Lasciai che quel pensiero restasse lì.
Che fosse lui, ora, a non sapere.
Che sentisse l’inquietudine crescere, senza appigli, senza conferme.
Come me.
Il telefono vibrò ancora. Questa volta decisi di rispondere. Premetti il tasto verde, lo appoggiai all’orecchio e rimasi in silenzio. Per un tempo lunghissimo ascoltai il suo nome, ripetuto con l’urgenza della paura.
Marta. Marta. Marta.
La mia Marta non poteva rispondere. Perché questa volta c’ero io, accanto a lei.
Sentii forte il bisogno di toccarla e mi decisi a farlo. Le sfiorai il collo, sollevando appena il bordo del pigiama, seguendo con le dita la linea della schiena.
Avvicinai il viso al suo e le sussurrai il nome, Marta, aspettando una reazione che non arrivò.
Se ne stava sdraiata, immobile. I lunghi capelli le coprivano il viso, impedendomi di vederlo. Rimasi così, senza scostarli.
Il telefono vibrò ancora, da qualche parte nella stanza.
Non permisi a quel suono di arrivare fino a noi e attesi che tornasse il silenzio perfetto della nostra camera da letto.
Allungai la mano e, finalmente, le scostai i capelli.
Osservai la chiazza rossa che si allargava, in contrasto con il bianco dei cuscini.
Avevi sempre amato quelle lenzuola, dono di tua madre.
Il sangue continuava a farsi spazio, lento, ostinato.
Stonava. In mezzo a tutto quel candore.
Marta è un nome qualunque.
Come qualunque è l’abuso che si consuma nel silenzio, e la violenza che arriva a uccidere.
Per tutte le Marta.
Per chi non ha potuto rispondere.
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I tuoi racconti hanno un potere speciale: abbattono la mia razionalità, la mia logica, e arrivano direttamente all’anima parlando con la voce del cuore.
Già da quando hai descritto il sonno di Marta come leggero e, nonostante la vibrazione del telefono e i movimenti del compagno, non si è svegliata ho iniziato a sentire una bruttissima sensazione alla bocca dello stomaco. Ci ho sperato fino all’ultimo che non fosse così… probabilmente come tutte le persone che si sono trovate nei panni della ragazza.
Tutti commettono errori nella vita, non bisogna mai giudicare e dire “io non lo farei”, perché, come dice il detto, “le vie del Signore sono infinite”. Ma nessuno, per quanto possa aver sbagliato, merita una fine del genere.
Togliere la vita ad un altro essere umano… come si può? Come può essere un gesto così “semplice”, al pari di schiacciare un insetto? Razionalmente, potrei ragionare si centinaia di motivazioni, trovare schemi logici di azione, esporre come funziona ormonalmente il loro cervello, potrei parlare di un tale desiderio di controllo sulla vittima da decidere persino sulla sua morte.
Ma umanamente? Cosa scatta nella loro mente, in quell’istante in cui l’essere umano perde la sua umanità?
Non esiste limite alla cattiveria.
Grazie Cristiana. ❤️
Un racconto inquietante quanto, ahimè, realistico, che esplora l’oscurità della violenza domestica.
Un finale devastante.
Scriverlo era necessario… grazie!
Un racconto dalla tensione d’acciaio, dove il ritmo delle vibrazioni del telefono scandisce l’attesa in modo magistrale. Il contrasto tra la calma apparente dei gesti e l’orrore finale è reso con una freddezza che lascia il segno. Forse la forza della narrazione è tale che il messaggio esplicito alla fine non servirebbe nemmeno: la scena delle lenzuola bianche e della macchia rossa grida già tutto il dolore e la denuncia necessari, colpendo il lettore dritto al cuore.
Un racconto su un tema drammaticamente attuale, narrato con grande sensibilità e precisione. I toni realistici mostrano la gravità dell’abuso e quanto possa essere doloroso e ingiusto. Complimenti anche per la scelta del brano di accompagnamento, Teardrops dei Massive Attack, che reputo tra le migliori del genere.
Ciao Cristiana, non mi ha sorpreso il finale, ma mi colpisce la tua capacità di mostrare l’altra faccia della medaglia, di entrare nella testa non della vittima, ma del carnefice, di tenerci per mano e mostrarci un po’ alla volta come dall’amore si arrivi alla morte. Viene da dire che non è amore quello che uccide, è verissimo, ma come si passa da una relazione felice alla violenza? Entrare in questi meccanismi, provare a mostrarli, richiede una sensibilità e una capacità che tu hai già dimostrato tante volte. Grazie per il tema scelto e per come l’hai raccontato.
