DUE ANNI DOPO

Serie: Semplicemente Paladino


Erano passati due anni da quando Luca Martora aveva vestito i panni di Paladino. All’improvviso, era scomparso dalle vie della Lombardia occidentale. I criminali tirarono un sospiro di sollievo: infine quel guastafeste era sparito. Il maggiore dei servizi segreti Ceran indagò, ma non trovò nulla. La guerra fra Darganiani da una parte, Lapolaki e Anfrakesi ribelli proseguì. Alvar era stato ucciso da Paladino, e forse i Darganiani, anche noti come Starseaters o Mangiatori di stelle, avevano ancora l’ambizione di prosciugare di luce il Sole della Terra. Ma per il momento non c’erano ancora riusciti. Di tutte queste, Luca Martora non se ne interessò. Lui si sentiva vuoto, non aveva più voglia di combattere il male.

Motivo: aveva scoperto chi era Supereva. Faceva di nome Carola Rossi. Rossi era ed è un cognome diffuso. Ma era la cugina della sua Irene.

Irene e Supereva, alias Carola Rossi, non si rassomigliavano. La prima, bionda; la seconda, rossa di capelli. Ma erano cugine.

Luca si sentì in colpa: aveva desiderato Supereva, anche durante gli amplessi con Irene. E poi Supereva era morta, sbranata da un demone dello spazio profondo.

Il ragazzo era andato in confusione: amava Irene o Supereva? E poi, era logico continuare a fare il supereroe se era incapace di proteggere la sua amica, innamorata e cugina della sua fidanzata?

Perdendo Supereva Luca aveva perso voglia di combattere criminali terrestri e spaziali.

In una mattina d’ottobre, il suolo ricoperto di foglie morte, aveva preso la sua armatura e il suo skateboard, tutto equipaggiamento Lapolako, e l’aveva seppellito nella cantina di una cascina di campagna, un luogo di drogati, senza più tetto, il pavimento cosparso di siringhe e bottiglie di vetro. Quel luogo puzzava di muffa e alcol. Presto sarebbe stato demolito dal comune.

Fu a quel luogo che Luca affidò il suo equipaggiamento.

E lì lo lasciò per due anni.

Ogni tanto Luca passava da quelle parti e vedeva che la cascina non era stata abbattuta e il suo equipaggiamento non era stato sepolto per sempre sotto tonnellate di terra e pietra, oppure rinvenuto da qualche operaio che poi chissà cosa ci avrebbe fatto.

Spesso, Luca sognava di tornare a vestire i panni di Paladino. Di notte, quando era spossato dagli studi universitari e dagli impegni quotidiani, si addormentava ed eccolo volare nel cielo fresco, visitare Pavia, Milano, Gallarate. Combattere i delinquenti con i suoi guanti che lanciavano sfere d’energia, oppure usando i guanti riduttori conquistati a Terrorista, o anche maneggiando l’M1928A, altra preda strappata al Darganiano Alvar. Rammentava i viaggi nel Laos, in Egitto e nello spazio. Si chiedeva che fine avessero fatto i vietnamiti che aveva liberato dal circo spaziale dei gioviali Moi e Ra.

Qualche volta era tentato dal tornare in quella cascina e riprendersi armatura e skateboard. Ma il più delle volte lasciava perdere, desisteva. Rare volte tornava presso la cascina, ma allora cambiava idea vedendola ancora in piedi, l’idea che il suo equipaggiamento alieno fosse ancora accessibile. Si sentiva angustiato.

Non alzava mai lo sguardo in cielo. Se vedeva la Luna, ripensava al circo di Moi e Ra; se vedeva il Sole, ricordava i Darganiani.

«E se poi, un giorno, lo prosciugassero davvero, il sole?» si chiedeva Luca.

Ma non succedeva mai.

Luca arrivò a pensare che quelle avventure con l’equipaggiamento Lapolako, l’elmo simile a quello degli antichi greci, fossero tutte frutto di un sogno.

Luca non aveva molta immaginazione, ma sapeva che durante il sonno la sua mente non conosceva confini.

Poi rammentava che Irene aveva pianto la scomparsa di sua cugina. Perciò, deduceva, non erano dei sogni, i suoi accadimenti.

Per altro si lasciò con Irene. Quella confusione l’aveva stordito, e preferì mollarla.

Lei rimase sola, continuando a essere pervasa dall’angoscia di non sapere che fine avesse fatto sua cugina Carola. Se era viva o morta, se era stata rapita o era rimasta vittima di un incidente. Oppure, senza dire nulla a qualcuno, si era trasferita.

Poco dopo Irene si trovò un nuovo fidanzato, il quale Luca lo conosceva di vista: lo riteneva uno sbruffone.

Luca invece rimase single.

Non faceva una bella vita, seppur per sei mesi aveva affrontato alieni e servizi segreti.

Era solo, non usciva, non si sentiva in vena di fare qualcosa di nuovo. Aveva una vita piatta, desolante. Si faceva trascinare dagli eventi. Attendeva di laurearsi, affrontando un esame dopo l’altro, accontentandosi di voti medi. Era così apatico che non andava neppure a votare alle elezioni.

Dopo un paio di anni si chiese se forse, per dare una scossa alla sua vita, dovesse riprendere l’equipaggiamento di Paladino. Ma continuava a rimandare. Tanto, Paladino o no, sarebbero stati commessi lo stesso stupri e ruberie, gli Anfrakesi e Lapolaki avrebbero continuato a combattere i Darganiani e sembrava che il suo contributo fosse ininfluente.

