
Er boia de Roma
Il rintocco della campana echeggia fra le vie, le case, i banchi dei mercati.
Solo uno, pieno e deciso.
Tutto si ferma, e le persone rimangono immobili, come se la città fosse in preda ad una strana ipnosi sovrumana.
Il cielo si riempie di nuvole plumbee che si accavallano una sopra l’altra, rendendo il tetto divino una balconata di occhi morbosi.
Giove Pluvio esige il suo tributo e un tuono rimbomba all’orizzonte.
Le cornacchie nere, appollaiate sul Lungotevere, gracchiano irriverenti mentre un lugubre alone azzurro tinge Roma di sfumature funeree.
Dalla Città Santa si ode una porta chiudersi lentamente, seguita da un rumore di passi, pesanti e cadenzati, che percorrono Ponte Sant’Angelo. Colui che cammina non ha fretta. Sfila sotto l’attenta guardia dei bianchi cherubini, osservato in lontananza dalle persone che fino a un attimo prima si affannavano nelle proprie attività quotidiane.
“Mastro Titta passa ponte.” Dice l’ortolano, rivolto ad un cliente che ha di fronte.
“S’è stancato de venne ombrelli, se vede.” Interviene qualcun altro, ma sottovoce. Poiché pensa, fra sé e sé, cor boia de Roma nun se scherza…
La tonaca rossa svolazza nel vento tiepido autunnale, la cappa in una mano, un sacco dello stesso colore, nell’altra.
Cadono le prime gocce a cui se ne aggiungono altre, che gonfiano le strade di acqua.
Quando giunge in piazza del Velabro, la folla è già radunata, bramosa e indifferente alla fitta pioggia che quasi cela la vista del patibolo.
Gli occhi sono tutti su di lui e sulla dicotomia tra lo svolgimento di una professione ufficiale e il mero potere di togliere una vita.
Le sensazioni si mescolano nelle loro viscere tremolanti.
Il boia sale le scale, le stesse dei morituri, dato che la tragedia esige necessariamente due attori, con due ruoli ben precisi, uniti dallo stesso percorso che ad un tratto si divide bruscamente, in direzioni opposte.
Uno va e l’altro resta.
Le voci speculano e bisbigliano alle orecchie tese, mentre egli indossa i guanti neri e la cappa con quei due minuscoli fori, al posto degli occhi. Quando si volta, i tratti del viso sono spariti rendendolo qualcos’altro. Ebbene ora è il tristo mietitore, la morte stessa, che si manifesta tra i viventi.
La scure lucente, conficcata nel ceppo, produce un tintinnio sinistro, colpita dall’acquazzone.
Un manipolo di soldati avanza a passo di marcia e un carretto, con sopra un uomo incatenato, viene trainato da un somaro ormai stanco di quella vita. Fanno l’ingresso nella piazza e in quel momento, la platea esplode in grida di gioia ed esaltazione, alla vista del piccolo corteo. Volano insulti, sputi e ortaggi marci, diretti al condannato. Ma dopo aver sfogato sulle prime i propri istinti, i presenti si ammutoliscono, ansiosi di godersi lo spettacolo da una comoda posizione. Ognuno di loro, s’affretta a puntare il dito, col desiderio di dimostrare la virtù di vivere nella correttezza e nella decenza e prega in cuor suo di non vedersi mai costretto, per qualche strano gioco della sorte, a dover salire quei gradini da cui non esiste ritorno.
Il momento si avvicina.
Il condannato viene condotto verso la sua ultima fermata, dove lo attende il vermiglio figuro.
Le lacrime gli rigano il volto benché ormai conscio che la colpa deve essere espiata, che un meccanismo più grande di lui e di chiunque altro si sia messo in moto e non può più essere fermato. Non trova alcun conforto nella rassegnazione o nella presa di tabacco offertagli dal mostro incappucciato.
Un uomo di chiesa svolge una pergamena e con voce impostata, declama:
“Giuseppe Chiappa, giudicato colpevole di omicidio del mastro birraio Strozza e del furto di cinquanta scudi, sottratti alla stessa vittima.
La condanna è la morte.
Giustizia sarà dispensata per mano del boia.
Si può procedere.”
La vibrazione delle ultime parole si spegne e segue un lungo silenzio.
I tamburi iniziano a rullare.
Il boia impugna la scure, che fischia acuta nel fendere l’aria.
Il prigioniero viene fatto inginocchiare, la sua testa posizionata sul ceppo e i suoi occhi che si chiudono tentando di rifuggire l’ultimo incubo della sua mente.