Non è facile non presentarsi all’ultimo appuntamento, salvarsi al vita, non chiarire. Non è facile negare ad un’altra persona il diritto a parlarti, all’ultimo saluto, all’ultimo notte d’amore. Perchè è così: tu sei un loro diritto, quello che provano una tua responsabilità. Quello che dentro se li mangia non lo sanno gestire e allora devi pensarci tu. Perchè loro se lo aspettano, e in qualche modo ti sei convinta che sia giusto così. E loro sono persone. Li hai avuti. Li hai visti. Ti abbracciavano, ti amavano, ti hanno detto parole d’amore, prima che arrivasse il mostro, loro ti hanno fatta sentire degna. Ti hanno fatta sentire il centro del loro mondo, anche dopo le botte, l’unica colpevole e l’unica che li può salvare. Tornano indifesi, chiedono scusa. Giurano che mai più. E allora, come lo capisci? Qual’è l’esatto punto in cui il suo amore diventa il suo crimine? Tutti urlano, tutti perdono il controllo, a tutti capita di dire parole cattive. E se mi stessi sbagliando io? Se fossi io quella che esagera? Ho anche io le mie colpe, in fondo. Se mi chiede un’altra possibilità, dove lo trovo il criterio di dire no? Come lo capisco, se tornerà ad essere il mio amore o diventerà il mio assassino? Ci vado o no all’ultimo appuntamento? Andavo educata io? Andava educato lui? Perchè sono così confusa?
Voi le avete le risposte?
Se ci fossero risposte esatte, non ci sarebbero storie come questa sui giornali, credo.
Grazie Cristiana, per questo racconto e per tutto il resto. ❤️
Cavoli, molto bello!
Alla violenza di genere e di qualsiasi altro genere, non possiamo e non dobbiamo farci l’ abitudine, restando indifferenti quando, un giorno sì e l’ altro pure, ne sentiamo parlare al telegiornale. Eppure sta diventando uno dei fatti di cronaca nera pressoché quotidiana che ci stupisce sempre meno. Leggere di questo dramma nel tuo racconto mi ha scosso piú del solito. Intendo dire piú di quanto non mi capiti ultimamente davanti alla tv. Non mi aspettavo questo epilogo, ma soprattutto mi ha turbato per l’ intensità che hai saputo trasmettere col tuo sentire e con la tua capacità di far risuonare le parole.
Ciao Cristiana, grazie.
Finché non ho letto della chiazza di sangue, ho sperato che stesse dormendo davvero. Un racconto tragico, specialmente perché riflette la realtà di troppe donne 😢
Con meno di mille parole è arduo far emergere Angoscia e dramma. Io li ho sentiti.
Ciao
Un racconto su un tema drammaticamente attuale narrato con molta sensibilità e maestria, non privo di toni duri e realistici che delinea la brutalità e la crudeltà a cui può giungere una persona violenta.
Racconto che descrive mirabilmente il compimento di un atto brutale, sempre sintomo della miseria umana e rivelatore del grado di viltà a cui giunge una persona vuota di sentimenti e priva di tutto.
Bella anche la canzone 😉
Un testo che costruisce la tensione nel silenzio, senza mai alzare la voce, e proprio per questo colpisce forte. Il tempo che si dilata, l’attesa, il telefono che vibra: tutto lavora contro il lettore fino all’ultima immagine, che arriva secca e inevitabile. Il finale non cerca shock, ma responsabilità. E resta addosso.
Hai usato grande sensibilità per un tema così difficile, per un evento atroce e purtroppo quasi quotidiano, che sfuma in poche ore o qualche giorno tra i servizi del telegiornale. Ma dietro le righe si avverte tutta la condanna, tutto il disprezzo per questi maschi predatori di vite.
“fastidioso come l’orlo troppo stretto di una calza”
👏
Ciao Cristiana. Un breve racconto ossessivo con elementi ripetitivi che generano la giusta dose di ansia, come la scansione del tempo ogni pochi minuti e come la vibrazione del telefono. E poi il tema, purtroppo più che mai attuale.
Ottimo!