
EPISTEMOLOGIA DELLA COMPLESSITÀ
“…fssshh… bzzz… è proprio ciò che voglio dire: abbiamo talmente saturato l’etere di nostre immagini da… bzzz… ndannarci a una lenta perdita di corporeità: stiamo svanendo!”
“Oh, professore! Per carità: non inizi con queste teorie complottiste! Monsignore: almeno lei ci aiuti a capire quello che …bzzz … ccadendo!”
L’uomo cala un pugno sul cruscotto: un fendente leggero, inferto nella speranza di poter sintonizzare l’autoradio.
«Amo’: guarda la strada. Non voglio mica schiantarmi per colpa di qualche “terrapiattista”…»
«Macché “terrapiattista” e “terrapiattista”… dico: ti sei guardata attorno?»
La donna muove la testa a destra e a sinistra, scrutando l’assolato panorama che si estende oltre i finestrini.
Sui sedili posteriori dormono Alessio, di nove anni, e Mattia, di dieci.
“…fsssh… per questo motivo credo che il nostro professore sia un tantino disfattista: il Giudizio Universale non è cosa da disputarsi sui social o nel cyberspazio… penso piuttosto che… bzzz… roviamo di fronte a un vero e proprio atto di terrorismo demografico: qualcuno vuole spaventare le menti impressionabili con l’illusione di un esodo silenzioso…”
«Amo’: basta con questa storia. Ne stai facendo una malattia… e i nostri figli iniziano a essere spaventati…»
«Katia, ragiona: possibile che io, te e la maggior parte dei nostri amici siamo tutti orfani?
Nessuno di noi ha ricordi di qualcuno che ci abbia cresciuti… eppure in questa nazione non scoppiano guerre da almeno ottant’anni!»
La donna fa cenno al marito di abbassare la voce, perché rischia di svegliare i bambini, ma l’uomo non la sta neanche a guardare, intento com’è a fissare la strada.
«Che ti devo dire, amo’? Succede… sarà una coincidenza…»
«Già: ed è anche una coincidenza tutta quella sfilza di fotografie che abbiamo in casa… quelle in cui siamo assieme a persone sconosciute e mai viste prima… dimmi: ricordi i momenti in cui le hai scattate?»
«Uffaaa… lo hanno già spiegato in tivù: quelli si chiamano hackers… è cyberterrorismo… lo dice anche la radio…»
«Ma a cosa servirebbe tempestare di fotomontaggi le case della gente?» Domanda lui, scettico.
«Revisionismo storico deviato… anche questo è scritto su tutti i giornali… ecco: senti qui…» e così dicendo, la donna rotea leggermente la manopola del volume dell’autoradio.
“…revisionismo storico deviato è una piaga sociale da non sottovalutare: tutti quei gruppi di nuovi hackers che stanno cercando con ogni mezzo di bzzz …rrorizzare la popolazione facendole credere di stare pian piano impazzendo… instillando ricordi fasulli nelle loro menti… è una destabilizzazione programmata: la nuova terra di conquista è la percezione del reale.”
“Ma suvvia! Non diciamo fesserie! Nessuno ha mai rivendicato questo tipo di azioni… ora siete voi i complottisti!”
“Per cortesia, professore: un po’ di contegno!”
«Ecco… finisce sempre così in queste trasmissioni: litigano…» sbuffa ancora la donna.
«E come spieghi tutte quelle case vuote, arredate e curate come se qualcuno ci vivesse da una vita?» Sbotta il marito. «E quelle auto abbandonate a bordo strada, come se gli occupanti fossero evaporati all’improvviso? Ci sono video, su internet, di macchine che si schiantano senza che poi venga trovato alcun corpo…»
«Se è per questo, ci sono anche filmati di persone che scompaiono nel nulla. Si chiamano “effetti digitali”, e li hanno inventati almeno trent’anni fa… amo’, te l’ho già detto: smettila di credere a tutto».
In quel momento, Alessio si sveglia: ha male alle gambe dato che è tutto rannicchiato in un lato del sedile.
«Ale, stenditi un pochetto: vedrai che il dolore passerà», gli sussurra la donna con tono raddolcito, «non capisco perché te ne stai appallottolato in un angolo… con tutto il sedile a disposizione…»
«Non lo so, Katia…» riprende l’uomo, piagnucolante «…sento che qualcosa non va… quelle case, le auto… erano tutte intestate a persone di cui esiste un’abbondante documentazione: atti di nascita, contratti di lavoro… addirittura certificati di matrimonio… per non parlare dei profili sui social… eppure nessuno si ricorda di loro… come se fossero scomparsi istantaneamente dalla nostra memoria…»
La donna accarezza la testa dell’uomo: nota la sua agitazione, quasi come se fosse sull’orlo di un attacco di nervi.
