Una tranquilla mattina

Serie: Crazy Train #1


“Jerry, farai tardi! Alzati dal letto e vieni a fare colazione” disse la madre dal piano di sotto mentre il ragazzino se ne stava ancora tra le lenzuola, intorpidito dal sonno.
“Arrivo” sbuffando tirò via il cotone che lo copriva e si decise a metter fuori le gambe che iniziarono a penzolare come quelle dei pescatori seduti sul molo. Girò la testa verso la sveglia: le sette e quaranta.
Sapeva di essere in ritardo cosmico, aveva soltanto venti minuti per: lavarsi il viso, mettere la divisa, fare colazione. Nonostante fosse ormai in piedi la tentazione di rimettersi a letto e saltare l’appuntamento non era affatto sopita, cercò di scacciarla dalla mente come si fa con una zanzara. Si avvicinò allo specchio che si trovava sopra al lavandino del bagno, aveva iniziato a scorgere la testa solo da pochi mesi, dopo aver guadagnato una decina di centimetri nell’arco di poco tempo. Sorrise scoprendo la bocca sdentata che aveva iniziato a perdere pezzi come un puzzle attaccato da un gatto, sistemò il ciuffo rosso dietro l’orecchio e poi si tuffò nell’acqua gelida che sgorgava dal rubinetto. Amava la sensazione di fresco sul viso appena aperti gli occhi perché lo faceva sentire subito vigile e pronto ad affrontare la giornata. 
Tornato in camera con il mento che ancora grondava goccioline trasparenti si diresse verso l’armadio nel muro, con uno scatto fece scorrere l’anta bianca e si tuffò all’interno alla ricerca della divisa blu della scuola. Riemerse con: un maglione, una camicia e un pantalone. In tempo record era pronto a scendere in cucina.
“Jerry, questo è l’ultimo avvertimento: non farmi salire quelle scale” questa volta il tono perentorio della madre non faceva presagire niente di buono, il ragazzo si decise.

La donna lo aspettava nell’ampia cucina seduta su una sedia con i gomiti appoggiati sul bancone di marmo della penisola, quando il ragazzino fece il suo ingresso lo fulminò con gli occhi verdi che sapevano metterti a disagio.
“Quanto ci metti la mattina per fare tutto quello che devi? Te l’ho detto mille volte che il bus non ti aspetterà in eterno, nella vita non possiamo contare solo sul fatto che tutti daranno retta alle nostre esigenze, Jerry. Devi crescere.”
“Avevo molto sonno, questa notte sono tornati gli incubi” il ragazzino si era messo sullo sgabello che gli consentiva di arrivare al marmo e aveva iniziato a buttar giù cereali di tutti i colori nella tazza di latte caldo con cacao.
“Hai avuto paura?”
“Un po’” disse senza alzare lo sguardo, odiava ammettere di provare emozioni del genere, lo facevano sembrare più piccolo dei suoi dieci anni, ormai era un ometto.
“Avresti potuto chiamarmi, sai che ci sono sempre per te” la donna si era alzata e ora gli cingeva il petto con le braccia.
“Mamma, sto mangiando!” 

Il telefono a muro prese a squillare, la donna si diresse a passo svelto verso l’ingresso, giunta vicino alla porta color panna afferrò la cornetta e rispose.
“Casa Morgenstein.”
“Buongiorno, Adeline” disse una voce d’uomo all’altro capo.
“Buongiorno, tesoro.”
“Jerry ha già preso il bus?”
“Non è ancora arrivato, lo stiamo aspettando.”
“Sta ancora facendo colazione, vero?”
“No, questa mattina si è alzato presto, ha avuto ancora gli incubi.”
“Dovremmo portarlo da uno strizzacervelli, mi preoccupa parecchio tutta questa storia. Quei maledetti sogni metterebbero i brividi anche al Conte Dracula. Comunque stasera non sarò a casa come promesso. Abbiamo avuto problemi a Quantico, niente di cui possa parlare al telefono.”
“Sarà molto triste di saperlo” sussurrò la donna per non farsi sentire dal figlio, ancora intento ad ingurgitare cereali.
“Lo so, tornerò presto, te lo prometto. Ora devo andare, un bacio” riattaccò senza aspettare risposta, come faceva sempre.
Adeline fece il suo ritorno in cucina con un sorriso che tentava di mascherare il dispiacere per la notizia appresa, per fortuna Jerry non l’aveva notato, intento com’era a leggere il fumetto sul retro della scatola di cereali di Capitan Waterproof. 
“Chi era?”
“Quelli della luce, niente d’importante, le solite offerte imperdibili che ci ripetono almeno una volta a settimana.”
“Il padre di Patrick dice che il prossimo anno aumenteranno la bolletta del 25%, e se lo ha detto lui deve essere vero” l’uomo era dirigente dell’azienda che forniva corrente alla cittadina e a molte altre nei dintorni.
“Dobbiamo uscire, sono le otto e Thomas non ti aspetterà per la milionesima volta, su.”

