Diverso a me
Mimmo sapeva di essere un alieno. E non per la pelle verde, gli occhi iridescenti e le antenne sulla testa, indizi più che evidenti che lo differenziavano dagli altri bambini.
La sua testa produceva sempre un sottile ronzio, per gli amichetti che gli stavano attorno quasi impercettibile. Ma al suo interno c’erano diversi treni di pensieri, che correvano ad alta velocità su binari che si sovrapponevano gli uni sugli altri, il tutto con un sottofondo musicale che cambiava in base alla giornata. Era davvero un esserino impaziente, quel Mimmo, quando c’era da aspettare per arrivare da qualche parte o attendere che l’ora della merenda scoccasse, cominciava a saltellare sulla sedia, girare a passo spedito per la stanza, canticchiare, addirittura arrampicarsi ovunque! Anche la più piccola farfalla era capace di distrarlo da qualsiasi cosa facesse, difatti non concludeva mai nulla dei compiti assegnati dai maestri e abbandonava spesso mille attività, perché, semplicemente, non erano più così interessanti come quando le aveva cominciate. Quando conversava con i suoi amici, Mimmo cercava con tutte le sue forze di far rimanere la sua mente su un unico binario, di farla rallentare, ma da quando qualcuno gli aveva chiesto: “Perché fai quella faccia? Ti sto forse annoiando?”, si chiedeva sempre se stesse facendo le espressioni giuste. Sembrava interessato abbastanza? Annuiva nei momenti opportuni? Mimmo non lo faceva apposta, ma aveva la pessima abitudine di interrompere gli altri mentre parlavano, terminando per loro i discorsi che facevano. E per quanto Mimmo avesse delle persone che gli volevano bene, vedeva quanto erano scocciati.
Un giorno, in classe arrivò un bambino nuovo. Un alieno molto simile a Mimmo. Lo captò con le sue antenne un nano secondo prima che entrasse. Un piede dentro alla classe e i loro sguardi si incatenarono, illuminandosi nel riconoscersi. All’intervallo, Mimmo non fece in tempo a pensare di dover assolutamente conoscere il nuovo arrivato, che se lo ritrovò in piedi davanti al suo banco.
«Tu sei diverso a me» esordì, la voce piena di meraviglia.
Mimmo sbatté le palpebre, confuso ed elettrizzato. «Forse volevi dire uguale. Sì, tu sei uguale a me»
Ma il bambino scosse la testa, i suoi occhi, grandi quanto quelli di Mimmo, erano come degli specchietti gibbosi, qualsiasi cosa vi si riflettesse, appariva leggermente distorto, offuscato ai lati. «No, no. Sei diverso, come me. Siamo uguali, quindi sei diverso a me»
Mimmo s’illuminò. Per gli altri, un discorso simile non avrebbe avuto senso, come una lingua straniera. Ma lui aveva capito alla perfezione, forse per la prima volta da sempre.
Sandrino, quello era il suo nome. Vedeva il mondo a modo suo con i suoi occhi a specchio gibbosi, ma quando irrompevano rumori forti all’improvviso, si rifugiava in un angolo, tappandosi le orecchie, agitato. Per questo, portava delle grandi cuffie che ovattavano qualsiasi rumore, trasmettendogli un costante conforto. Il firmamento era la sua più grande passione. Quando Mimmo aveva il permesso di stare a casa sua a dormire, Sandrino gli indicava questa costellazione e quella stella.
«Un giorno, dovremmo andare sulla Luna. Solo noi due» decise.
«Solo noi due? Ma…gli altri? Anna, Giordano, Sergio. Li lasciamo qui?» chiese Mimmo, piegando un antenna, perplesso.
Sandrino non voleva incrociare il suo sguardo. «Ma loro non sono diversi a noi» mormorò, raccogliendosi le ginocchia al petto. «Neanche i bambini dell’altra scuola lo erano»
Mimmo sapeva che il suo amico aveva subito molte difficoltà, prima di trasferirsi. Più di chiunque altro, capiva come si sentisse.
Qualche giorno dopo, radunò Giordano, Anna e Sergio per fare un sorpresa a Sandrino. Con una scusa, lo chiamò di tutta fretta a giocare nel cortile di fronte a casa, e una volta raggiunto Mimmo, Sandrino non poteva crederci: i suoi amici avevano costruito un’astronave di cartone dai colori sgargianti, pronta a partire.
