Di fame, di sangue, e (forse) d’amore

George Romano corre per la Route 66. Le sue vecchie scarpe consunte colpiscono il cemento, a ogni passo minacciano di appiccicarvisi. Il sudore lambisce ogni solco del suo viso. Ansima. Inciampa. Cade. Si rialza. Nella mano destra stringe le chiavi del pick up di suo padre.
Le chiavi sono la speranza. La salvezza.

Le gambe tremano, urlano lo strazio. Non può cedere a quel richiamo di dolore. Quelli che un tempo erano suoi compagni, ora lo inseguono pregni di orride intenzioni, sordi a qualsivoglia accenno di pietà. E suo padre è uno di loro.

Scorge la sagoma del pick up che si staglia all’orizzonte: rossa come i tramonti che il mondo soffocato dal grigio ha dimenticato. La vede, ma non abbandona i sensi a quella flebile speranza; potrebbe scivolargli tra le dita come la sabbia del deserto che si insinua tra le pieghe delle sue palpebre. Minuscoli granelli gli graffiano le pupille, feriscono il suo volto, lo sfregiano. 

Spalanca la portiera dell’automezzo, si siede al posto di guida e, con un colpo energico, la richiude. 
Inserisce le chiavi nell’apposita fessura, dà gas ma è uno sputacchiare fumoso a rispondergli. Il pick up borbotta, lo beffa con una stridula risata di metallo.

Game over, George.

Le braccia cadono lungo i fianchi, preda delle bizzarre trame del destino. Colpisce il cruscotto con la fronte. Sanguina. Sospira.

«Maedizione!» biascica con una voce impastata che fatica a riconoscere. «Ma e di zione!» È stata la paura a mangiarsi la l, o forse qualcos’altro.

Alza il volto. Gli inseguitori lo osservano dalla realtà oltre il parabrezza. La sporcizia di un vetro troppo sottile per tenere separati i mondi, non può celare la possente fisicità di Clive. Il burbero. La montagna di muscoli. Nervi forgiati da una vita difficile, aspra. E dietro di lui Steph, e Dean, e Frank…
Povero Frank.
Povero padre.
Impugnano dei legni, fremono nelle loro mani. Vecchie mazze da baseball che nessuno usa più per giocare.

I colpi di Clive sono perentori, scheggiano il vetro, lo frantumano.

«Scitemi ndre!» farfuglia George. La paura è un demone affamato: oltre la l si è mangiato pure la a. La paura, o forse qualcos’altro.

«Non esitate, ragazzi!» esclama Dean. «Guardatelo. Si sta trasformando. Ammazziamolo, cazzo!»

George spalanca gli occhi. Li apre solo per metà. La sua testa è una grossa mela marcia pulsante. Vermi che scivolano gli uni sugli altri. Vorrebbe parlare, forse perfino supplicare, ma l’unico suono che si leva dalle sue labbra è il gorgoglio di un lamento prolungato.

«Tiratelo fuori da lì! Usate quelle cazzo di mazze e fracassategli la testa!»

George ascolta senza capire. La prima mazza a raggiungerlo è quella di Frank.

«Tu non sei mio figlio!» sbraita. La saliva dalla sua bocca è plasma vomitato dal cuore. «Non lo sei, maledetto mostro!»

«Andiamocene Frank! Abbiamo fallito.» È la voce di Clive a ferire l’aria? No, forse è quella di Steph. «La sua trasformazione è completa! Smettila di colpirlo, non gli stai facendo niente! È finita, Frank. È finita.»

Ma Frank non pensa che lo sia. Colpisce, colpisce e ancora colpisce; a ogni singolo colpo, grosse lacrime argentate precipitano dai suoi occhi infossati.

***

Sono rimasti soli, padre e figlio. Nelle narici di George, l’odore acre del sudore è un richiamo irresistibile. La fame. L’estremo piacere degli intestini che dal ventre molliccio del vecchio si riversano nella sua bocca. I succhi. L’amara violenza della bile. Con l’ultimo guizzo di umanità che gli rimane, rinnega quei macabri pensieri. Non sono veri pensieri, è solo istinto. Semplice e puro. La verità è una: non permetterà che suo padre muoia. Magari gli mangerà le gambe, un uomo può sopravvivere benissimo anche senza, e se non dovesse bastare, passerà alle braccia. Poi alle orecchie, al naso e via di seguito. Il cuore, nonostante tutto, continuerà a battere. Il cuore è amore e l’amore è vita.

