Disamori virtuali

Ancora nella mia adolescenza esistevano lettere scritte con la penna o con la dannata stilografica, che rimette maggiormente a tempi antichi, e dopo tanti scarabocchi, bozze cancellate continuamente dalla paura, dalla vergogna e dalla titubanza, potevamo inviare la nostra umile dichiarazione, nella speranza che un giorno sarebbe arrivata una deliziosa risposta.

E c’erano gli incontri stabiliti per telefono fisso o nelle cabine telefoniche per strada, e si andava all’appuntamento pieni di aspettative, con brividi e palpitazioni, bocca secca e la mente annebbiata, lì ansiosi al freddo nel luogo stabilito, con la remota possibilità che l’altra persona potesse anche mancare all’incontro, e mai lo sapremo se no aspettando e aspettando e aspettando.

Andai tante volte fino alla piazza più vicina a casa mia, ma quando era notte o pioveva non riuscivo ad inventarmi una scusa plausibile, o forse meno romanticamente non mi sentivo troppo coraggiosa per vivere quella passione giovanile, che poi si concretizzava nel passare un’ oretta fermi al gelo di una scalinata, o facendo una breve passeggiata fino al mare, e occupavamo il tempo lungo come un’eternità parlando di libri e di musica, e celavamo il nostro amore. E quello stesso ragazzetto che dopo anni di piazze, e dopo aver esaurito tutti i compositori ed i brani che più ci piacevano, era diventato il mio fidanzatino, mi diceva che per parlare di amore c’era bisogno di un ventilatore sparato in faccia.

Ma come è dannatamente vero, il primo amore non si scorda mai e aveva un sapore tanto romantico vederlo lì sulla porta del conservatorio, già con il motore della sua vespetta acceso, chiedendomi il numero di telefono nell’eventualità che un giorno potesse chiamarmi. Ed io cominciai ad urlare i numeri per strada mentre lui si allontanava come un ladro rubata il codice segreto per aprire un tesoro, ripetendo a squarciagola le informazioni che gli avevo ceduto come la cosa più importante del mondo. Ad ogni squillo, dopo quel pomeriggio, sobbalzavo, correvo alla cornetta ansiosa, quando tornavo a casa chiedevo invano se qualcuno avesse chiamato, sentendomi una persona famosa e richiesta con i miei pochi tredici anni.

E proprio mio padre doveva rispondere quel pomeriggio, quando ormai avevo perso il senso della mia vita.

Oltre a tremarmi la voce, ero agitata, non sapevo cosa dire, e mi toccava pure parlare per il corridoio di casa sotto lo sguardo inquisitore di mio padre!

Era per strada, a Firenze per un corso di musica il mio amore segreto, qualche spicciolo in tasca, una pausa, e decise di vedere se ricordava la sequenza di numeri che aveva recitato come preghiera quel giorno dal conservatorio fino a casa sua e che effetto gli faceva udire la mia voce da un apparecchio.

I nuovi mezzi di comunicazione hanno ucciso un poco di romanticismo.

L’epoca delle manie, delle psicosi, della freddezza e della brevità delle relazioni, ma sarà che meritiamo questo?

Mi piaci, quindi ti scrivo, non mi piaci , quindi non ti rispondo, o se voglio addirittura ferirti, ti visualizzo e non ti lascio né una lettera, una emoticon, che per quanto disprezzabile, sarebbe qualcosa, in un misto di pigrizia, mancanza di rispetto, di educazione e vigliaccheria.

So che ci sono persone che sono sommerse da messaggi indesiderati, e non sanno come reagire, e tante volte ci sono variabili ovvie e comuni come mancanza di credito, di batteria, una riunione che impedisce di scrivere a chi aveva tempo per lasciarci un pensiero, ma qualsiasi motivo è scusa e dramma insieme.

Evviva la gelosia odierna, lo stress, l’ansia, e qualsiasi reazione dei giovani e meno giovani capaci di scandali e gesti estremi per una parola non detta entro cinque minuti, o una risposta mai ricevuta.

Notti insonni aspettando un segnale e pensare che contrattare un detective non sarebbe poi un’idea tanto lontana, così solo per toglierci la nulla curiosità di cosa faccia la nostra vittima nell’ orario nel quale dovrebbe “chattare” con noi, o per annullare coloro che stanno commentando e apprezzando foto o scambiando opinioni al posto nostro.

Non esiste più una realtà tutta nostra fuori dal virtuale, che sia meritevole di essere preservata.

Un poco stanca della mancanza di immaginazione e di creatività, e di una certa falsità nelle approssimazioni, della paura di amare davvero, guardando negli occhi, parlando nelle orecchie, sopportando i silenzi, convivendo con la noia, non nascosta dietro ad uno schermo.

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