I tamburi aumentano di intensità.
La gigantesca lama, cala micidiale. Veloce come una saetta e pesante come i peccati del mondo intero, mentre con un rumore sordo si infila di nuovo nel legno bruno, dov’era prima, ma ora lorda di sangue e bile. La pioggia fa colare il viscido liquido all’interno delle venature del ceppo, che si impregna di vita ormai strappata via.
Il prelato volta lo sguardo quando la testa del condannato cade nel cesto.
Il boia afferra per i capelli il macabro trofeo e lo solleva, mostrandolo al pubblico. Nessuno si azzarda a proferire parole e i più timorati portano le mani alla fronte e al petto, cercando conforto e protezione nel segno della croce.
“Giustizia è fatta.” Enuncia il prete, con voce meno potente di prima. La testa viene infilata nel sacco e consegnata ai soldati, che la caricano sul carretto insieme al resto del cadavere. Un assistente del giustiziere inizia a lavare via la morte dal patibolo e un uomo dalle vesti nere firma un documento e dispone alcune indicazioni a chi trasporterà il carico.
Il boia sfila il cappuccio e ritornato umano, ridiscende le scale.
Riprende la via del ritorno senza esibire alcuna espressione o pronunciare una parola. Solo un piede davanti all’altro, dritto fino a casa.
Giovanni Battista Bugatti, in arte Mastro Titta, o come tutta la città lo chiama, er boia de Roma, se ne va, in attesa della prossima condanna, in attesa di tornare a calare l’ascia.
Dovrà farlo ancora e ancora.
Cinquecentosedici esecuzioni, sette l’anno, fino all’età di ottantacinque anni. Questo è il numero di volte in cui Mastro Titta avrà dispensato giustizia per conto della Chiesa. Un vitalizio di trenta scudi mensili, concessogli da Papa Pio IX, che lo attende come pensione e con l’unico sollievo che, almeno negli ultimi anni della sua macabra carriera, egli abbia avuto la possibilità di usare l’ascia anziché la mazzuola, come invece si faceva ai tempi in cui iniziò tutto questo,
quando i condannati si trucidavano,
quando si fracassavano i crani a colpi di maglio,
quando si legavano ai cavalli per farli sventrare.
All’epoca, il patibolo si trasformava in un mattatoio e il boia, in un macellaio inzaccherato di sangue e budella.
L’uomo arriva al ponte, la pioggia si è finalmente arresa e il cielo si libera dalla morsa delle nuvole nere. Un bellissimo sole rischiara i bei palazzi di Roma e un raggio ambrato lo colpisce.
Lui chiude gli occhi sotto quel confortante tepore.
Mastro Titta passa ponte e per un po’ di tempo non gli sarà concesso di farlo.
La città può tornare a vivere, di nuovo.
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Be’ un classico esempio di vado, l’ammazzo e torno. Scherzi a parte hai salute teletrasportarmi in quell’epoca, per un attimo ho potuto quasi sentire il ferreo odore del sangue e vedere gli schizzi cremisi dappertutto. Un altro librick ben scritto, complimenti Daniele
Bel racconto. Sono andato ad approfondire e mi complimento perché sei riuscito a romanzare fedelmente e con stile quanto si sa di questo personaggio.
Ti ringrazio molto Francesco! 🙂
Una narrazione che tiene stretto a sè il lettore dalla prima all’ultima parola, regalando immagini in bianco e nero (il boia, il ponte, il patibolo, Roma) sotto una pioggia color scarlatto.
Grazie Micol e che bella descrizione visiva! Grazie! 🙂
Concordo con @ianni67 : la scrittura è davvero fluida e praticamente priva di intoppi, mentre racconta una storia lineare ma efficace. Complimenti Dani, il tuo stile è sempre riconoscibile e apprezzato! 🙂
Grazie mille Gabri! Questa storia in un certo senso mi ha anche riavvicinato alla mia Roma, che amo profondamente e quando si è lontani anche di più.
Davvero molto ben scritto. Un’immagine acuta, anzi… tagliente. Non un’esitazione, non una sbandata, seppur minima. Complimenti.
Grazie mille Giancarlo! 🙂
Narrazione eccelsa, epidermica e sinestetica che ti immerge in quell’atmosfera. Tra l’inarrivabile Balzac di memorie di Sanson e la mitologica scena di Don Bastiano/ Flavio Bucci nel film Il Marchese de Grillo. Chapeau da testa ghigliottinata
Grazie mille Hugo, felice che ti sia piaciuto! 🙂 mi ha sempre incuriosito la figura di Mastro Titta.