«Così, andremo sulla Luna!» esclamò Mimmo.
«Decollo in un minuto!» annunciò Anna, aprendo una portiera.
Giordano maneggiò un finto iPad che aveva ricavato da un pezzo di cartone avanzato. «E secondo i miei calcoli, riusciamo a tornare sulla Terra per la merenda»
Sergio lanciò a Sandrino un sorriso di incoraggiamento. «Tu sai la strada. Sei tu il capitano»
Sandrino prese il posto di comando, Mimmo al suo fianco come suo secondo, e l’astronave partì con grandi scossoni. Con la bocca, i bambini imitavano clangori e fischi e rumori metallici, lanciando qualche strillo ogni tanto. A quei suoni così forti, Sandrino mollò la presa sul volante e si tappò le orecchie, serrando gli occhi.
«Che succede, Capitano?» chiese Anna, preoccupata nel realizzare che quel comportamento non faceva parte del gioco.
Soltanto in quel momento, Mimmo notò che Sandrino aveva dimenticato le sue cuffie. «I rumori forti gli danno fastidio» spiegò, dispiaciuto.
Giordano, più alto degli altri, si levò un poco sulle ginocchia e, afferrando i bordi dell’astronave, l’alzò leggermente e sussurrò un ssshhhh. «Non preoccupatevi, sono solo delle turbolenze. Ora è passato. Capitano, guarda dal finestrino! Ci hai portati lontanissimo dalla Terra»
Sandrino aprì piano piano gli occhi e guardò Mimmo, che fece un cenno con la testa. Erano nello spazio profondo. Il bambino afferrò il volante e digitò tasti invisibili, ritornando nel ruolo di capitano. «Sarà un lungo viaggio» disse, solenne. «Ma possiamo fermarci su Cassiopea per fare pipì»
Mimmo, da bravo secondo in comando, aveva il compito di indicare la strada, ma si distraeva di continuo. «Avete visto come brillava quella cometa? Era velocissima!»
«Mimmo, non ti distrarre, o non arriveremo mai» lo riprese Anna, dietro di lui, afferrandolo per le spalle per farlo rimanere concentrato.
Ma Sergio alzò un dito. «Ho un’idea! E se saliamo sopra a quella cometa?»
Giordano impallidì all’idea. «Ma…se esplode?»
«Capitano?» domandò Mimmo.
Sandrino rifletté, massaggiandosi il mento. Poi, con voce profonda, disse: «È un’idea pazza, ma può funzionare. Andremo velocissimi e più vicini alla Luna»
Girò il volante e Giordano inclinò l’astronave da un lato. I bambini si lasciarono andare a grida di giubilo.
«Cometa in avvicinamento!» esclamò Anna.
«Prepararsi all’impatto!» gridò Sandrino. «Al tre, saltiamo! Uno, due…»
Saltarono tutti insieme, ridendo a crepapelle. Ma Mimmo si ritrovò spaesato da quel improvviso movimento, che quasi cadde in ginocchio.
Sandrino lo aiutò ad alzarsi. Sotto la sua presa, Mimmo era rigidissimo. Era come se quella confusione avesse dato una scossa ai treni di pensieri che aveva in testa, si sentiva smarrito, le antenne in cima alla sua testa scattavano a destra e a manca. Tutti sentivano quel ronzio provenire dalla sua testa più forte del solito.
«Mimmo?» lo chiamò Sandrino. «Sarà la cometa a portarci alla Luna. Ora, riposiamo. Sei stato un bravissimo secondo in comando. Siete stati tutti bravissimi!»
Mimmo alzò la testa e sorrise, stanco e grato. L’equipaggio si riposò, rimirando il loro cielo sterminato dai finestrino.
Nel loro piccolo universo, tutto da esplorare, diverso e uguale non esistevano.