«Mi dispice…»

Un tonfo sordo. La mazza giace sul fondo del pick up, tra le schegge di vetro e il battito muto di un cuore spento.    

Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa, Horror

Discussioni

  1. Ciao Dario, capisco! Io invece sono indeciso se pubblicare qua su Edizioni Open un mio racconto che è arrivato in finale a un concorso di fantascienza (per il momento l’ho regalato da leggere a un mio collega che mi aiuta spesso con la scrittura). Comunque beato te che sei salito su un podio… Io non ce l’ho mai fatta!

  2. È stata una bella idea disorientare il lettore con un cambio di prospettiva. Le storie di zombie seguono un modello consolidato, difficile da rinnovare, eppure nuove sfumature sono sempre possibili, come in questo caso. Che dire, se non che questo è un altro LibriCK ben riuscito? C’è solo una cosa che non capisco: come mai non l’avevo letto prima?

  3. bellissimo brano, ben scritto e capace di magnetizzare l’attenzione.
    Partire citando (parzialmente) Romero, il buon vecchio papà degli zombie, mette subito le cose in chiaro. Ma come sempre la tua capacità di dare voce alla follia spiazza, redendo lo zombie il protagonista della vicenda, facendoci vedere il mondo dai suoi occhi.
    Bravissimo

  4. La narrazione riesce a creare una bella atmosfera che ben si sincronizza con l’ambientazione, spingendo il lettore a scorrere le righe quasi ammaliato e come sempre offri trame affascinanti. Good Job, Dario!

  5. Ritorno ad asserire questa cosetta qua: spesso non importa cosa si narra, ma come lo si fa! E sai benissimo pure tu che hai dato prova di saper scrivere, sapendo dosare bene le parti (vedi quel “Game over, George”) e non esagerare mai con le descrizioni: in un librick del genere sarebbero risultate fuorvianti per il lettore. Al contrario, hai lasciato parlare le sensazioni – quasi visioni deliranti – dei personaggi, rendendomi assolutamente partecipe della trama. Cosa assolutamente non facile da fare. Non bravo, bravissimo. E non ti permettere di dirmi “Troppo buono, sempre gentile, ecc”, perché ciò che sostengo è ciò che penso. 🙂

  6. Ciao Dario, all’inizio credevo ti fosse sfuggito un refuso. Poi ho capito che invece era proprio dovuto a quel che stava accadendo al tuo personaggio. Riesci sempre a spiazzare il lettore, anche con questo “zombiLab” 😂
    Tutti vorrebbero andare a visitare la famosa “Route 66”. Sapessero che per te l’aria li’ è stantia! 🤣
    Alla prossima.

    1. Ciao Cristina, mi piace sperimentare nuove tecniche di scrittura rimanendo sempre fedele al mio stile.
      L’aria della Route 66 un po’ stantia lo deve essere! Troppa gente che ci fantastica sopra.😁

  7. Wow Dario… brividi che salgono lungo la schiena per arrivare dritti in testa nel leggere le tue parole
    Racconto macabro, horror e terrificante che ti si appiccica addosso come sangue rappreso.
    Ottima scrittura come sempre.
    Alla prossima lettura.

  8. Ciao Dario, nonostante sapessi già il tema del tuo lab, hai saputo spiazzarmi, e quando è cambiata la prospettiva, ho sorriso, e pensato “m’ha fregato!”. Ho apprezzato l’umanità di George in quel barlume di lucidità e amore rimastogli, l’ultima cosa a renderlo ancora umano, anche se ormai, l’istinto del mostro prende il sopravvento. E Frank che rimane lì, nonostante dica che non sia più suo figlio, dimostra la sua non accettazione di quella macabra realtà. È davvero un bel libriCk, e questo conferma che tu i bei racconti li sai scrivere eccome😁!

  9. Ciao Dario. Non scherzo, ma prima di scrivere il racconto avevo pensato anch’io alla Route 66 🙂 Il cambio di prospettiva mi è piaciuto parecchio, sono entrata in empatia con il tuo personaggio dalle prime righe. Una sorpresa le ultime, dedicate “all’amore malato” (tema a te caro) di George per il padre. Quasi tutti i tuoi racconti narrano di”mostri” pensanti, ci avvicinano al loro essere che pur distorto ci fa provare pietas. La tua è una voce fuori dal coro che apprezzo di cuore.