“Signora Morgenstein, stamattina siete in perfetto orario, un miracolo di Natale a settembre?” rise il signor Thomas, la sua pancia ballò come un budino.
“Siamo stati più veloci di Capitan Waterproof!” disse Jerry dando il cinque all’autista. 
“Fai il bravo, ometto” non chiese un bacio perché sapeva perfettamente che il figlio non amava “certe smancerie” in pubblico. 
Il ragazzino prese posto accanto ad un compagno di classe intento a leggere attraverso i suoi spessi occhiali.
“Ciao Bill, che leggi stamattina?” 
“Le cinque immutabili leggi della Fisica.”
“Che noia! Quando inizierai a prendere in mano qualche fumetto? Sei il più noioso dei più noiosi.”
“Un giorno, quando mi avranno premiato con un Nobel per la Fisica, ne riparleremo Jerry.”
L’autobus completò il giro di case che serviva ogni mattina e imboccò una via asfaltata di fresco che conduceva fuori dalla piccola cittadina, man mano che si allontanavano le case si diradavano come i capelli dalle tempie di un uomo di mezza età, e si trasformavano da villette a schiera in vecchie abitazioni di contadini che coltivavano la terra con trattori e sudore. I campi di pannocchie, cavolfiori e patate si susseguivano senza soluzione di continuità, benedetti dal sole che permetteva alle piante di crescere forti e verdi. La signorina Bickerson, l’assistente dell’autista, si alzò in piedi afferrando una delle maniglie che consentiva di reggersi in caso di sobbalzi. 
“Bambini, siamo quasi arrivati, perché non preghiamo un po’ prima di scendere?”
“Si” risposero in coro, qualcuno alzava gli occhi al cielo, stanco di quella routine quotidiana.
“Lord Mazur, benedici le nostre vite e permettici di consacrarle a te, unico faro di speranza in questo mondo di lacrime. Noi, tuoi sudditi fedeli, ti preghiamo affinché le nostre attività quotidiane possano soddisfare il Grande Piano. Gloria eterna e pace a chi ti ama; guerra e morte a chi ti odia. Amen.”

L’autobus accostò al bordo della strada con un sobbalzo, il motore si spense e la vettura smise di tossire. I ragazzini si alzarono in piedi e si misero in fila in attesa che le porte si aprissero. 
“Forza, scendiamo tutti, dietro di me bambini” disse la signora Bickerson, scese gli scalini e si accostò alla porta per contare i suoi protetti. Per fortuna nessuno si era perso nel tragitto da casa a lì, Tom chiuse le porte e tirò fuori il giornale con uno sbadiglio.
“Al lavoro bambini” disse la donna mentre i ragazzini correvano verso il campo, cadaveri lo ricoprivano a vista d’occhio.

Serie: Crazy Train #1


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Discussioni

  1. “Lord Mazur, benedici le nostre vite e permettici di consacrarle a te, unico faro di speranza in questo mondo di lacrime”
    Ma che…! 😁 Beh, questa non me l’aspettavo. Sembrava in tutto e per tutto l’america dei giorni nostri, e con una semplice frase tutte le certezze son crollate…

  2. Mi piacciono i plot twist così improvvisi, quando i lettore si incanala in una certa direzione e vieni stupito in maniera così repentina. Un’ottima idea che metterà alla prova il prossimo autore e che non vedo l’ora di leggere.
    Ottimo inizio

  3. Ci sono i presupposti per scrivere di tutto, bravo Alessandro! Ci hai messo in mezzo gli incubi, un carcere, un campo tappezzato di cadaveri… Mi sarebbe piaciuto scrivere già qualcosa, ma aspetterò il mio turno con trepidazione.

  4. Wow, l’inizio mi piace da morire. Nell’immediato pensavo a una storia contestualizzata alla realtà e quando il racconto si è aperto alla distopia ho iniziato a sorridere come un’orca assassina. Incubi? Campi di cadaveri? Una strana credenza religiosa? Mi hai invitato a nozze: vediamo cosa succede in seguito 😀