Dove dormiva Inés
Il letto cominciò a cedere una settimana dopo il funerale.
Non di colpo, non con un rumore che si potesse ricordare. Succedeva di notte, quando Ada si stendeva dalla sua parte e lasciava vuoto l’altro lato, quello contro il muro, dove Inés aveva dormito per quattro anni, rannicchiata, le ginocchia raccolte, le mani fredde tra le cosce. Il materasso si abbassava appena, con una lentezza quasi sorvegliata, un movimento che si mangiava lo spazio.
La prima volta Ada aprì gli occhi e non si mosse.
Nella stanza ristagnava ancora l’odore dei giorni precedenti, canfora, cera, fiori lasciati a marcire nei vasi. Le lenzuola conservavano un resto più ostinato di pelle e fumo. Inés fumava alla finestra, sempre dopo, quando diceva aspetta e la lasciava nuda a guardare il soffitto.
Ada allungò una mano nel buio. Non trovò niente, ma il peso c’era. Non era l’idea a inquietarla, né il pensiero dei morti. Era quel peso preciso e riconoscibile, che conservava la memoria del corpo.
Rimase sveglia fino all’alba. Un gallo cantò lontano. Si alzò e tolse le lenzuola. Le strappò dagli angoli del materasso, scosse i cuscini nel cortile finché le braccia le fecero male. L’acqua del mastello si intorbidì subito. Il sapone le seccò la pelle delle dita. Stese tutto al sole.
La sera il letto era pulito.
Si coricò tardi, dopo aver sistemato la cucina e controllato il chiavistello più volte. Il caldo le si attaccava dietro le ginocchia, sotto le ascelle. Il lenzuolo nuovo sapeva di vento.
Quando il materasso tornò ad abbassarsi, lo fece senza cautela.
Ada voltò la testa. Il cuscino vicino al muro si era infossato abbastanza da cambiare l’aria nella stanza, da stringerle il respiro.
«Sei stronza anche da morta» sussurrò.
Dal patio arrivò il rumore umido dei frutti caduti sulla pietra. Il mango si era aperto da giorni, la polpa annerita sui bordi, e le formiche che continuavano a entrare e uscire da quella ferita dolce, inesauribile.
Chiuse gli occhi e vide il mare. Il modo in cui l’aveva restituita. Gli uomini sulla riva, le mani tra i capelli pieni di alghe, il vestito chiaro stretto alle cosce. Il corpo sollevato troppo in fretta, sottratto prima che potesse tenerlo stretto ancora un poco, prima che il dolore trovasse uno sfogo.
Non aveva visto abbastanza. Non aveva toccato abbastanza.
La terza notte si sdraiò sul bordo e aspettò. Il materasso cedette quasi subito, come in attesa. Ada allungò la gamba, con cautela, finché il polpaccio incontrò il freddo. Una presenza senza contorno, ma precisa.
Il ventre le si contrasse. Le tornarono alla pelle le sere in cui Inés la cercava senza parole, il ginocchio tra le sue gambe, il fianco contro il suo, il respiro nell’incavo della schiena, sempre nello stesso ordine, sempre senza fretta.
Aprì le cosce, senza passare dal pensiero. Il lenzuolo le aderì alla pelle. Il cuore batteva pieno, insistente. Dall’altro lato il letto restituiva un ritmo che non coincideva con il suo. Poi, ritirò la mano.
«Non farlo» la voce le rimase chiusa tra i denti. «Non così».
Da quel momento il sonno si spezzò e divenne breve, irregolare, fatto di risvegli e attese.
Di giorno restava in cucina, seduta con le mani ferme sul tavolo. Le vicine bussavano con scuse qualsiasi. Ada apriva appena. Sentiva i loro occhi nella casa, fermarsi negli angoli, cercare qualcosa che confermasse ciò che già dicevano.
Una sera, quando la casa era già stanca, venne Rafael, per prendere le ultime cose.
Entrò togliendosi il cappello. Portava dentro il suo odore che era di strada, di sudore e di polvere. Aprì l’armadio senza chiedere, passò tra i vestiti con gesti sbrigativi. Ada lo guardava.
Quando prese la camicia azzurra, lei gli afferrò il polso.
«Quella no.»
«È di mia sorella.»
«Era.»
Rimasero così, troppo vicini. Rafael abbassò lo sguardo sulla sua mano, poi si liberò senza fretta. Posò la camicia sul letto.
«Dicono che parli da sola.»
Ada accennò un sorriso. «Dicono.»
Se ne andò prima che il buio entrasse nella stanza. La camicia restò sul letto.
Quella notte Ada la indossò.
Il tessuto conservava ancora un aroma sottile, nascosto nelle pieghe, appena percepibile ma insistente. Si infilò sotto il lenzuolo senza altro addosso. La stoffa aperta sul petto. Il corpo già in tensione.
Il materasso sprofondò. Di colpo. Il cuscino si piegò. Il freddo contro la schiena si allargò, si ritirò, tornò. Le sfiorò i capelli.
Gli scuri erano chiusi.
Ada portò una mano tra le gambe e rimase in ascolto.
«Sei tu?» chiese.
Il silenzio riempì la stanza, denso, compatto, fino a diventare quasi insostenibile. Poi il letto scricchiolò.
Ada chiuse gli occhi. Era pronta.
Lasciò che il corpo andasse. Il sapore del collo di Inés le tornò in bocca e sulla lingua. Si mosse piano, trattenendo il fiato. Il materasso le rispondeva, seguiva ogni movimento.
Quando venne, affondò il viso nel cuscino.
Dopo rimase ferma, certa che il peso si sarebbe ritirato, ma quella volta non successe. Rimase lì, fino al mattino.
Ada si svegliò con la nuca fredda e la schiena compressa verso il bordo del letto. La luce filtrava, disegnando una linea chiara sul pavimento.
Restò a guardarla a lungo.
Poi girò la testa. Il cuscino accanto al muro era segnato. Una cavità precisa, stabile, che non si stava richiudendo.
Sulla federa c’era un capello. Lungo. Scuro.
Lo prese tra le dita.
Lo tenne sospeso davanti agli occhi mentre la luce cresceva e portava dentro la casa i rumori del mattino. Il capello aderiva alla pelle, sottile, ostinato. Inspirò piano.
Qualcosa si assestò alle sue spalle, come cercando una posizione.
Poi l’aria cambiò.
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Molto bello, complimenti!
“Il materasso sprofondò.
Il cuscino si piegò.
Il freddo contro la schiena si allargò,
si ritirò,
tornò.
Le sfiorò i capelli.”
Messe così in ordine le tue parole sono poesia nella poesia.
Solo tu hai questo dono,
Solovyev chieda perdono,
Solo io mi permetto di usare con te questo tono (colpa della rima). Se, giustamente, mi manderai a quel paese, rispondimi per le rime ma senza offese, siamo fortunatamente figli di Dante, non di Rasputin.