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Un racconto che parla di diversità, o di ‘ugualità’ (dipende dai punti di vista) e che lo fa in una maniera così delicata e in punta di piedi da commuovermi. Credo che tu sia riuscita quasi magicamente a ‘sparire’, nel senso che è come se a un certo punto, leggendoti, ci si dimentichi di chi scrive e la concentrazione si focalizzi totalmente sui bambini. L’idea di ‘diverso a me’ è veramente geniale e credo proprio che l’abbia inventata tu. Nella libreria di mia figlia c’è ancora un bellissimo testo di quando i miei figli erano piccoli che si chiama ‘Diverso come uguale’ e che io consiglio sempre tantissimo perché ci parla di ‘ugualità’ nella stessa maniera pacata e naturale come hai saputo fare tu. Una parola sui bambini, tutti, che sono davvero esseri con le antenne. Si può continuare a esserlo e si può diventare adulti con le antenne. Con le antenne si sta benissimo. Brava Ally.
Ma io mi commuovo per le tue parole, Cristiana!! Sì, esatto, quel modo di dire l’ho creato ispirandomi in particolare a coloro che hanno l’ADHD, la cui mente viaggia più velocemente della bocca e in certe occasioni sbagliano termini. Ma come dicono Sandrino e Mimmo, è l’espressione più giusta e veritiera. Non mi aspettavo minimamente che “Diverso a me” toccasse tanti cuoricini, il mio sicuramente è pieno di gioia <3
E fa bene a esserlo, perché bisogna parlare di questi temi, e tanto!
Una favola bellissima, di quelle che meritano di stare nei libri ed essere lette ai propri figli, tutte le volte che vorranno ascoltarla.
Commenti di questo tipo mi fanno troppo emozionare 🥺 grazie Roberto 🙏
Dovrebbero leggerlo nelle scuole 🙂
Come sempre hai la capacità di trasmettere emozioni anche in poche righe. Un modo originale e solo apparentemente leggero per trattare una tematica importante come quella delle neurodivergenze. Forse un giorno saremo tutti più attenti a “leggere” le persone per avvicinarci davvero al loro essere.
Se riuscissimo sempre a considerare il valore delle persone per quello che sono, e non per quanto siano “convergenti”, il mondo viaggerebbe ad un’altra velocità. Purtroppo non è così e l’arroganza, la prepotenza e l’ignoranza portano su ben diverse strade. Senza essere un esperto né una persona dotata della necessaria competenza, ho avuto molte occasioni di interazione con tante direzioni di diversità. Odio la classificazione e la tipizzazione, preferirei usare il termine “direzione” per suggerire un concetto di continuità e di spettro di variazione. Ho spessissimo visto mondi infiniti, senza alcuna ipocrisia. Ma ci vuole tempo, cultura e sensibilità per apprezzare il valore della diversità.
Questo racconto mi ha davvero appassionato. Grazie sinceramente per averlo condiviso con noi.
Grazie a te, Giancarlo, questo tuo commento mi ha lasciato senza parole per la commozione <3
Sarò sincero: all’inizio avevo pensato ci fosse un errore nel titolo, ovvero la “d” mancata.
Ma, poi, leggendo, mi sono reso conto di aver proprio fatto un buco nell’acqua e di essere giunto alla conclusione in maniera troppo frettolosa.
Sì, perché quel titolo, grammaticalmente scorretto, è, invero, assolutamente perfetto per descrivere la diversità e il disagio che essa può provocare.
Sei stata molto brava nel narrare un argomento tanto delicato in maniera così coinvolgente e profonda.
Nessun buco nell’acqua, Giuseppe. In parte era dovuto, il piccolo Sandrino sa spiegare il perché di questo modo di dire. Ti ringrazio del tuo tempo e delle belle parole che hai concesso al mio racconto 🙂
Mi hai incantato dall’inizio alla fine, con quel misterioso ronzio della mente che vaga velocissima, ed è una ricchezza pensi tu e penso io, mentre il mondo la pensa diversamente.
Ti ringrazio per le splendide parole, Francesca <3
Mai come in questo momento la diversità è un po’ sulla bocca di tutti: dalle aziende aalla società tutta. Sei diverso a me è un modo interessante per connettersi con l’altro, forse proverò a dirlo anche nella vita vera!
Se mai proverai davvero a dirlo, allora la storia avrà lasciato il suo segno. Il tuo commento mi ha reso molto felice, ti ringrazio, Mattia 🙂
Bella favola!
Grazie mille!