Infine, in un giorno di fine estate, Luca decise: sarebbe tornato a rivestire i panni di Paladino. Era ora di fare qualcosa, di agire. Rammentava che quando era Paladino dormiva poco. Non aveva molta voglia di dormire tutto il giorno. Quindi, se avesse ripreso a combattere il male sulla Terra, avrebbe assunto un ritmo di vita frenetico sì, ma soddisfacente.

Prese l’automobile e andò alla cascina. Era sera, le tenebre stavano calando. Trovò la cascina ancora in piedi. Parcheggiò e si diresse verso quelle quattro mura. Dentro la cascina c’era ombra, e Luca si pentì di aver indossato le Coq sportif, che con tutte le siringhe e i detriti non solo le avrebbe rovinate, ma si sarebbe potuto fare male. Se poi le siringhe erano infette dall’AIDS, sarebbe finito male. Voleva far ripartire la sua carriera di supereroe, non voleva finire in un centro di malati terminali della sindrome da immunodeficienza acquisita. soprattutto perché non era stato abbastanza attento. Cercò la porta della cantina e la ritrovò. Era marcia, con un graffito in più rispetto a come la ricordava. Il suo cuore prese a battere: e se non avesse trovato nulla? Doveva scoprirlo. Si fece dunque avanti e cercò di aprire la porta. Ma questa era bloccata. Colto dall’irruenza gli diede un calcio deciso.

Avrebbe potuto ferirsi con le schegge di legno, ma non si fece nulla. Neppure ci pensò.

Capitò in un momento: vide la vecchia coperta sporca sotto la quale aveva lasciato armatura e skateboard, ma sentì delle bestemmie.

Alla luce di alcune torce elettriche dei ragazzi trasandati si stavano iniettando dell’eroina.

Visitors, li chiamava Saviano nel suo Gomorra. Erano più noti come tossicodipendenti.

«Sei un pulotto?» chiese uno di quelli.

«Cosa? No, sono solo…» tentennò Luca. «Oh, al diavolo! Rovinatevi pure la vita. Io sono qui per gli affari miei». Scosse il capo risoluto.

«Eh, sì! Sei un pulotto!» insistette uno di quelli. Erano quattro o cinque. Se ragazzi o ragazze non si capiva: erano tutti magri, i capelli lunghi e unti. Sembravano creature asessuate. Paladino aveva affrontato mostri come destrieri, demoni dello spazio profondo più un gatto plutoniano frustrato. Ma vittime della droga no, se ricordava bene.

Luca rabbrividì, ma cercò di non darlo a vedere. «Sentite, sono qui per gli affari miei. Lasciatemi prendere le mie cose e poi vi lascio in pace. Intesi?».

«Non ci piaci» berciò uno di quelli, la voce acuta.

«Cosa cerchi? Soldi? Daccene un po’, che così ci compriamo altre dosi!» aggiunse quello di prima.

«Non sono soldi…» squittì allarmato Luca.

Presto gli furono addosso. Cinque contro uno. Avevano la mente ottenebrata. Avevano come stampata davanti agli occhi la scritta: “Droga, più droga vogliamo più droga” immaginò Luca.

Luca sentì il loro lezzo di marcio, di sangue andato a male. Uno aveva i denti marci, un altro dei tatuaggi e un anello al naso. Luca era più forte di loro. Li respinse. Ma quelli erano grintosi, ostinati.

«Sentite…» iniziò a pregarli Luca.

Ma i tossici ripartirono alla carica, stavolta con più impeto di prima. Un furibondo attacco.

Luca provò a svicolare e mise mano alla coperta. Che schifo! C’erano degli insetti. Non ebbe tempo di vomitare che i drogati lo colpirono. Cadde per terra e Luca sentì sulla schiena i detriti ruvidi. Allungò una mano e prese un guanto di Paladino.

L’equipaggiamento Lapolako si accese di una luce inaspettata. Non si accendeva, in condizioni normali. I pezzi lievitarono e i drogati fuggirono impauriti.

Luca ebbe timore per la sua vita. Ma fra l’essere picchiato da quella mandria di tossici e la luce del suo equipaggiamento, suo fedele compagno d’avventura in passato, decise di affrontare questa.

Ci fu come un lampo.

Luca riaprì gli occhi e si ritrovò in una distesa di fango e in cielo c’erano tre soli.

Serie: Semplicemente Paladino


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. Ciao Kenji, come inizio serie mi è sembrato curioso e, non appena troverò un po’ di tempo, andrò avanti con gli episodi. Intanto la presentazione di Luca e di alcuni personaggi, ben fatta, mi ha fatto capire a cosa andrò incontro. Alla prossima.

  2. Devo dire che il primo episodio è veramente “figherrimo”.
    Tutta la descrizione di Luca che, un pochino depresso, non vuole fare il supereroe chiamato Paladino (se non erro) è veramente “petalosa” (mi è piaciuto così tanto quel passaggio che non mi viene un altro aggettivo).
    Poi uno che ha affrontato anche un gatto plutoniano frustrato (mi sono schiantato dalle risate) può aver paura di un gruppetto di tossici coatti da strapazzo? Eh su! Dai! Non scherziamo.
    Sono curioso di vedere come prosegue perché un risveglio nel fango con tre soli sulla testa è inusuale.
    Bello bello bello

  3. Ciao Kenji, qui c’è un buco enorme! Per ora non riesco a raccapezzarmi in questo che ha tutta l’aria di essere un sequel, ero rimasta al povero Paladino che era riuscito a fuggire dalla Città Violenta. Cercherò il bandolo della matassa nei prossimi episodi 😉

    1. Ciao Micol! Non ti preoccupare, è che la serie della Città l’ho scritta nel 2017, questi racconti di questa nuova serie li ho scritti nel 2015. Comunque fra le due serie c’è in comune il protagonista, Paladino, e possono essere lette separatamente. 🙂