Edgar

Serie: Se solo sapessi il tuo nome


L’inizio di una storia è sempre difficile da raccontare. Le parole non sono mai quelle giuste, le frasi si accavallano confuse e scrivere diventa un fluire di idee senza un ordine logico a cui ci si ripromette di porre rimedio durante una seconda lettura.

Proprio ciò che sta succedendo a me in questo momento. Il buio mi circonda, l’unica fonte di luce proviene dal laptop del mio computer, dove, inesorabile, il cursore del programma di scrittura lampeggia, scandendo i secondi che passano e che mi portano sempre più vicino alla data della consegna.

Blocco dello scrittore.

Un malessere di cui ho riso per anni mentre le mie opere spopolavano nelle librerie e la mia scrittura fluiva come il sangue nelle vene. Deridevo i miei “colleghi”, quando, con gli occhi tristi e la barba di notti di veglia, mi parlavano del loro “blocco” dopo l’uscita del loro primo romanzo.

Dilettanti, pensavo.

Ghignavo con superiorità, sorseggiando davanti a loro dal calice della popolarità e banchettando insieme alle Muse che mi graziavano di così tante storie da scrivere che le mie dita bruciavano sulla tastiera.

Ma ora, mi rendo conto che questo male esiste. E dopo dieci libri scritti, pubblicati e tutti con grande successo, sono bloccato.

Buio totale.

Quel foglio non intende sporcarsi d’inchiostro, le parole sembrano svanite nel nulla e la mia testa è piena di un ronzio di sottofondo, come le cicale che cantano durante l’estate più torrida.

Tolgo gli occhiali e le mani sfregano il viso in un gesto automatico e stanco, accarezzando le mie guance ormai ruvide. Guardo fuori dalla finestra. Il lieve bagliore della luna illumina una piccola parte del mio studio, ma non suscita in me nessuna emozione, nessuna idea, non riesco a visualizzare nemmeno un altro luogo in cui potrebbe splendere allo stesso modo.

Mi sento così vuoto.

Volgo lo sguardo nella stanza. Oltre alla mia scrivania, una piccola libreria contro la parete racchiude, oltre alla raccolta delle mie opere, le letture che hanno reso significativa la mia vita, mentre una poltrona accanto ad essa è sommersa di vestiti sporchi e abbandonati là.

Forse è proprio questo che mi disturba. Il disordine. Del resto, fino a qualche mese fa, ero abituato a lavorare in un ambiente ordinato e illuminato dalla luce del giorno, non da quella della luna.

Mi alzo, raccolgo la pila di vestiti e la sistemo nel cesto della biancheria sporca. Anche il bagno è nel caos più totale, ma per ora mi limiterò a sistemare solo lo studio.

Rientro, raccolgo le carte sparse per terra, i fogli appallotolati e lanciati ovunque, libri abbandonati sul pavimento. Sistemo ogni cosa al suo posto e, quando finalmente, soddisfatto, osservo l’ordine raggiunto, mi sento ancora più vuoto.

È un ambiente che non mi appartiene.

La sedia a dondolo che ondeggia vicino alla finestra aperta, mossa dalla brezza notturna, ne è una prova. Calamitato da quella visione, da quell’oggetto messo lì che i miei occhi hanno riconosciuto solo ora, noto un libro aperto nella seduta.

Bukowski. Il suo autore preferito.

Afferro il libro e dalle pagine impregnate del suo profumo, cadono dei petali di rosa.

Sorrido.

Chissà a quale delle mille occasioni appartiene. Aveva l’abitudine di conservare sempre qualche petalo ed essendo il suo fiore preferito, gliene ho regalato davvero tante.

Le meritava tutte la mia Nadia.

La sua pelle era chiara come la luna che brilla nel cielo e le sue labbra erano rosse come i petali che conservava nei suoi libri. Inspiro l’odore delle pagine e mi crogiolo nel piacere di poterlo sentire ancora una volta.