Con l’altra mano spegne l’autoradio.
«Amo’: calmati. Non sta succedendo nulla. Se così fosse ce lo direbbero. Ora fai un bel respiro…» anche lei prende una profonda boccata d’aria, quasi a volergli insegnare come si fa.
«Adesso andiamo a casa, ci mettiamo a letto, e poi tu mi fai tante coccole… che ne dici? Magari potremmo pensare anche di allargare la famiglia… sarebbe ora no? Sempre io e te, te e io… tutti i nostri amici hanno già almeno un figlio… non sei curioso di sapere com’è essere padre?»
L’uomo finalmente sorride: per la prima volta stacca gli occhi dalla strada e volta lo sguardo di fianco: «Sarebbe bel…» poi si blocca e sbuffa.
«Andiamo bene: ora mi metto anche a parlare da solo…»
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
il fatto di conoscere pochissimo Dylan Dog mi lascia più libera di apprezzare l’inventiva del tuo racconto. Mi ha colpito il titolo e ora, dopo averlo letto, posso dire che proprio di epistemologia si tratta: la critica del luogo comune della “complessità”, che spesso a mio avviso è una parola vuota, porta a riconoscere che si tratta di un nulla. Il nulla dell’uomo che parla con immagini senza corpo è il nulla del concetto stesso di “complessità” come oggi viene usato: con lo scopo più o meno consapevole di rendere, invece, tutto più banale e semplice o, ciò che è peggio, incomprensibile o indecidibile.
Ti ringrazio, Francesca, per aver letto il mio racconto. La tua analisi è acutissima e spalanca una prospettiva che non avevo assolutamente considerato – e ciò mi inorgoglisce, dato che amo le storie dalle molteplici sfaccettature. Grazie mille!
Che strana storia, sarà che nella mia ignoranza non conosco le opere che alcuni nei commenti hanno citato e a cui sembra tu abbia fatto riferimento; ad ogni modo i dialoghi (o dovrei dire monologhi?) sono scritti con tono leggero e, come dire, “realista”, ed anche se in genere tendo a non apprezzarli particolarmente, questa volta mi è sembrato calzassero a pennello, in accordo col tema trattato, soprattutto per come sono culminati nell’ultimo.
Per scrivere questa storia mi ero ispirato (anche un po’ di più, dato che la frase finale è copiata pari pari) a un piccolissimo racconto fuori collana di un fumetto – Dylan Dog, appunto. Ero curioso di vedere l’effetto straniante che avrebbe avuto il trasporre in lingua scritta qualcosa che avevo visto in figura. E in realtà sono molto contento del risultato, dato che tutto è giocato su un livello metanarrativo: far scomparire in tempo reale i personaggi di un racconto dalla scenografia e dalla memoria dei protagonisti, infatti, equivale a introdurre volutamente sconnessioni e buchi narrativi che l’autore non può (e non deve) giustificare. Tanto per dire quanto siano lontani tra loro il linguaggio della scrittura e quello dell’illustrazione.
Delizioso, io me lo sono immaginato con colori seppia, ma sempre bicromatico 🙂
Grazie mille per aver letto il mio racconto. Sinceramente non avevo pensato al “colore” della storia, però sembra che questo racconto evochi molto le cromie del passato. Curioso. Grazie ancora!
Mi ha ricordato molto una storia di Dylan Dog, in cui un amanuense scrive della vita di tutte le persone del mondo su dei libri, un topo mangia queste pagine e le persone scompaiono, compresa la fidanzata di Dylan
Esatto! Ho ripreso l’idea di quella storia – la battuta finale, a memoria, è la stessa (anche nella seconda collaborazione con Martin Mystère c’è una sparizione massiva degli esseri umani, in ordine alfabetico, “La fine del mondo”) ho solo cercato di attualizzare i concetti e di dargli una resa letteraria invece che fumettistica.
Ciao. Concordo con Sergio. Anch’io mi sono fatta un film in bianco e nero nella mia testa. Sono riuscita a vederli identificandoli con i visi dagli sguardi allucinati dei protagonisti della serie. L’auto ferma e i fotogrammi che invece scorrono. Molto bravo. Mi sono divertita a leggerti.
Ciao Cristiana. Grazie mille! Gentilissima come sempre.
Davvero originale! mi ha riportato alla mente i vecchi episodi di “ai confini della realtà”!
Grazie mille per aver letto il mio raccontino. In effetti mi sono ispirato a una brevissima storia fuori collana di Dylan Dog, attualizzandone un po’ i contenuti. Per non parlare di quel gioiello di libro che è Dissipatio H.G. di Morselli.