Sono passati mesi, ma il suo ricordo è sempre con me. Ero preparato alla sua morte, i medici non ci avevano dato grandi speranze. Ma la preparazione non è sufficiente. Quando il suo sguardo si è spento e la presa della sua mano ha abbandonato la mia, è stato come fronteggiare un un uragano.

Non ho versato una lacrima, ma il mio cuore ha faticato a lungo per riuscire a restare aggrappato a quelle deboli arterie che aveva il compito di nutrire nonostante il dolore.

Ho cercato consolazione nell’alcool, nella scrittura, ma tutto è stato vano. Non tocco una donna da quando Nadia si è ammalata, ma non ne sento la mancanza. O forse sì, ma mi sento talmente in balìa del nulla, che non riesco nemmeno a pensarci.

Per quanto riguarda la scrittura, le Muse sembrano avermi abbandonato e la coppa del successo si è svuotata. Ho già saltato due scadenze, i giornali fanno congetture insulse per fare notizia e miei lettori, lentamente, si stanno stancando di aspettare. Il mio editore mi tempesta di telefonate a cui ormai non rispondo nemmeno più e il mio conto in banca va assottigliandosi.

Oh, mia cara Nadia, se solo mi vedessi ora…

Sono diventato tutto ciò che non volevi, ciò che mi hai fatto promettere di non essere mai. È stato così facile stringere quella promessa all’epoca…

Avrei detto qualsiasi cosa, per poterti vedere sorridere. E sorridevi tanto, nonostante la malattia.

Ma ora, senza i tuoi occhi verdi a incatenarmi a mille promesse, non riesco a tenervi fede.

Sono perso.

Chiudo il libro di poesie e lo scaravento nella sedia, in preda alla rabbia. Quello si riapre e qualcosa attira la mia attenzione.

Un foglio tra le pagine.

Lo afferro e lo apro.

Lo leggo e lo rileggo per essere sicuro di ciò che vi è scritto e poi, confuso e sorpreso, lo piego diligentemente e lo infilo nella tasca dei pantaloni.

Afferro il cappello e il cappotto nell’ingresso ed esco nella fredda notte della vigilia di Natale.

Pensieroso, mi avvio verso la casa del mio amico più fidato, a cui ho intenzione di mostrare la lettera, nella speranza che sappia dirmi qualcosa di più. Del resto, conosceva Nadia da molto più tempo…

È chiaro che sia una confessione, ma non riesco a credere che mi abbia tenuto nascosta una cosa così importante.

Un pezzo di lei è ancora su questa terra e io lo troverò. E scoverò chi ti ha costretta a tanto dolore e, forse, alla morte.

Mia cara Nadia, riuscirò a compiere ciò che sto promettendo.

Sarà la mia ragione di vita e il cuore che galoppa furioso nel petto, ne è testimone.

Serie: Se solo sapessi il tuo nome


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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Discussioni

  1. Ciao Emma, hai saputo descrive esattamente l’intero spettro di emozioni che chiudono la gola ad ogni autore al manifestarsi del temuto vuoto. E ancor più, l’impotenza che si prova quando si affronta un lutto: quel sentirsi un calice svuotato di ogni goccia. Ripongo molta speranza nelle note finali di questa storia, nella possibilità che per il protagonista esista ancora il modo per recuperare il desiderio alla vita

  2. Ciao Emma! I viaggiatori di questo portale lo conoscono bene quel cursore. Lampeggia ventinove volte prima di fermarsi se non scrivi nulla…terrificante, come un conto alla rovescia, come quando ti fissi sul ticchettio dell’orologio, sul tuo stesso sbattere di ciglia, sulla saliva che ti si accumula in bocca, sull’acufene…Bell’episodio, mi hai inglobata nella lettura da subito, aspetto con curiosità il prossimo!

    1. Si, Maria, hai proprio ragione!!! Quel cursore è un inesorabile conto alla rovescia che alimenta l’ansia!!!
      Sono contenta che ti sia piaciuto!